AMORE ASSENZA E DESIDERIO

Quando dico amore, la mente percorre un itinerario associativo che conduce al sesso e alla possibilità, da parte dell'Io di viverlo, di dominarlo, di fruirne. Ma il sesso, all'interno dell'atto d'amore, non è qualcosa di cui l'Io dispone. Al contrario è qualcosa che lo incrina, che lo apre alla crisi, che lo dis-toglie dal centro del cosmo. Non azione ma passione si vive nel sesso, passione di cui l'Io non è attore ma semplice portavoce.

Socrate infatti parlava del sesso come di possessione, (katokochè), che richiama la definizione che molti mistici danno del loro rapporto con Dio. Il sesso, nella sua estasi, è collasso del senso, vacillare, che giunge fino allo sporgersi sulle dimore della follia, alterazione di quell'ordine egoico che ci individuò nel momento in cui ci distinguemmo e differenziammo dalla simbiosi, quando cioè la costruzione del sé richiedeva separazione ed ordine.

Dice Galimberti: “Questa vertigine che ogni atto sessuale porta con sé, ha bisogno della presenza dell'altro, ma solo come memoria della realtà che si lascia e come possibilità di ritorno dal mondo estraneo a cui ci si è concessi nella dissolvenza dell'Io. … ogni atto sessuale ha bisogno della presenza dell'altro che sappia accompagnarci nella perdita di noi stessi e nella risalita dalle profondità di noi stessi. L'avvinghiarsi al corpo dell'altro, prima di un contatto è dunque una presa.”

L'altro è la garanzia che il nostro perderci nella follia dell'estasi, nella dissolvenza delle categorie del pensiero logico, nella dissoluzione dell'Io avrà un termine; egli sarà il testimone-garante del nostro ritorno, l'involontaria maieutica di cui l'alterità è capace, pur senza saperlo. Ma in realtà il corpo nella sua pienezza non erotizza, perché non lascia spazio alla creazione dell'altro mentre amore si dà solo là ove sia possibile creazione, proiezione, costruzione. Non è mai del pieno che ci si innamora, ma del vuoto: l'amore si nutre di assenza, là dove le tracce dell'altro mi permettono una mia creazione. Non è infatti della natura che ci si innamora, ma di ciò che siamo in grado di fare, di immaginare, di plasmare a partire da essa.

Così come non è il battito alterato del cuore a poter spiegare la paura ma è la paura a generare la sua semeiotica, così non sono i dati di natura, le evidenze fisiologiche a spiegare il desiderio ma è esattamente il contrario. La sessualità, pertanto, non è carne ma desiderio e dunque, ciò a cui davvero si tende, non è tanto l'orgasmo quanto l'incontro con l'altro e la capacità al contempo di desiderarlo e di esserne desiderato. Ma in molti rapporti odierni, frettolosi e consumistici, l'incapacità di amare diviene desiderio di desiderare, masturbatorio atto di chiusura in se stessi che non conserva alcunché dell'apertura verso l'altro, di quella trascendenza laica in cui il vero amore consiste.

Così, ripiegati in atti onanistici duali, si rischia di affogare il desiderio nella compulsione ossessiva, in una insoddisfacente coazione a ripetere che non riesce ad estinguere il desiderio e spesso neppure ad innescarlo nella sua accezione affettiva piena e compiuta. Non è un corpo nudo a sedurci ma le speranze e le promesse di trascendenza rispetto alla propria soggettività cui esso allude. Proviamo infatti a pensare cosa susciti, in noi, la possibilità che il corpo nudo, di fronte a noi, alle nostre profferte d'amore risponda con sprezzante diniego. Il desiderio si estingue nella mortificazione (nel farsi morte), bloccato e avvilito dall'impossibilità di trascendersi. Proprio per questo abbiamo detto che l'amore sessuale è passione, nel senso di patire l'altro, ovvero sapere che la mia “elevazione” dipenda dalla sua libertà, dal suo accettare o rifiutare la mia profferta.Potremmo dire che, quando si ama, il solo desiderio è di essere il desiderio dell'altro e la passione rappresenta il suo correlato, il farmi ciò a cui il desiderio dell'altro allude con tutti i rischi che la cecità, implicita nel farmi il significante dell'altrui desiderio, dischiude.

 Giungerò, così, a farmi trasportare dal desiderio dell'altro, nella passione amorosa, dove diviene difficile comprendere se l'altro desideri davvero trascendersi con me e con il mio corpo o se brami semplicemente farne uso. Trascendersi è valicare la soglia della propria individuazione e in prossimità dell'amore si diviene incerti, maldestri, insicuri perché l'identità, nella promessa di apertura che vive, nel sogno di uscire dalla solitudine dei confini del corpo, si sente in pericolo, perché sa e teme la dissolvenza dell'io e al contempo la brama.Ma nel nostro mondo si assiste sempre più spesso all'amore inteso non come modo vivo di crescere, di esserci, come possibilità di andare oltre, di trascendersi, ma come un usurato modo di avere.

Così chi non sia deciso a giocarsi la propria identità, la propria soggettività, nella scommessa amorosa, resta sordo alla passione, cioè al patire la libera possibilità desiderante dell'altro, confinandosi in un mortifero gesto di squallida appropriazione del corpo altrui, ridotto a carne. E' questo il confine vero dell'oscenità, questa corporeità sciolta dal desiderio che la vivifica, corporeità che si fa feticcio e pornografia, prostituzione e volontà di potenza, l'antitesi della libertà e della liberazione del desiderio. E così, nella carne morta dell'altro, si affoga e si perpetua una disperata solitudine.

A cura di Dr. Massimo FochiPsicologo-psicoterapeuta

Fonte:http//guide.dada.net

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