A star bene con se stessi s'impara: basta accettarsi

Se il cattivo umore dipende dall'insoddisfazione di un desiderio che va al di là delle nostre possibilità, si può senz'altro dire che chi è di cattivo umore è colpevole. E' lui stesso causa della sua infelicità, per aver coltivato un desiderio infinito e incompatibile con i tratti della sua personalità, che non si è mai dato la briga di conoscere.


A questo punto il buonumore non è più una faccenda di “umori”, ma – come sostiene il filosofo Umberto Galimberti (La casa di Psiche, Feltrinelli, 2005) – “un vero e proprio dovere etico, non solo perché nutre il gruppo che ci circonda di positività, ma perché presuppone una buona conoscenza di sé che automaticamente limita l'ampiezza smodata dei nostri desideri, accogliendo solo quelli compatibili con le proprie possibilità. Infatti, nello scarto tra il desiderio che abbiamo concepito e le possibilità che abbiamo di realizzarlo c'è lo spazio aperto, e talvolta incolmabile, della nostra infelicità, che ci rode l' anima e mal ci dispone di fronte a noi e agli altri”.
Gli effetti sono arci-noti: ansia e depressione che, coltivate dal rilancio del desiderio, sono quasi una conferma della nostra prevedibile sconfitta, diventano condizioni permanenti della nostra personalità. Col risultato di abbassare il tono vitale della nostra esistenza, quando non addirittura, secondo i medici, il nostro sistema immunitario, disponendoci alla malattia, che non è mai solo un'insorgenza fisica, ma anche spesso una disposizione dell'anima che ha rinunciato a quel dovere etico che già i Greci del IV secolo a.C. segnalano come scopo della vita umana: la felicità. Eppure l'istinto umano si direziona verso il benessere, non verso il malessere.
Continua Galimberti: “Aristotele, da bravo greco, non si lascia ingannare da cieche speranze o da promesse ultraterrene, e perciò pone, tra le condizioni della felicità, la conoscenza di sé, da cui discende, nel nostro spasmodico desiderare, la giusta misura. Il buonumore lo si guadagna attenendosi alla giusta misura, che i Greci conoscevano perché si sapevano mortali e i cristiani conoscono meno perché ospitati da una cultura che non si accontenta della felicità terrena, perché vuole la felicità eterna, che è una condizione che non si addice a chi ha avuto in dote una sorte mortale”.
L'accettazione di questa sorte finita (tutte le cose terrene finiscono: gli amori, la salute, i piaceri, la ricchezza) sdrammatizza il dolore e fa accettare quella “giusta misura” dove può nascere buonumore e serena convivenza.

Fonte: Focus on Woman

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