La storia del bucato dei nostri nonni

Racconti delle nostre nonne

A mio parere la parola bucato deve essere messa in relazione con i recipiente che veniva usato per la biancheria, l'orcio, la conca, il contenitore insomma  che conteneva il bucato per far scivolare via l'acqua sporca.


Infatti. La mia nonna raccontava che per fare il bucato era necessario servirsi di una cesta di vimini dalla forma arrotondata, simile ad un vaso, che veniva posta sopra due mattoni vicino ad uno scolo. La biancheria veniva sistemata all'interno di tale recipiente e compressa con le mani in modo da seguire l'andamento dei cerchi concentrici. L'ultimo indumento doveva essere collocato in modo che la parte finale allargata coprisse interamente la superficie della cesta. A questo punto veniva versata la liscivia. Cos'era questa liscivia? Era un miscuglio di cenere ricavata dal fuoco dei bracieri o dalla cucina a carbone, setacciata e messa a bollire per circa dieci minuti con abbondante acqua. Caldissima, veniva versata sui panni, l'ultimo dei quali serviva da filtro. Per tutta la notte gli indumenti rimanevano nella cesta e si impregnavano di liscivia che scivolava via lasciando, al mattino, piccoli residui in granuli, i quali venivano rimossi con delicatezza. Si procedeva quindi al risciacquo e tutto diventava bianchissimo. Noi bambini vivevamo questa esperienza come se fosse una magia.


Infatti noi ragazzini eravamo sempre presenti all'operazione del bucato, pronti ogni volta a scoprire, anzi riscoprire come funzionava.


Non era facile. Era, quella, un'attività di concentrazione e di attenzione che male si conciliava con la curiosità e l'invadenza di noi bambini; per cui, la sola risposta che ricevevo alla domanda del perché i panni venivano “sporcati” con la cenere era “Vai a giocare che non sono cose per te. Avrai tempo per imparare”. Invece, la nostra generazione non ha avuto il tempo e il modo di imparare. Viva la lavatrice! Comunque, i nostri giovani non sanno neppure cosa sia la liscivia!

è vero che i nostri nonni usavano i residui di olio per fare il sapone?


è proprio così, ed io lo ricordo benissimo. Era un rito per noi bambini, che sapeva di magico. Ho spesso assistito alla preparazione del sapone. Nessuna cosa veniva sprecata. L'olio di scarto – fritto, residuo nel fondo degli orci o troppo “invecchiato” – veniva conservato per essere trasformato in sapone. Il procedimento era il seguente: l'olio veniva diluito per la metà del suo peso con l'acqua, quindi versato in un recipiente di rame che in Calabria viene chiamato cardara o caldara cioè qualcosa che tiene caldo, che riscalda. Il recipiente veniva poi messo sul fuoco, appoggiato al tripode di ferro. Prima che cominciasse a scaldarsi troppo, veniva aggiunta la soda nella proporzione di un chilo per ogni cinque di olio ed acqua. Con un lungo mestolo di legno appositamente costruito – quando mancava era sufficiente un manico di scopa - veniva mescolato fino a quando non “filava”. Era il momento di togliere il prodotto dal fuoco. Il composto ottenuto veniva fatto freddare per un giorno: il sapone era pronto, bastava tagliarlo in pezzi grossolani.


Mi ricordo tutti quei pezzi messi in fila sopra un'asse, in cantina: il sapone ha bisogno di stare in un luogo fresco ed arieggiato.


Prendo l'occasione per far conoscere che la parola sapone è di origine antichissima e si trova nella parola accadica sabu/sapu, che significa bagnare; in latino lo ritroviamo praticamente identico, sapo.


Il sapone fatto in casa serviva anche per la pulizia personale e per il primo lavaggio dei panni: si passava poi al vero e proprio bucato.


tratto Da: www.cucinacalabrese.org

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