OMEGA 3: A TAVOLA PIU' PESCE E MENO PILLOLE

In primavera cresce la richiesta di integratori e di tutto ciò che si propaganda come utile al recupero della forma fisica.

In primavera cresce la richiesta di integratori e di tutto ciò che si propaganda come utile al recupero della forma fisica.
Anche tra chi ha programmato qualche sacrificio dietetico per perdere i chili di grasso accumulati nella sedentarietà invernale, nasce l'idea di autoprescriversi qualche integratore. Infatti, con le diete dimagranti squilibrate o troppo ipocaloriche (al di sotto delle 1000-1200 kcal) è quasi impossibile coprire il fabbisogno giornaliero di vitamine o di minerali.
Il punto è proprio questo: con poche nozioni di base, sul ruolo dei vari gruppi alimentari si potrebbero orientare più consapevolmente le scelte alimentari, in modo da trovare gli integratori negli alimenti dove madre natura li ha posti a disposizione di chiunque, senza bisogno di quell'integrazione farmacologica che andrebbe riservata a casi e situazioni particolari.
Se ciò è relativamente facile per vitamine, minerali e fibre, lo è assai meno per la famiglia di acidi grassi polinsaturi che per la presenza di un doppio legame in una particolare posizione della catena carboniosa sono stati denominati “omega 3″.
E' proprio questa particolarità a rendere “essenziali” gli acidi grassi linoleico e linolenico, rispettivamente capostipiti della serie “omega 6″ e “omega 3″. Infatti, l'organismo umano non sa creare i due acidi grassi in questione e deve ricavarli preformati dal mondo vegetale o dai pesci. Il problema si complica ulteriormente se ammettiamo che la medicina non sa bene, tuttora, quale sia il rapporto ideale tra i due capostipiti, acido linoleico e linolenico, dato che la formazione dei loro derivati risente delle proporzioni in cui sono stati assunti i due progenitori.
L'uomo preistorico, raccoglitore di verdure e all'epoca più abile nel catturare i pesci piuttosto che i grandi quadrupedi, introduceva più acido linolenico di quanto non faccia l'uomo contemporaneo.
Oggi sappiamo, però, che le numerose reazioni chimiche necessarie per arrivare dai due progenitori ai loro prodotti intermedi e finali (biologicamente attivi con funzioni simili a quelle degli ormoni) sono condizionate proprio dai rapporti quantitativi fra le due serie.
Col trascorrere dell'età ed in alcune situazioni patologiche (obesità, diabete), l'attività enzimatica che consente la formazione dei prodotti finali è ulteriormente rallentata anche quando l'apporto dei progenitori delle due serie è normale.
A questo punto è chiara l'importanza del pesce o di specifici integratori che contengono, preformati, anche quei derivati chimici dell'acido linolenico dai nomi quasi impronunciabili (acido eicosapentaenoico e docosaesaenoico) che avrebbero dovuto formarsi nell'affollato crocevia enzimatico. In conclusione: la medicina non ha ancora le idee chiare sui dosaggi ottimali e sulle ripercussioni, presumibilmente tutte favorevoli, di una maggiore presenza nella dieta dei derivati delle serie omega 3.
Se ne possono giovare i predisposti alla trombofilia e all'infarto alle malattie autoimmuni, all'ipertrigliceridemia, all'ipertensione e alle aritmie, ma servono ulteriori sperimentazioni per definire l'utilità ed i dosaggi di un'integrazione di tipo farmacologico.
Però, chi ha la fortuna di apprezzare il pesce – specie quello azzurro, il salmone o le trote – è al sicuro da eventuale sovradosaggio e può ricavare solo vantaggi consumandone almeno un paio di porzioni la settimana.

Repubblica/Salute, 13 maggio 2004

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