L'ITALIA FATTA IN CASA

Forse l'Italia è più ricca di quel che normalmente si pensa se si considera anche quanto le sue famiglie producono in casa. Ma se ciò fosse vero, quali sono i costi? Dare un ruolo così rilevante alla famiglia ha controindicazioni, in particolare per la condizione della donna, per il sistema educativo, per il mercato del lavoro e per la struttura del welfare state? Alberto Alesina e Andrea Ichino cercano di dare una risposta a queste domande nel loro libro “L'Italia fatta in casa” (Mondadori). Di cui anticipiamo qui un brano.

Quando cuciniamo gli spaghetti per la cena facciamo un lavoro il cui valore non viene incluso nel conteggio statistico del prodotto interno lordo. Se, invece di cucinare, andassimo a mangiare gli spaghetti al ristorante, il lavoro di chi li prepara e di chi ce li serve sarebbe incluso nel Pil. Lo stesso accade per la pulizia della casa, per la cura dei bambini e degli anziani e per tutti gli altri beni e servizi che la famiglia produce e che potrebbero essere acquistati nel mercato aumentando il Pil. Non è diversa la situazione degli spagnoli quando cucinano la paella o dei norvegesi quando pescano il merluzzo per la cena. Ma in Italia l'entità della produzione familiare non rilevata dalle statistiche ufficiali è maggiore che altrove. Possiamo, allora, sostenere che il nostro Paese, grazie a quanto le sue famiglie producono in casa, sia più ricco di quel che normalmente si pensi? E se fosse vero che produciamo in casa più di quanto prodotto dai cittadini di altri Paesi, non dovremmo forse chiederci se questo abbia dei costi, ovvero se dare un ruolo così rilevante alla famiglia possa avere controindicazioni, in particolare per la condizione della donna, per il sistema educativo, per il mercato del lavoro e per la struttura del welfare state? La risposta a queste domande è l'oggetto del nostro libro.

QUANTO VALE UN'ORA DI LAVORO IN CASA

Considerando solo quanto gli italiani producono per il mercato con il loro lavoro, un gap pesante li divide, in termini di redditoda lavoro pro capite, da quanto producono gli americani (-43,9 per cento), i norvegesi (-48,4 per cento) e ormai anche gli spagnoli (-1,6 per cento). Nel caso di Usa e Norvegia questa differenza rispetto all'Italia deriva da due fattori. In primo luogo gli italiani dedicano meno tempo degli americani e dei norvegesi a lavorare in modo retribuito per il mercato (rispettivamente -18 e -9 per cento). Recentemente, si è molto discusso della riduzione di ore lavorate nel mercato osservata rispetto ai primi anni del dopoguerra in alcuni Paesi europei tra cui l'Italia e la Francia. L'aumento della pressione fiscale in questi Paesi è un fattore che ha contribuito a determinare il fenomeno, ma non basta a spiegarlo completamente: nei Paesi del Nord Europa le imposte sono molto alte, eppure gli scandinavi lavorano più di noi nel mercato, suggerendo che altri fattori, tra cui quelli culturali considerati in questo libro, possano avere importanza nella scelta tra lavoro fuori e dentro casa.


In secondo luogo, il valore di un'ora di lavoro nel mercato, misurato dalla retribuzione oraria al lordo di tasse e contributi sociali, vale in Italia il 31 per cento in meno che negli Usa e il 43 per cento in meno che in Norvegia. Gli spagnoli invece lavorano per il mercato l'1 per cento in meno di noi, ma ormai l'entità dei loro salari orari medi li mette davanti a noi nelle statistiche ufficiali. Questa immagine di povertà relativa degli italiani però si ridimensiona considerevolmente se teniamo conto anche di quanto producono fuori dal mercato. Infatti gli italiani dedicano a produrre per la famiglia un numero di ore superiore a quello di tutti gli altri Paesi considerati (+8 per cento rispetto agli Usa, +13 per cento rispetto alla Norvegia e +10 per cento rispetto alla Spagna). Ma la sola considerazione del tempo non è sufficiente per trarre conclusioni, perché è necessario tenere conto anche del valore del tempo dedicato a produrre per il mercato e per la famiglia.& lt;/P>

Mentre nel caso del mercato il salario lordo orario è una misura non controversa del valore di un'ora di lavoro, il metodo per stimare il valore del tempo dedicato a produrre per la famiglia è più controverso. Un metodo possibile è quello del «costo-opportunità», che attribuisce a un'ora di lavoro familiare un valore pari al salario di mercato netto perso da chi dedica quell'ora alla famiglia invece che al mercato. In altre parole, un valore pari a quanto la persona che lavora in casa guadagnerebbe se invece di lavorare un'ora in casa lavorasse un'ora nel mercato. Usando questo metodo troviamo che il prodotto giornaliero di un italiano aumenta del 99,9 per cento se aggiungiamo il prodotto familiare a quello delle statistiche ufficiali.

Negli altri Paesi gli analoghi incrementi sono molto inferiori: 76,4 per cento negli Usa, 74,8 pe cento in Norvegia e 84,1 per cento in Spagna. Quindi, il gap che ci divide dagli americani si riduce dal -43,9 per cento delle statistiche ufficiali basate solo sul mercato al -36,4 per cento se consideriamo congiuntamente il prodotto per il mercato e il prodotto per la casa. Quello che ci divide dai norvegesi si riduce dal -48,4 al -40,1per cento. Rispetto agli spagnoli, il gap del -1,6 per cento segnalato dalle statistiche ufficiali si inverte, diventando del +6,8 per cento favorevole all'Italia.


è probabile, però, che questo metodo sovrastimi il valore della produzione familiare dei Paesi con retribuzioni medie più elevate. Infatti, se un ingegnere americano guadagna più di uno italiano nel mercato, quando il primo la sera lava i piatti questo suo lavoro familiare riceverebbe, con il metodo del costo-opportunità, un valore più alto di quello dell'ingegnere lavapiatti italiano (indipendentemente da chi dei due sia più bravo davanti al lavello). Un metodo alternativo è quello del «costo di mercato», che valuta un'ora di lavoro per la famiglia con la retribuzione media di chi potrebbe essere assunto nel mercato per svolgere quella stessa attività ovvero, nel caso del lavaggio di piatti, il salario di una collaboratrice o collaboratore familiare.

Usando questo metodo, il prodotto giornaliero di un italiano aumenta del 121,8 per cento se aggiungiamo il prodotto familiare a quello delle statistiche ufficiali. Ossia aumenta più che con il metodo del costo-opportunità, mentre gli analoghi incrementi negli altri Paesi risultano anchein questo caso considerevolmente inferiori, soprattutto negli Usa (53,4 per cento), ma anche in Norvegia (80,8 per cento) e in Spagna (81,3 per cento). Quindi il gap rispetto agli americani diventa meno della metà di quel -43,9 per cento stimato dalle statistiche ufficiali.

Con questo metodo, infatti, il prodotto complessivo degli italiani, per la casa e per il mercato, risulta inferiore solo del 18,8 per cento rispetto al prodotto complessivo degli americani. Rispetto ai norvegesi il gap si riduce dal -48,4 al -36,7per cento . Infine, il guadagno rispetto alla Spagna diventa del +20,3 per cento contro una perdita del -1,6 per cento nelle statistiche ufficiali.


Anche questo metodo, però, non è perfetto, in quanto sovrastima la produzione domestica nei Paesi in cui la disuguaglianza dei redditi è bassa e quindi i lavoratori meno qualificati guadagnano tanto in rapporto a quelli più qualificati. Infatti, con questo metodo un'ora di lavaggio piatti fatto in casa è valutata quanto la retribuzione lorda oraria dei collaboratori domestici disponibili per tale attività. Inoltre, se un ingegnere dedica un'ora a lavare i piatti invece che a lavorare per la sua azienda, il suo Paese perde il reddito che l'ingegnere avrebbe prodotto nel suo impiego regolare. Meglio sarebbe per il Paese, e forse per l'ingegnere stesso, se a lavare i piatti in casa fosse una persona che negli impieghi di mercato è dotata di una produttività inferiore a quella dell'ingegnere. Ossia è importante non solo < I>quantosi produce in casa, ma anche chiproduce, e di questo ci occuperemo nel terzo capitolo.

FAMIGLIA Sì, FAMIGLIA NO

Abbiamo quindi due metodi diversi per stabilire quelli che, in rapporto a ciascun Paese, possiamo considerare come il limite superiore e inferiore di valutazione della povertà relativa degli italiani qualora i confronti internazionali prendano in considerazione non solo il prodotto per il mercato, ma anche quello per la famiglia. La verità sta probabilmente da qualche parte tra queste due stime, ma anche volendo tenere per valida quella più prudente è chiaro che l'«Italia fatta in casa» non vale poco. Vale probabilmente molto più di quanto prodotto in casa e per la famiglia dagli americani, dai norvegesi e dagli spagnoli. Possiamo allora affermare che grazie al lavoro per la famiglia gli italiani stiano in realtà molto meglio di quel che sembra, e quindi non dovrebbero lamentarsi? Va tutto bene così oppure sarebbe meglio se gli italiani dedicassero meno tempo a produrre per la famiglia e più tempo a produrre per il mercato?

Tirare le fila di questo libro non è facile. Non si può concludere con un netto: famiglia sì, oppure famiglia no. Del resto, ce lo aspettavamo fin da quando abbiamo iniziato questo progetto. Il nostro obiettivo era riflettere noi stessi e fare riflettere i lettori sul fatto che il modo «italiano» di concepire la famiglia ha vantaggi e svantaggi, con effetti ramificati che raggiungono angoli della società e dell'economia anche molto lontani dal salotto di casa. Mercato del lavoro, sistema universitario, condizione della donna, dei bambini e degli anziani, struttura del welfare, senso civico, governance delle aziende, fiducia nelle regole e nelle istituzioni e persino le differenze di sviluppo tra Nord e Sud: sono tutti ambiti sui quali la famiglia italiana influisce. Abbiamo cercato di analizzare questo ruolo, evidenziandone costi e benefici senza pregiudizi, per valutare se va bene così o se vi siano spazi per migliorare la vita degli italiani senza con questo imporre modelli di famiglia importati da altre culture.

di Alberto Alesina e Andrea Ichino

Fonte: www.lavoce.info

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