ERBE

Il Cosmo è simboleggiato da un albero; la divinità si manifesta dendromorfa; la fecondità, l'opulenza, la fortuna, la salute o a uno stadio più elevato, l'immortalità, la giovinezza eterna – sono concentrate nelle erbe e negli alberi; la razza umana deriva da una specie vegetale; la vita umana si rifugia nelle specie vegetali quando è interrotta innanzi tempo con malizia in breve tutto quel che “é” tutto quanto è vivente e creatore, in uno stato di continua rigenerazione, si formula per simboli vegetali.

Il Cosmo fu rappresentato in forma di Albero perchè come L'Albero, si rigenera periodicamente. la Primavera è una resurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana. Con quest'atto cosmico tutte le forze della creazione ritrovano il loro vigore iniziale; la vita è integralmente ricostituita, tutto comincia di nuovo; in breve si ripete l'atto primordiale della creazione cosmica, perchè ogni rigenerazione è una nuova nascita, un ritorno a quel tempo mitico in cui apparve per la prima volta la forma che si rigenera.

Attenzione!!! In questa sezione del mio sito cercherò solamente di descrivere le piante ed i loro utilizzi in maniera tradizionale, diciamo che vi racconterò quello che ho imparato crescendo sulle montagne direttamente dalle persone “esperte” che vi abitano e che tutt'ora utilizzano le erbe in molti modi. Ma ritengo doveroso dirvi che non vorrei proprio che queste pagine spingessero alcuni tra di voi a trasformarsi improvvisamente in  ERBORISTI FAI DA TE…  la natura può riservare insidie e pericoli se non la si conosce bene! Vi prego, rivolgetevi a gente esperta e soprattutto abilitata. Queste sono dunque da considerarsi delle pagine didattiche,un semplice modo di avvicinarsi ad una prima conoscenza dello straordinario mondo vegetale.

IDENTIFICAZIONE DELLE PIANTE

La botanica come vera e propria scienza iniziò solo tra la fine del '400 e l'inizio del '500, grazie alle scoperte geografiche e all'invenzione della stampa. Il nuovo mondo fece conoscere nuove piante medicinali e commestibili, imponendo una revisione critica di tutte le conoscenze fin allora acquisite.
Ermolao Barbo cercò sia di uniformare la grande varietà di vocaboli usati e che di creare paralleli fra gli antichi testi, permettendo una visione d'insieme più comprensibile (cfr. Castigationes Plinianae). Agli inizi del '500 nacquero i primi “erbari secchi”, che favorirono una più esatta identificazione delle piante (tra gli studiosi più noti: Luca Ghini, Ulisse Aldrovandi, Andrea Cesalpino, Giovanni Girault).La prima cattedra universitaria di Lectura semplicium (botanica sperimentale) fu istituita a Padova nel 1533, seguita subito dopo da Bologna.

Il primo vero orto botanico è sempre di Padova (1545), cui presto seguirono quelli di Pisa (1547), Firenze (1550) e Roma (1556).Lo speziale veronese Francesco Calzolari crea a Verona un museo per l'esposizione di erbe, animali, minerali. Il primo tentativo di stilare una nomenclatura botanica si deve a Leonardo Fuchs ( 1501-1566). Corrado Gessner (1516-1565) pare sia stato il solo, prima di Cesalpino, a dare importanza al fiore e al frutto. Gaspare Bauhin (1560) viene considerato un precursore di Linneo. Pietro A. Mattioli (1500-1577) scrisse nel 1544 I Commentari al Dioscoride, vero repertorio di tutta la scienza medica e botanica del tempo. Andrea Cesalpino (1519-1603) nel libro De Plantis afferma, in polemica coll'aristotelismo, che le piante non solo assimilabili, nel cercare nutrimento, agli animali; esse non producono calore e hanno processi di crescita inspiegabili. Con Paracelso (1493-1541) inizia il periodo degli studi chimici, che precorre la sintesi dei prodotti.

La scienza si concentra sul principio attivo della pianta. La “droga” diventa così un insieme di sostanze fra loro selezionabili ed estraibili, usabili separatamente o insieme. Lo “speziale” ora è un vero e proprio “farmacista”. I seguaci di Paracelso arriveranno purtroppo ad abolire totalmente l'uso delle piante, dando inizio a quella parte della chimica che studiava i medicamenti, detta iatrochimica. Nella distillazione si cominciano ad usare solventi alcool e acido acetico. Il ricercatore svedese Scheele fu presto in grado di isolare alcuni principi attivi come l'acido ossalico, citrico, gallico e malico. Magno (1638-1715) introduce nella classificazione botanica l'idea della famiglia (tutto il regno vegetale è diviso in 76 famiglie). Linneo (1707-1778), partendo dalla scoperta degli organi sessuali delle piante nei fiori, operata da Camerario (1665-1721), e tenendo conto del numero degli stami in classi e ordini, dividendo poi in generi e specie e adottando una speciale nomenclatura a due nomi, permise di identificare ogni specie vivente.


Oggi è opinione diffusa che l'uso della pianta in toto sia più efficace dell'assunzione di un singolo composto: sia perché ogni parte della pianta può svolgere un'azione catalitica, eccitante o inibitoria del suo principio attivo, sia perché si ritiene impossibile riprodurre sinteticamente tutti i composti elaborati dalla pianta, sia perché è tendenzialmente da preferire un'azione curativa blanda e sicura dovuta a basse concentrazioni di composti chimici.

Pervinca (Vinca minor) – Famiglia Apocynacee

è una erbacea perenne tipica del sottobosco, dove forma estesi tappeti sempreverdi, ma comune anche lungo i bordi delle strade. è una pianta piuttosto diffusa, coltivata sia a scopo ornamentale, soprattutto per realizzare bordure, che per l'impiego farmaceutico, per la produzione di vincristina. Alta 10-15 cm, ha un portamento strisciante e tappezzante. I fiori compaiono tra marzo e maggio, con una possibile seconda fioritura in autunno e sono caratterizzati da un bellissimo colore azzurro-violetto, denominato appunto blu-pervinca. La pervinca è considerata una pianta tossica per il suo contenuto in vincristina, un alcaloide indolico.In caso di assunzione di parti della pianta i sintomi precoci compaiono entro le 24 ore e sono a carico dell'apparato digerente, con nausea, vomito e febbre; quelli tardivi, nella prima settimana, consistono in cefalea, insonnia, delirio, allucinazioni, neuropatie, convulsioni e coma.

Ricino (Ricinus communis) – Famiglia Euforbiacee

è una pianta molto diffusa, impiegata a fini ornamentali per le sue grandi foglie palmate di un verde-rossastro. Dai fiori femminili, di color rosso acceso, si formano delle capsule spinose a tre comparti, contenenti una sorta di grossi fagioli di color marrone-avorio, variegati. Il tossico è la ricina, contenuta nella cuticola interna del rivestimento legnoso del seme. I sintomi possono essere precoci o anche tardivi. Se i semi sono masticati si ha un immediato bruciore alla bocca con edema della mucosa buccale e della lingua, a volte con un pericoloso rigonfiamento dell'ugola e delle strutture della base della lingua e possibilità di ostruzione respiratoria. Successivamente si sviluppano i sintomi gastroenterici. I sintomi tardivi, qualora i semi siano stati ingeriti interi, richiedono 10-24 ore per comparire e consistono in nausea, vomito, dolori addominali, diarrea muco-sanguinolenta. Possono inoltre comparire stato stuporoso, collasso circolatorio ed emolisi con complicanze renali. L'uso dell'olio di ricino, un purgante un tempo assai usato, non ha la stessa pericolosità dei semi ingeriti perché il processo di produzione permette l'estrazione dell'olio privo della componente tossica, che rimane nel residuo di spremitura.

Ruta (Ruta graveolens) – Famiglia Rutacee

è una pianta erbacea perenne dall'aspetto di piccolo cespuglio. Alta fino a 80 cm, presenta la parte inferiore del fusto lignificata e foglie decorative bi o tri-fogliate di colore verde-grigio. La fioritura si verifica tra giugno ed agosto come una piccola ombrella formata da più elementi di colore giallo-verdastro. L'odore, assolutamente caratteristico che la pianta emana la fanno distinguere facilmente dall'assenzio, con cui viene occasionalmente confusa. I frutti sono delle capsule tetra o penta-lobate contenenti semi brunastri, grossolanamente verrucosi. Le foglie della ruta sono usate, in piccola quantità, come aromatizzante nei liquori a preparazione industriale o domestica. La pianta è considerata tossica per il suo contenuto in furocumarine e rutarine e per gli alcaloidi chinolonici presenti nell'olio essenziale che da essa si estrae.
è sconsigliabile toccare la pianta a mani nude per la possibilità di riportarne arrossamento, gonfiore e vesciche. L'ingestione provoca invece irritazione grave delle mucose dell'apparato digerente, talvolta associati a danni anche irreversibili dei reni e del fegato.

Sambuco (Nigra – Ebulus) – Famiglia Caprifogliacee

Il primo è un grosso arbusto o un piccolo albero molto diffuso nelle siepi e lungo i fossi ai lati delle strade. Si riconosce più facilmente in tarda primavera (maggio – giugno) quando fiorisce con grosse infiorescenze bianche a corimbi, gradevolmente profumati. In agosto-settembre maturano i piccoli frutti neri, lucenti, disposti, come il fiore, ad ombrella.
Il sambuco ebbio è invece una pianta erbacea, a stelo singolo, alta circa un metro, mai isolata ma sempre in gruppi più o meno numerosi. I fiori, di aspetto simile a quelli del sambuco nero, hanno un odore di mandorle amare; le bacche sono simili.
Entrambe le piante, ma maggiormente l'ebbio, hanno proprietà lassative; in elevata quantità possono causare una diarrea severa e dolori addominali.

Veratro (Veratrum spp.) – Famiglia Liliacee

Ne esistono numerose specie ma nei pascoli montani dell'Europa centrale e meridionale si incontrano prevalentemente Veratrum album e Veratrum niger. Il veratro è una pianta erbacea perenne con rizoma carnoso e i fiori estivi raccolti in pannochie terminali. Erroneamente confuso con la genziana, che però ha le foglie opposte invece che alterne, può essere raccolto e utilizzato per la preparazione casalinga di liquori e tisane. La “niespilver” è una polvere starnutatoria in commercio in Europa che può contenere della polvere estratta dal rizoma del veratro bianco. L'ingestione di parti della pianta, di tisane preparate con essa o l'inalazione della polvere possono scatenare la sintomatologia caratteristica: soprattutto il vomito spontaneo, che per la sua precocità limita gli effetti sistemici; possono associarsi nausea, vertigini, sudorazione profusa e fredda e il rallentamento della frequenza cardiaca.

Vischio (Viscum album) – Famiglia Lorantacee

Il vischio è un sempreverde che cresce come semiparassita, generalmente sugli alberi a foglia caduca (meli, peri, etc.) ma talvolta anche sulle conifere. è caratterizzato da radici (dette austori) che penetrano nel legno della pianta parassitata da cui derivano nutrimento e ancoraggio.

Belladonna (Atropa belladonna) – Famiglia Solanacee

è forse la pianta più nota, dal punto di vista farmacologico, della numerosa famiglia delle Solanacee, per il suo contenuto di “atropina”. Già il nome “belladonna” indica l'antica consuetudine femminile di instillare il succo della pianta negli occhi per ottenere uno ” sguardo sognante”, molto apprezzato in altri tempi, in realtà dovuto a dilatazione pupillare e paralisi dell'accomodazione.
La belladonna cresce nella zona montana e submontana, nei boschi ombrosi delle Alpi e dell'Appennino.
è una pianta erbacea a radice rizomatosa, alta fino ad un metro e mezzo; presenta piccoli fiori caliciformi di color porporino-violaceo e bacche nere, lucide, delle dimensioni di un'amarena.
I bambini possono essere attratti dall'aspetto invitante delle grosse bacche confuse con gli appetitosi frutti del sottobosco, soprattutto con i mirtilli. Tutta la pianta, ma soprattutto le bacche, possono dare una sintomatologia tossica, comune peraltro ad altre piante della famiglia delle Solanacee, conosciuta come “sindrome anticolinergica”. I sintomi sono condensati in una vecchia filastrocca inglese:
“caldo come una lepre” (aumento della temperatura corporea)

“cieco come un pipistrello” (dilatazione pupillare e paralisi dell'accomodazione)
“secco come un osso” (blocco della sudorazione e della salivazione)
“rosso come una barbabietola” (congestione del volto e del collo)
“matto come una gallina” (eccitazione psico-motoria, allucinazioni).

Canapa (Cannabis sativa) – Famiglia Moracee

Originaria dell'Estremo Oriente e della regione himalayana, è una pianta annuale a fusti eretti, alta fino a 2 m, con la radice a fittone abbastanza profonda e con foglie molto caratteristiche, digitate, di forma quasi “a stella”.
è una specie dioica, nel senso che i fiori femminili e i fiori maschili sono portati da piante diverse. I semi, che nelle regioni temperate del continente europeo maturano in settembre sono molto appetiti dagli uccelli; questi non risultano avvelenati da tale consumo, nè divengono dipendenti da esso.
è una pianta ampiamente sfruttata dall'uomo. Mentre in Europa alcune sottospecie vengono coltivate per ottenerne fibre tessili, in altri parti del mondo (America del Sud, Africa, Estremo Oriente) la pianta viene estensivamente coltivata per trarne sostanze stupefacenti. In particolare da foglie e fiori essiccati si ottiene la marijuana, mentre l'hashish deriva dalla secrezione resinosa dei fiori femminili.
Il quadro sintomatologico è dose-dipendente: una lieve euforia con sensazione di benessere conseguono al consumo, per inalazione o ingestione di piccole quantità della sostanza, mentre l'intossicazione grave da luogo a stupore, sedazione e depressione del sistema nervoso centrale

Celidonia (Chelidonium majus) – Famiglia Papaveracee

La celidonia, il dono del cielo (coeli donum), così chiamata dagli alchimisti del Medioevo, perchè ritenuta dotata di poteri soprannaturali, è una pianta erbacea perenne, che cresce spontanea nel sottobosco non troppo ombroso e attorno alle case.
è alta 20-40 cm, dotata di fusto eretto, coperto da una fine peluria e secernente un lattice arancione, se viene spezzato. La sua fioritura è precoce, all'inizio della primavera, con piccoli fiori di color giallo-oro di odore non gradevole.
Tutte le parti della pianta e specialmente le radici risultano tossiche per il loro contenuto in alcaloidi, il pricipale dei quali è la chelidonina. Dopo ingestione i sintomi generali consistono in bruciore della cavità orale e della gola, dolori addominali, vomito, diarrea, perdita di coscienza, coma. Dopo contatto con il lattice secreto dai fusti spezzati è frequente la comparsa di dermatiti; stomatiti anche gravi e gastroenteriti emorragiche possono invece conseguire all'ingestione delle radici o di altre parti della pianta.

Cicuta (Conium maculatum – Aethusa cynapium – Cicuta virosa) – Famiglia Ombrellifere

Sono tre le specie di Cicuta, tutti e tre appartenenti al genere delle ombrellifere e tutte velenose.
Cicuta maggiore (Conium maculatum): è la più comune, passata alla storia per essere stata la bevanda mortale di Socrate. è una pianta erbacea, alta fino a due metri, con caratteristiche macchie rosso vinoso sul fusto e dai piccoli fiori bianchi disposti ad ombrella. La pianta può essere confusa con il prezzemolo quando è giovane, ma se ne distingue per uno sgradevole odore di urina di topo. La sostanza tossica è la coniina.
Cicuta minore (Aethusa cynapium): somiglia molto alla precedente, da cui si differenzia per l'intenso odore di aglio. La sostanza tossica è la cinapina che al pari della coniina determina un quadro tossico caratterizzato da nausea, vomito, rallentamento della frequenza cardiaca e progressiva paralisi muscolare che conduce all'insufficienza respiratoria ed arresto cardiaco.
Cicuta acquatica (Cicuta virosa): cresce in zone acquitrinose con fusto alto e fiori bianchi ad ombrella. La sostanza tossica è la cicutossina che determina precoce comparsa di vomito e la diarrea; quindi, dopo circa una-due ore compaiono le convulsioni.
Attenzione all'assunzione di allodole e altri piccoli uccelli, cacciati nel periodo primaverile. I volatili sono resistenti agli effetti della cicuta ed in primavera si nutrono dei germogli che appena spuntati sono inodori. Sono stati segnalati casi di intossicazione, con una sintomatologia simile a quella precedentemente descritta per la cicuta, dopo ingestione di volatili.

Cocomero asinino (Ecballium elaterium) – Famiglia Cucurbitacee

è una pianta tipica dei paesi mediterranei, originaria dalle regioni aride dell'Africa settentrionale. In antichità è stata usata da Egizi, Greci e Romani come purgante drastico. Chiamata anche elaterio o sputaveleno, è alta 20-40 cm e cresce nei terreni incolti, ai margini dei campi, un po' ovunque nelle regioni peninsulari litoranee e nelle isole. è una pianta erbacea perenne, strisciante, dotata di un fusto prostrato, coperto di pelli ruvidi. I fiori di color giallastro, venati di verde, simili a quelli del melone, sono situati all'ascella delle foglie. è molto caratteristica per questa pianta la modalità con cui avviene il distacco del frutto. A maturazione avvenuta, infatti, i gas presenti all'interno del frutto raggiungono una pressione critica ed il frutto stesso, simile ad una grossa ghianda verde, si stacca bruscamente dal pedunculo, spontaneamente o al minimo contatto; i semi e la sostanza mucillaginosa in cui sono contenuti vengono spruzzati a distanza, mentre la capsula vuota viene lanciata in direzione opposta per reazione.
Il quadro tossicologico, causato sia dalla ingestione che dal contatto cutaneo con la pianta, è costituito dai sintomi di una violenta gastroenterite: nausea vomito e diarrea muco-sanguinolenta

Colchico autunnale (Colchicum autumnalis) – Famiglia Liliacee

Chiamata anche freddolina o zafferano bastardo è una pianta erbacea perenne, che preferisce i terreni umidi sia di pianura che di montagna. è costituita da un bulbo-tubero sotterraneo, coperto da un rivestimento membranaceo brunastro. I fiori, in numero di 3-4 per bulbo, di color rosa-viola chiaro, sembrano prendere origine direttamente dal suolo, anche se circa 7 cm di peduncolo sotterraneo uniscono il fiore al suo bulbo. I fiori del colchico sono tipicamente autunnali; in primavera, invece, compaiono le foglie e i frutti, situati alla base delle prime. Tutte le parti della pianta e specialmente i bulbo-tuberi sono tossiche, per il contenuto in colchicina. I sintomi causati da questo alcaloide consistono in bruciore alla bocca, nausea, vomito, diarrea sanguinolenta, aumento della frequenza cardiaca e dolori toracici. Questi sintomi compaiono precocemente, da 2 a 5 ore dopo l'ingestione di parti della pianta. I sintomitardivi (24 ore), invece consistono in febbre e insufficienza epatica e renale. La febbre può persistere per alcune settimane. Attenzione deve essere fatta al latte di pecore o capre che hanno brucato questa pianta; gli animali sono piuttosto resistenti all'azione della colchicina, mentre il loro latte può essere tossico per l'uomo. Cavalli e bovini invece, abitualmente evitano di brucare la pianta.

Dafne (Daphne mezereum) – Famiglia Timelacee

è un piccolo arbusto che può raggiungere 1,5 m di altezza; cresce spontaneo nei boschi e nei pascoli alpini e viene coltivato anche nei giardini a scopo ornamentale. Costituisce un esempio di fioritura precoce, con fiori che precedono la comparsa delle foglie; infatti, con il tepore dei primi raggi di sole primaverile essi compaiono sulla parte apicale dei ramoscelli, anche se il terreno intorno è ancora imbiancato di neve.
Questa sua caratteristica fioritura, sui rami spogli, è il motivo per il quale viene chiamata anche fior di stecco. I fiori, di colore rosato, emanano una fragranza piacevole e penetrante, che fa contrasto per l'epoca in cui compaiono con la scarsità di vegetazione e colori dell'ambiente circostante. In estate compaiono le foglie lanceolate e le bacche verdi che a maturazione diventano rosse, simili per forma e dimensione a quelle del ribes: una vera attrazione per la curiosità dei bambini. Tutte le parti della pianta e specialmente le bacche sono pericolose per il contenuto di un diterpene tossico, la mezereina. Già dieci bacche della pianta possono costituire una dose mortale per un bambino. L'ingestione provoca sintomi quali nausea, vomito, diarrea sanguinolenta, bruciore e ulcerazioni della gola e della bocca, difficoltà respiratoria. Gli animali in genere evitano questa pianta a causa del suo sapore amaro; sono stati comunque descritti casi di avvelenamento mortale nei maiali e nei cavalli.

Datura (Datura arborea) – Fam.Solanacee

Come l'Atropa belladonna appartiene alla famiglia delle Solanacee. La Datura arborea e la Datura stramonium sono le specie più diffuse, cui si aggiungono le varie specie selezionate dai vivaisti per i colori dei bei fiori campanulati (giallo, rosa, arancio) e per il profumo (Datura suaveolens). Datura arborea è una rigogliosa pianta ornamentale, dai grandi e lunghi fiori pendenti.
La Datura stramonium è invece un piccolo arbusto e si distingue per i fiori a campana a postamento eretto disposti all'ascella delle foglie. Ogni parte della pianta risulta velenosa, se ingerita, per il contenuto di sostanze atropino-simili. Come per le altre Solanacee, gli effetti tossici si manifestano con una tipica ” sindrome anticolinergica” (v. belladonna).

Dieffenbachia (Dieffenbachia spp.) – Famiglia Aracee

Elegante pianta da interno, dalle ampie foglie verdi screziate di bianco, priva di fiori. La tossicità è limitata. è provvista di una spiccata azione irritativa e caustica per contatto. Se le foglie sono masticate, si determina una intensa sensazione di bruciore in tutto il cavo orale con possibile edema delle strutture del retro-bocca e possibile difficoltà respiratoria.
Gli effetti possono essere limitati alle labbra e alla lingua e in questo caso risolvono senza conseguenza; più importante è il quadro clinico se sono interessate le strutture del palato molle (edema dell'ugola) e dell'ipofaringe. I fenomeni di infiammazione ed edema interessano anche l' esofago e lo stomaco in caso di ingestioni di quantità maggiori della pianta. Il trattamento va deciso di volta in volta in relazione alla sintomatologia, alla quantità assunta e all'età dell' intossicato.

Digitale (Digitalis purpurea) – Famiglia Scrofulariacee

è una pianta erbacea biennale, che cresce e si dissemina spontaneamente, poco adatta ai terreni calcarei (è una specie calcifuga, come le eriche e le azalee); la spiga fiorale può superare 1 m di altezza. Nel primo anno di vita della pianta compaiono solo le foglie, verde scuro, a superficie rugosa, occasionalmente confuse con la borragine; nel secondo anno, in estate (giugno-luglio) compare un lungo stelo che porta i fiori, penduli, a campana, simili ad un ditale (da cui il nome digitale), di vari colori (bianco, rosa, giallo) risultato di ibridazioni effettuate a fini ornamentali.
Tutte le parti della pianta sono tossiche per cui, benchè la digitale venga usata in medicina per il prezioso contenuto in glicosidi cardioattivi, se ne sconsiglia vivamente l'uso empirico.
La sintomatologia da ingestione di parti della pianta è identica a quella dell'intossicazione da farmaci digitalici. Di solito sintomi come nausea, vomito, crampi e dolori addominali precedono i sintomi cardiologici, più tardivi, consistenti in rallentamento della frequenza, irregolarità del ritmo cardiaco e collasso; inoltre, confusione, allucinazioni e vertigini. Sono stati segnalati casi di avvelenamento in animali in seguito a ingestione di fieno contenente piante di digitale.

Dulcamara (Solanum dulcamara) – Famiglia Solanacee

Appartenente alla numerosa famiglia delle Solanacee, la dulcamara è una pianta erbacea perenne che cresce nei boschi umidi, lungo corsi d'acqua, nelle siepi, vicino alle abitazioni umane e ai ruderi. è una pianta alta fino a 2 m , dotata di un fusto legnoso nella parte basale, che si avvolge a qualunque tutore. Fiorisce da giungo a settembre con fiori di color violaceo, riuniti in pannocchie laterali, generalmente pendenti e con gli stami di colore giallo. Le bacche mature sono di colore rosso e di forma ovale. Se ingerite hanno dapprima un sapore dolce e poi amaro (da cui il nome dulcamara); le bacche immature, di colore verde, sono più tossiche di quelle mature.

Come per le altre specie appartenenti alla famiglia delle Solanacee, il quadro clinico tossicologico è determinato dal contenuto in solanina (v. alchechengi). è anche frequente la comparsa di una sindrome anticolinergica (v. belladonna). Sono stati segnalati casi di avvelenamenti anche in animali che avvevano brucato le piante.

Elleboro (Helleborus niger) – Famiglia Ranuncolacee

è una pianta erbacea perenne rizomatosa, alta circa 30 cm; presente allo stato spontaneo nei boschi ombrosi calcarei, è diffusa come pianta da giardino a fioritura invernale e più conosciuta come “rosa di Natale”. è costituita da foglie picciolate basali che permangono fino a dicembre. In questo periodo e fino a marzo circa, compaiono i fiori, grandi (diametro di 6-8 cm), di colore variabile dal bianco al rosa o al rosso vinoso. A fine marzo, alla scomparsa dei fiori e delle foglie vecchie, appaiono le nuove foglie che danno origine nel periodo estivo-autunnale a piccoli cespugli. Per il contenuto in glicosidi cardioattivi (elleborina ed elleborigenina) la cui azione danneggia il muscolo cardiaco, questa pianta è ritenuta molto tossica sia per gli uomini che per gli animali. Il quadro clinico è costituito da sensazione di bruciore alla bocca, vomito, diarrea e coliche addominali. A carico del cuore si possono avere aritmie cardiache, anche di severa entità. Casi di avvelenamento sono stati anche segnalati in seguito a consumo di latte di animali che avevano brucato le piante.

Fusaggine (Euonymus europaeus) – Famiglia Celastracee

Originaria del continente europeo, è una pianta cespugliosa o arborescente, alta fino a 2-3 m che cresce principalmente nelle regioni a clima temperato. è costituito da fusti a sezione quadrangolare, foglie caduche lanceolate. I fiori compaiono fra maggio e luglio, di colore verde pallido e odore piuttosto sgradevole sono riuniti in infiorescenze ascellari. I frutti sono costituiti da una capsula a quattro lobi, di color rosso corallo, di aspetto simile a un copricapo di sacerdote (da cui il nome popolare di beretta di prete). Il nome comune della pianta prende invece origine dall'impiego dei fusti come “fusi” per filare la lana; in passato la loro elasticità veniva anche sfruttata per la preparazione degli archi. Per il contenuto in evonimoside, un glicoside cardioattivo ed altri alcaloidi meno conosciuti, questa pianta è ritenuta velenosa. I sintomi dell'intossicazione si manifestano con gastroenterite, vomito anche persistente, diarrea acquosa. La loro comparsa è tardiva, fino a 10-12 ore dopo l'ingestione di parti della pianta ed in particolare dei semi. Il quadro può essere complicato da febbre, allucinazioni, convulsioni e coma. Un avvelenamento con le stesse caratteristiche può manifestarsi anche negli animali (cavalli, pecore, capre).

Ginestra (Spartium, Cytisus, Ulex) – Famiglia Leguminose

Si tratta di arbusti eretti che da un fusto unico si aprono in numerosi rami flessibili che portano le foglie e i fiori; il frutto è un legume contenente 4-5 semi scuri. Queste piante, diffuse in ambienti diversi, dai litorali alle alture aride, dai terreni incolti ai bordi delle strade, hanno in comune una fioritura molto appariscente, una vera cascata di fiori, generalmente gialli, ma anche di colori diversi per le varie cultivar vivaistiche di Cytisus.
Anche le proprietà farmacologiche sono simili e derivano dall'elevato contenuto in sparteina, un alcaloide responsabile dei sintomi dell'intossicazione, consistenti in nausea, vomito, diarrea, dilatazione delle pupille, salivazione, sudorazione e vertigini. Nella nostra esperienza alcuni casi di intossicazione multipla da questa pianta sono derivati dalla preparazione di un risotto ” ai fiori di ginestra” consigliato da una rivista.

Giusquiamo nero (Hyoscyamus niger) – Famiglia Solanacee

è una pianta tipica delle località a clima asciutto; spontanea, diventa talvolta infestante nei terreni ricchi di sostanze azotate, ma cresce anche sui terreni poveri; così si può trovare fra i cumuli di macerie, nelle discariche o ai margini dei terreni coltivati. è una pianta a ciclo biennale, talvolta anche annuale che raggiunge fino al mezzo metro di altezza. è caratterizzata da fusto vischioso, provvisto di peli ghiandolari; le foglie alterne con margine sinuoso e dentato ricoprono numerose il fusto. I fiori, presenti fra giugno e settembre, situati all'ascella delle foglie apicali, sono di colore giallo opaco o giallo-crema con venature violette. Il frutto, caliciforme, contiene un grande numero di semi brunastri, a forma di rene. Tutte le parti della pianta sono tossiche. Specialmente pericolosi sono le foglie e i semi che contengono alte concentrazioni di due alcaloidi: L-giusquiamina e scopolamina. Quest'ultima riproduce i sintomi della atropina e quindi il quadro tossicologico è costituito dalla “sindrome anticolinergica” (v. belladonna). Non sono noti casi di avvelenamento in animali.

Glicine (Wistaria sinensis) – Famiglia Papilionacee
Pianta rampicante originaria dalla Cina, assai robusta e longeva, che si fa notare fin dall'inizio della primavera per il profumo intenso e gradevole dei suoi fiori lilla o bianchi che si raccolgono numerosi in grappoli penduli. Rifiorisce anche, con pochi grappoli isolati, in tarda estate. Le parti tossiche sono i semi e la radice. In caso di ingestione i primi sintomi sono simili a quelli di una gastroenterite: vomito e dolori addominali con diarrea, congestione del volto e dilatazione pupillare.

Lauroceraso (Prunus laurocerasus) – Famiglia Rosacee
è un arbusto dal fogliame lucido e verde brillante impiegato comunemente per le siepi. I fiori bianchi e profumati disposti in racemi, danno luogo a drupe nerastre, simili a piccole olive nere velenose. In caso di ingestione, il quadro tossico può comparire nell'adulto per l'ingestione di almeno 50 frutti, mentre per il bambino ne sono sufficienti già 10. Attenzione alle foglie, anche queste tossiche ed impropriamente utilizzate in passato per ottenere “l'acqua di lauroceraso”, nota per le sue proprietà espettoranti. I sintomi sono il rossore del volto, l'intensa difficoltà respiratoria, il vomito e la progressiva alterazione della coscienza fino al coma.

Maggiociondolo (Laburnum anagyroides) – Leguminose
Il nome comune esprime sinteticamente le caratteristiche salienti di questa pianta. è un alberello a foglia caduca che in maggio si adorna di grappoli penduli simili a quelli del glicine, ma di colore giallo. In estate essi lasciano il posto ad un baccello piatto contenente dei semi marrone. I semi sono molto più tossici delle foglie. Un solo seme può determinare una sintomatologia tossica consistente in crampi muscolari, sudorazione e allucinazioni.

Mandorlo Amaro (Prunus amygdalus) – Famiglia Rosacee

è un albero alto fino a 5-7 metri, abbondantemente ramificato, con la corteccia del tronco screpolata da fenditure longitudinale. Originario dell'Asia è coltivata diffusamente nell'Italia centro-meridionale, dalla fascia costiera fino alla zona submontana. Questa pianta è caratterizzata da una fioritura che precede la comparsa delle foglie, con fiori molto numerosi, dal bianco al rosa. I frutti sono delle drupe con la superficie esterna verde, coperta da una fitta peluria. In piena estate, a maturità completata, i frutti presentano l'essicamento della porzione esterna, residuandone un nocciolo di forma oblunga, contenente uno, più raramente due semi ovali noti come mandorle.
Non esiste una differenza morfologica tra le varietà di mandorle dolci e quelle amare. Peraltro queste ultime contengono glicosidi cianogenici (fino al 5% di amigdalina) che possono causare il quadro dell& apos;intossicazione da cianuri. La sintomatologia consiste in vomito immediato e dolore in sede addominale alta, seguiti da respiro affannoso, non associato a colorito cianotico. Il respiro diventa successivamente più rallentato con sincope, letargia, convulsioni e coma. Anche due o tre semi, che non sono in grado di causare l'intossicazione negli adulti possono essere molto pericolosi per un bambino. Altri semi di piante del genere Prunus contengono amigdalina: sono potenzialmente letali per un adulto, oltre a quindici semi di mandorle amare, circa trenta semi di pesca o trecento semi di albicocca.

ACHILLEA MILLEFOGLIE (Achillea Millefolium L.) Compositae

Pianta a crescita spontanea, molto comune, la si ritrova ai bordi delle strade, lungo i fossati, in prati e terreni incolti.Presenta foglie grandi all'apparenza ma in effetti divise in tante minutissime foglioline (da qui il nome “millefoglie”). Ha fiori bianchi o rasa che si sviluppano a capolini a diversa altezza.Allorché recisa o schiacciata, la pianta promana un caratteristico gradevole odore aromatico. Nelle preparazioni officinali si utilizzano le sommità fiorite.Pianta officinale il cui uso è noto dall'antichità (già in uso nell'antica Grecia) ancor oggi utilizzata presso popoli nordici nei quali è ritenuta un'erba dalle proprietà straordinarie, magiche, capace di possedere effetto contro sortilegi e malefizi e per questo conosciuta come “ortica del diavolo.

Componenti e proprietà farmacologiche: Tra le sostanze attive dell'Achillea, in primo luogo è da elencare l'olio essenziale, costituito da vari terpeni (cineolo, borneolo, limonene, canfene), acidi organici (tra cui salicilico, isovalerianico, formico), alcuni flavonoidi (rutina, lateolina, apigenina), nonché carmazulene, mucillagini, tannini, fitosteroli.I bioflavonoidi sono principi attivi che aiutano a mantenere l'integrità normale dei capillari rinormalizzandone le funzioni attenuate per un aumentata fragilità o per una loro diminuita resistenza alle infezioni, ai farmaci, alle reazioni allergiche, ai disturbi della nutrizione.L'azione protettiva, rinfrescante e schiarente degli estratti di Achillea è da ascrivere non tanto alle mucillagini presenti in modesta concentrazione, quanto ai citati clamazulene e flavonoidi, sostanze che conferiscono a questa droga caratteristiche e comportamento simile a quelli della camomilla.I fiori e le foglie – ricchi in tannini astringenti – sono usati (decotto, infuso) per curare emoragie e come tonici astringenti e antispasmodici in applicazioni ad uso esterno con funzione emostatica, come cicatrizzanti ed antiemorroidali.
In oli da massaggio contro reumatismi e nevralgie, si impiegano gli estratti di Achillea per il loro olio essenziale (che contiene anche canfora).

Ad antichissima data risale l'uso di impacchi di infuso di fiori raccolti ed essiccati all'aria, contro le ragadi dei capezzoli, contro erruzioni cutanee, screpolature delle mani.

Estratti nella cosmesi:

Gli estratti di Achillea nelle utilizzazioni cosmetiche si sono rivelati particolarmente efficaci in preparati per il trattamento dei capelli come stimolanti del cuoio capelluto, per promuovere la circolazione sanguigna, a tutto beneficio dello stato di salute e di crescita dei capelli. Buoni risultati sono stati ottenuti anche con regolare applicazione di tricocosmetici a base di questa droga nel trattamento della forfora e del grasso dei capelli.Pertanto l'utilizzazione di estratti di Achillea è prevista nella preparazione di shampoo, lozioni, fiale-urto per frizioni. In queste utilizzazioni la droga di Achillea si ritrova generalmente associata ad altri estratti vegetali a funzione simile o complementare, integrativa: Betulla ( tonificante), Ginepro, Ortica (stimolante), Rosmarino, Timo (dermopurificante, antiforfora).Anche in prodotti destinati al trattamento cutaneo (viso e corpo) gli estratti di Achillea possono costituire un valido additivo funzionale in virtù della loro azione tonica, stimolante, astringente. Creme, lozioni, maschere facciali, geli, sono le forme cosmetiche che più comunemente li contengono.Consigliate anche nel caso di dermocosmetici le associazioni di estratti di Achillea con altre droghe a funzione simili o integrativa: in particolare si ritrova l'unione di Achillea con Camomilla in prodotti a marcata attività schiarente ed emoliente.

AGRIMONIA (Agrimonia eupatoria L.) Rosaceae

Pianta erbacea, cresce in prati assolati, in terreni incolti, ai margini delle strade a dei fossi, nelle discariche.Ha un fusto eretto, che si sviluppa da un piccolo rizoma e che può raggiungere anche i 70-90 cm in altezza. Le foglie che si sviluppano nella parte inferiore del fusto sono riunite a mazzetti, quasi a rosetta; poi si fanno alterne sul fusto, allungate, seghettate, coperte di una leggera lanugine che le rende spesso appiccicose.

L'infiorescenza e a forma di spiga, lungo la quale si sviluppano in continuazione, da giugno a fine autunno piccoli fiori a stella, di color giallo.La pianta è anche conosciuta coi nomi di Erba vettonica e Erba di S. Guglielmo.Ai fini officinali si raccolgono le sommità fiorite della pianta e le foglie fresche. Componenti e proprietà farmacologiche: Tra i componenti attivi della droga della pianta sono in particolare da ricordare un olio etereo, tannini, una sostanza amara (che si ritrova solo nella pianta fresca), alcuni acidi grassi (tra cui oleico, palmitico, stearico), degli acidi organici (salicilico, ascorbico, malico, citrico), una fitosterina, una vitamina (K); da estratti di foglie fresche è stata isolata anche Vitamina C.

Nella droga a presente anche acido ursolico.I principali usi medicinali descritti in vecchie ricette della medicina popolare (ma in molte contrade tuttora usate) prevedono la droga di questa pianta quale valido rimedio contro diarree, malattie del legato e della bile. In effetti molti autori hanno in seguito potuto confermare l'efficacia della droga nel trattamento di insufficienze e congestioni epatiche come stimolante del flusso di bile nel legato.

Sempre nelle ricette della medicina popolare estemporanea si ritrovano impieghi della droga di Agrimonia come decongestionante, risolvente e leggero anestetico negli stati infiammatori della congiuntiva a della faringe: in usi interni è consigliata come antispastico, depurativo, sedativo. Contenendo acido ursolico, a cui è stata riconosciuta attività cortisone-simile, la droga è descritta anche come decongestionante ed antipruriginoso in diverse dermopatie (dermatiti, foruncolosi. urticaria) soprattutto se di origine allergica, senza ingenerare effetti secondari indesiderati.Estratti di Agrimonia nella moderna cosmesi: L'uso cosmetico degli estratti di Agrimonia non è al momento molto diffuso.

Peraltro, in relazione a quelle che sono le sue proprietà farmacologiche, si può facilmente desumere che in alcune utilizzazioni cosmetiche gli estratti di questa pianta potrebbero svolgere una loro valida funzionalità. In particolare si potrebbe suggerire per la preparazione di cosmetici (creme, lozioni, geli, prodotti per igiene) destinati al trattamento di pelli sensibili o irritate con effetto lenitivo, balsamico, leggero astringente.Sono stati ritrovati estratti di Agrimonia in alcune formulazioni di prodotti destinati al trattamento di pelli grasse, seborroiche, nonché in prodotti (shampoo, lozioni) per il trattamento dei capelli grassi e per il trattamento esterno cosmetico della forfora.

ALTEA (Althaea Officinalis L.) Malvaceae
L'Altea -pianta erbacea che cresce spontanea in luoghi umidi, lungo i fossati, in terreni paludosi – e nelle campagne nota anche col nome di bismalva per una certa rassomiglianza che presenta con la Malva. Pianta molto nota nella medicina popolare per le sue numerose proprietà terapeutiche, oggi viene anche coltivata per fame una raccolta intensiva ai fini dello sfruttamento officinale.Gli estratti vengono ottenuti dal rizoma e dalle radici della pianta che vengono fatti macerare freschi quindi decolorati e filtrati, oppure sminuzzati ed essicati e quindi lavorati in un secondo tempo.Per utilizzazioni terapeutiche estemporanee vengono utilizzati anche foglie e fiori.

Componenti e proprietà farmacologiche:

Anche nell'Altea si ritrovano numerosi principi attivi la cui specifica azione consente un vasto e diversificato sfruttamento degli estratti della pianta ai fini terapeutici e, come vedremo cosmetici.In essa si ritrovano infatti mucillagini, pectine, amido. zuccheri (glucosio, saccarosio), lecitina, asparagina, fitosteroli. Le mucillagini sono presenti nella droga dell'Altea in dosi significanve (dal 25 sino al 35%). queste sostanze polimeriche con catene polisaccaridiche variamente combinate, costituiscono una specie di rete atta a trattenere acqua: esse agiscono in due modi diversi: primo, tendono a minimizzare l'evaporazione a livello epidermico formando un sottile film protettivo sulla pelle: in secondo luogo agiscono, data la loro igroscopicità, come veri a propri fattori idratanti primeri assorbendo umidità dall'ambiente circostante e cedendola poi alla cute con cui sono in contatto.

Gli estratti di Altea ricchi in muallagini svolgono pertanto sulla pelle un'efficace attività idratante, emolliente. protettiva e rinfrescante.In funzione di quanta detto, le principali utilizzazioni dell'Altea nella medicine popolare risultano essere nel trattamento emolliente ed antisfiammante su pelli o mucose arrossate (impacchi da decotto di foglie e fiori), contro il bruciore degli occhi stanchi ed arrossati ( infuso), in lavaggi contro irritazioni vaginali. ecc. L'Altea è usata in applicazioni estemporanee anche per uso interno. ad es. contro il catarro, come antisfiammante delle vie respiratone (gargarismi), contro irritazioni di stomaco e intestino. ecc.

Estratti di Altea nella moderna cosmesi:

Cosi come per la Malva. anche per l'Altea si potrebbe dire che le utilizzazioni cosmetiche degli estratti di questa pianta si rifanno ovviamente alle sopracitate utilizzazioni in campo terapeutico, cioè vengono sfruttate le proprietà idratanti, emollienti, rinfrescanti impatite alla droga dai principi attivi in essa contenuti.Gli estratti di Altea sono pertanto specifici principi attivi vegetali destinati ad essere utilizzati in cosmetici a dichiarata funzione idratante ed emolliente: in creme ammorbidenti (associate a miele.

Malva o altri estratti vegetali a funzione-simile, tipo Tiglio o Hamamelis. oppure in unione a fattori idratanti ricostituti a riconosciuta attività, o in lozioni o gel rinfrescanti e schiarenti (associate a Tiglio, Camomilla, Sambuco. ecc.).
Anche le pectine (esteri macromolecolari dell'acido poligalatturonico. che costituiscono anche il 10-12% dei principi attivi the arricchiscono gli estratti della pianta) con la loro azione gelificante e idratante svolgono azione ortodermica e funzionano da ammorbidenti a leviganti della cute, cosi come gli zuccheri. che pure abbiamo visto essere costituenti della parte attiva degli estratti di Altea.

Per concludere. i principi attivi dell'Altea a specifica funzione idratante indirizzano l'uso degli estratti della pianta in tutti quei casi ove si deve mantenere e ripristinare il livello idrico cutaneo, chiaramente come nella preparazione di cosmetici destinati al trattamento di pelli stanche, secche, senescenti, al fine di ovviare agli inestetismi che sono caratteristici di questi tipi di pelli aride o parzialmente disidratate. Da non sottovalutare la possibilità di utilizzo degli estratti idratanti ammorbidenti dell'Altea nella formulazione di creme, latti, lozioni e geli da applicare dopo la depilazione o la rasatura o doposole, per ripristmare la parziale disidratazione della cute conseguente all'azione meccanica del trattamento o all'esposizione prolungata alle radiazioni solari.

NOME SCIENTIFICO: Rumex acetosa, detta anche erba brusca e Rumex acetosella o acetosa minore.

FAMIGLIA: Poligonacee

DESCRIZIONE: L'acetosa è un'erba perenne rustica, piuttosto comune nei prati di tutta la penisola italiana, le cui foglie coriacee emanano odore erbaceo e hanno sapore acidulo.


FUSTO:

Il fusto dell'acetosa è eretto, ramificato, di colore rossastro e supera sempre il mezzo metro d'altezza; quello dell'acetosa minore invece si innalza al più per una trentina di centimetri.

FOGLIE:

  Le foglie di questa erba sono disposte alternativamente lungo lo stelo e hanno forma oblunga di lancia; le superiori sono più strette delle inferiori. Esse hanno un odore caratteristico e un sapore decisamente acidulo che, più lieve a primavera, si intensifica poi con l'avanzare delle stagioni. Le foglie dell'acetosa contengono vitamine, in particolare vitamina C, e sali minerali.


FIORI:

Dalla primavera avanzata fino ad agosto sbocciano, su piante maschili e femminili distinte, i minuscoli fiori rossicci riuniti in piccole pannocchie terminali. Per favorire l'emissione di nuove foglie conviene recidere le infiorescenze.

HABITAT: La Rumex acetosa è pianta assai diffusa sui pendii pratosi ben esposti e riparati dai venti e nelle zone coltivate di tutta la penisola italiana; è un'erba che predilige un terreno argilloso e ricco. La Rumex acetosella, le cui foglie anziché acidule sono amare, predilige invece un substrato sabbioso, asciutto e acido.

COLTIVAZIONE:

ESPOSIZIONE:  La posizione ideale per l'acetosella è decisamente ombreggiata.


RIPRODUZIONE:La moltiplicazione dell'acetosa può avvenire per semina, da effettuare in primavera su substrato umido (in questo caso la germinazione avviene in una decina di giorni) o per divisione dei cespi, questo metodo va effettuato nella stagione autunnale.


CRESCITA:La coltivazione della romice acetosa non presenta di norma nessuna particolare difficoltà: occorre solo tenere presente che le lumache sono ghiotte dei suoi germogli e dunque spargere sul terreno alcuni granuli di lumachicida o proteggere le piantine con altri metodi. Per avere foglie ricche di succo è bene innaffiare regolarmente le piante.


RACCOLTA:Già due mesi dopo la semina si può incominciare la raccolta delle foglie.


CONSERVAZIONE:E' sufficiente riparare le piante con un telo, o metterle a dimora in posizioni riparate, per avere a disposizione foglie fresche in ogni periodo dell'anno.

PROPRIETA':

IN CUCINA:

Le foglie dell'acetosa possono venire mangiate come fossero spinaci, cioè dopo averle lessate, oppure possono venire aggiunte alle minestre. Un accorgimento per rendere questa verdura più gradita consiste nel cambiare l'acqua, una volta, durante la cottura, in modo da ridurre il tipico sapore acidulo. Le foglie tenere possono anche venir mangiate crude in insalata. Un altro utilizzo dell'acetosa consiste nel preparare una salsa verde adatta in particolare al pollame e al pesce; il procedimento è il seguente: si lavano e poi si lessano una manciata di foglie di acetosa e mezza manciata di foglie di crescione assieme ad una cipolla (che poi va tolta), quindi si mescola il tutto con olio, aceto, sale e pepe fino ad ottenere una massa cremosa.

BELLEZZA:

Un impacco di foglie fresche, sminuzzate e stese sulla pelle del viso, chiude i pori dilatati e fa scomparire i cosiddetti “punti neri”.

SALUTE:

Le foglie dell'acetosa esercitano un'azione digestiva e rinfrescante; la radice, estratta dal terreno in autunno e posta in infusione o decotta, svolge azione lassativa e diuretica.

CURIOSITA':

Per il loro alto contenuto di calcio e sali minerali l'acetosa e l'acetosa minore sono sconsigliabili a chiunque soffra di calcolosi renale.

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