Trifolium Pratense

Trifoglio rosso il bilanciere degli estrogeni Fortune di una Pianta portafortuna

 

Il trifoglio è una piccola pianta assai diffusa, che conta ben sessanta specie solo in Italia; una pianta comune, insomma, ben nota a tutti ma dall'aspetto e dalle dimensioni cosi modeste che spesso non gli si presta quasi attenzione, nascosta tra il folto dell'erba e le altre infinite piante che popolano i campi.

Oggi il trifoglio e molte altre piccole creature del mondo vegetale ci appaiono come semplice erba indistinta; i prati che le ospitano sono diventati solo luoghi di passaggio o di riposo, certamente desiderati, apprezzati e nostalgicamente ammirati, ma ormai ineluttabilmente sempre più distanti dai nostri ritmi di vita. Tornando invece indietro nei secoli, ben diversi erano i rapporti che legavano le piante e l'uomo, costretto a trarre direttamente da esse i propri mezzi di sopravvivenza. La conoscenza delle piante, il loro corretto utilizzo significavano vita o altrimenti morte. A ognuna di queste piccole piante, al pari delle più grandi, gli uomini, come diretti discendenti di Adamo, non solo avevano dato un nome ma per alcune di esse avevano riconosciuto e tramandato proprietà nutritive, per altre virtù curative se non addirittura magiche, per altre ancora terribili poteri mortiferi, assegnando però a tutte uno o più significati strettamente legati alle diverse fasi della vita, alle credenze e all'immagine che del mondo i nostri antenati si erano costruita. E in questo ricco codice, non di parole e segni ma di forme, colori e profumi, l'umile piantina di trifoglio ha da sempre portato in sé una storia nobile e una serie di contenuti quasi insospettabili. Tutto il suo valore già si palesa nel nome, che ne descrive con semplice evidenza la sua caratteristica e più tipica conformazione: tré foglie generate da un unico stelo. Il tré, da sempre, è numero tra i più densi di significato, immagine dell'esistenza, congiunzione tra l'Immutevole e il Mutevole. Nel millenario Tao-Te-King si può leggere che “il Tao genera l'unità, l'unità genera la dualità, la dualità genera la triade e quest'ultima tutte le cose”. Tutto l'universo si regge su un ritmo ternario, capace di sintetizzare, conciliare ed equilibrare i poh opposti. E questo eterno movimento cosmico sembra specchiarsi, in natura, proprio nell'essenziale semplicità del trifoglio. Sia che questo legame tra ordine dell'universo e forma del trifoglio fosse afferrato coscientemente o meno, da sempre il trifoglio ha rappresentato, in condizioni e in epoche culturali diverse, un segno fortemente beneaugurante e inequivocabilmente positivo. Già i Greci e i Romani guardavano con simpatia al trifoglio quale previdente messaggero di prietà nutritive, per altre virtù curative se non addirittura magiche, per altre ancora terribili poteri mortiferi, assegnando però a tutte uno o più significati strettamente legati alle diverse fasi della vita, alle credenze e all'immagine che del mondo i nostri antenati si erano costruita. E in questo ricco codice, non di parole e segni ma di forme, colori e profumi, l'umile piantina di trifoglio ha da sempre portato in sé una storia nobile e una serie di contenuti quasi insospettabili. Tutto il suo valore già si palesa nel nome, che ne descrive con semplice evidenza la sua carat- teristica e più tipica conformazione: tré foglie generate da un unico stelo. Il tré, da sempre, è numero tra i più densi di significato, immagine dell'esistenza, congiunzione tra l' Immutevole e il Mutevole. Nel millenario Tao-Te-King si può leggere che “il Tao genera l'unità, l'unità genera la dualità, la dualità genera la triade e quest'ultima tutte le cose”. Tutto l' universo si regge su un ritmo ternario, capace di sintetizzare, conciliare ed equilibrare i poli opposti. E questo eterno movimento cosmico sembra specchiarsi, in natura, proprio nell'essenziale semplicità del trifoglio. Sia che questo legame tra ordine dell'universo e forma del trifoglio fosse afferrato coscientemente o meno, da sempre il trifoglio ha rappresentato, in condizioni e in epoche culturali diverse, un segno fortemente beneaugurante e inequivocabilmente positivo. Già i Greci e i Romani guardavano con simpatia al trifoglio quale previdente messaggero di glio. La giovane constatò stupita che era proprio così.Con l'avvento del Cristianesimo e la progressiva evangelizzazione di tutto il continente europeo, gran parte del pantheon pagano venne smantellato insieme a tutti i suoi riti e alle sue superstizioni, ma non tutto andò perduto perché molte volte il nuovo credo, per avere ragione di popoli recalcitranti all'unico Dio dell'Evangelo, dovette venire a patti con credenze e tradizioni ataviche, farle proprie e piegarle in funzione della nuova fede. Così il trifoglio dei Druidi e degli elfi divenne una delle immagini della Trinità. Infatti, è leggenda, non tanto lontana dal vero, che Patrizio, il primo a portare il seme di Cristo nelle lontane e inospitali terre d'Irlanda neIV secolo, fosse riuscito a illustrare l'ineffabile mistero trinitario proprio grazie alla semplicità del trifoglio, tanto caro a un popolo fino ad allora all'oscuro di complessi sistemi teologici e filosofici: tré persone in un'unica sostanza come tré foglie raccolte in un unico stelo. E quando Patrizio venne proclamato santo, s'incominciò a rappresentare il fondatore della Chiesa irlandese con un trifoglio nella mano o ricamato sulle preziose vesti episcopali. All'epoca dell'esecrata dominazione inglese, Giorgio III, cercando di assicurarsi la riottosa nobiltà irlandese, istituì nel 1783 l'Ordine di San Patrizio, il cui stemma ovviamente presentava un trifoglio in bell'evidenza. Così strettamente legata alla figura di San Patrizio, patrono dell'isola, la piantina s'impose come uno dei simboli dell'Irlanda, tanto che il 17 marzo, festa del santo e della nazione, ancora oggi si possono vedere alcuni irlandesi portare sul vestito, come vuole la tradizione, uno o più mazzetti di trifoglio. Ma anche fuori d'Irlanda questa pianticella fu presto associata alla Trinità e per questo motivo venne spesso a trovarsi in molti di quei soffici tappeti erbosi, minuziosamente intessuti dai pennelli più illustri del Rinascimento per adagiarvici sopra figure d'Angeli, Santi, Madonne e Bambini Gesù. E tra le tante pie leggende nate dalla devozione popolare non manca quella secondo cui il trifoglio, facendo da cuscino a Gesù appena nato, a contatto col divin capo fiorì improvvisamente in pieno inverno. Non solo immagine della Trinità, il trifoglio divenne anche simbolo della salvezza dal peccato operata da Cristo, poiché la tradizione greca e romana assegnava alla pianta il potere di guarire i morsi di serpenti e scorpioni, da sempre rappresentazioni del demonio. Venerato dai Druidi, eletto a simbolo della Trinità e della Salvezza nell'iconografia cristiana, era impossibile che il trifoglio non si affermasse in tutta Europa come segno di fortuna e prosperità. Nel giorno di S. Giovanni le pulzelle di Francia erano solite cercare nei fiori di trifoglio, come fossero margherite, la conferma di felici sponsali tanto vagheggiati, mentre ancora oggi, nel resto d'Europa, la scoperta di un quadrifoglio fa sperare le ragazze in un prossimo matrimonio e gli uomini in un avvenire fortunato. E infine, allo scadere del '500, il secolo che vedeva nascere la rivoluzione scientifica ma che ancora si nutriva ampiamente di riti magici, influenze astrali e formule alchemiche, un certo Apomasaris di Francoforte, nel serioso latino dei suoi Apotelesmata, annunciava favorevoli auspici a chi fosse stato visitato nel sonno da grandi quantità di trifoglio: seminare trifogli o vederli germogliare, chiuderne il seme in un forziere o setacciarlo potevano di certo significare vita tranquilla e beata, poche fatiche, molte ricchezze e buona fama. Invece una mala sorte incombeva su chi in sogno fosse incappato in un banchetto a base di trifoglio: lo sventurato doveva aspettarsi solamente speranze deluse, povertà e disgrazie in eguai proporzione all'abbuffata di trifoglio!

BOTANICAMENTE PARLANDO

II trifoglio pratense, o rosso (rea dover per gli inglesi), è solo una delle circa trecento specie di Trifolium, genere istituito da Linneo e compreso nella famiglia delle Leguminose e nel sottogruppo delle Papilionacee. Pianta spontanea, il trifoglio si può trovare ovunque, dal livello del mare fino ai 3000 metri d'altezza, nei prati, lungo i sentieri, nelle radure e nei pascoli di pianura e montagna. Le sue specie sono distribuite principalmente nelle regioni temperate e subtropicali dell'emisfero boreale del globo, rifuggendo solo l'eccessiva umidità o aridità del suolo. Ben sessanta sono le varietà individuate in Italia, di cui una dozzina nelle Alpi. Il nome del genere Trifolium rispecchia la caratteristica più evidente di queste piante, vale a dire le foglie composte da tré foglioline in disposizione digitata. I fiori, riuniti in infiorescenze a capolino o a spiga, hanno calice tubuloso, profondo e sottile, e avvizziscono senza cadere. Il frutto è un legume di forma ovale e compressa, coperto o appena sporgente dai resti membranosi del calice. Ritornando al pratense, è sicuramente una delle più diffuse specie di trifoglio. Pianta perenne ma dalla durata media di due anni, ha radice robusta, a fusto lungo, capace di arrivare molto in profondità. Gli steli possono crescere dai 40 cm fino ai 70 cm d'altezza. Le foglie trifogliate hanno foglioline ovali o ellittiche, con tipica macchia biancastra a “V” sulla pagina superiore. I fiori, di colore rosso violaceo, sono numerosi – se ne possono contare dai 50 ai 250 – e riuniti in capolini globosi. In Italia il trifoglio rosso è tipico delle regioni centro-settentrionali, è molto resistente al freddo e predilige di norma i terreni argillosi. Fornisce due o tré ricacci annui, molto fogliosi, con una fioritura che va da maggio a settembre. Pianta foraggera come altri trifogli, il pratense si distingue per una notevole produzione che si può attestare, in una coltivazione monofita, attorno ai 400-600 quintali all'anno. Puramente consumato come fieno, fresco è talmente apprezzato dal bestiame da essersi meritato il nome di “pane del latte”.Oltre che importante pianta foraggera, il trifoglio rosso è utilizzato anche nella rotazione agraria per l'arricchimento del suolo e l'incremento delle proprietà nutritive dell'erba. I trifogli, infatti, presentano, sulle radici, dei piccoli tubercoli, di forma cilindrica e lunghi qualche millimetro,contenenti dei batteri (Rhizobium trifali!) m grado di trasformare l'abbondante azoto presente nell'aria – che le piante non riescono ad assorbire direttamente – in ammonio organico, essenziale per la crescita delle piante stesse. Il trifoglio pratense è anche un'importante pianta mellifera, essendo in alcune località l'unica fonte di nettare e di polline per le api nei mesi estivi, anche se il suo più affezionato impollinatore ad ogni modo sembra essere il bombo, i cui nidi si trovano nella terra, lungo i campi, nei boschetti e nei prati incolti. Di grande utilità, il pratense viene impiegato anche a solo scopo ornamentale per la composizione di ameni tappeti erbosi, in associazione con altre piantine quali il fleolo, l'erba mazzolina e il loglietto inglese.

                                        DAGLI ANTICHI TRATTATI AGLI STUDI SCIENTIFICI

Simplices in latino venivano chiamate le piante medicinali.

I Greci e Romani dedicarono ai loro principi e alle loro proprietà curative un gran numero di dotte compilazioni, nelle quali si ritagliò spesso un proprio spazio anche il trifoglio, pianta tra le più diffuse nel mondo allora conosciuto, dalle coste del Mediterraneo fino alle lande del Nord. La prima testimonianza in tal senso giunta fino a noi è del latino Scribonio Largo, il quale, compilando le sue Compositiones ai tempi dell'imperatore Claudio (41-54 d.C.), riferiva di un certo trifoglio acuto, dall'odore intenso e dalle foglioline lanose (il Trifolium subtenaneum di Linneo?), assai diffuso in Sicilia e di grande utilità contro i morsi dei serpenti. Mezzo secolo più avanti Dioscoride, i cui scritti in campo botanico e farmaceutico rimasero validi fino al XVIII secolo, non si limitava a ribadire tali virtù terapeutiche del trifoglio ma ne consigliava ulteriori utilizzi. Semi, foglie e radici della pianta erano indicati per “il mal caduco” (epilessia), l'idropisia e i dolori al costato, per agevolare minzioni e mestrui e per guarire febbri terzane e quartane. Che dire: un vero e proprio toccasana! Nella Naturalis Historia di Plinto il Vecchio, in quella che si può definire la prima grande enciclopedia della storia, non potevano mancare delle notizie sul trifoglio e sui suoi utilizzi. Mescolato a vino o aceto, il trifoglio guariva dal morso di serpenti e scorpioni, mentre, su tutt'altro versante, i semi di un tipo di trifoglio a foglie minute potevano essere d'aiuto alle giovani donne nel mantenere ben liscia la pelle del viso. Per il mondo antico l'ultima parola spettò al sommo Galene (129-200 d. C.), che, sfrondando tra le mille applicazioni, consigliava di bere la pianta di trifoglio solo per i dolori al costato e per sollecitare il mestruo e l'urina.Con la fine dell'Impero romano tutto questo patrimonio di sapere botanico e farmaceutico non andò perduto ma anzi, arricchendosi con l'avvento della civiltà araba, si raccolse, per poi estendersi nei diversi centri dell'Europa medievale, nell'illustre Scuola di Salerno, nota nel XII secolo come “Civitas hippocratica”.

Nel trattato di uno dei suoi più rinomati maestri, Mattheus Platearius, i precetti di Dioscoride sul trifoglio vi ritornano tutti immutati, mentre in altri erbari medievali viene assegnata alla nostra pianta un'ulteriore virtù terapeutica. Per sanare le macchie dell'occhio (leucomi) sarebbe bastato porvi sopra una polvere di foglie di trifoglio. Nello spazio di quindici giorni si era sicuri della guarigione perché, come si può ancora leggere, & quot;probatum est”. Con l' avvento della stampa alla fine del '400, anche la compilazione e la pubblicazione degli erbari venne di molto incrementata. Opere come i Commentari di Dioscoride di Pietro Andrea Mattioli (1544) o YHerbario Nuovo di Castore Durante (1585), ricchi di tavole e dall'elegante veste grafica, rappresentarono anche per il trifoglio il compendio di tutto ciò che nei secoli era stato detto e scritto sul suo conto. Ma era il culmine di una parabola perché ormai la nuova scienza del '600 voltava le spalle all'autorità degli antichi per volgersi direttamente al “gran libro della Natura”. Decotti, polveri e infusi a base di trifoglio scomparvero dai trattati ufficiali ma il loro uso si mantenne all'interno del vasto circuito della sapienza popolare. Il trifoglio, in particolare quello rosso, continuava così ad essere variamente indicato per lenire ferite, cicatrici, seni dolenti e gotta, per calmare pertossi e bronchiti, per frenare mestrui bianchi (leucorrea), diarree ed eccessive secrezioni gastriche.

Il primo ritorno agli studi scientifici si ebbe, curiosamente, con Darwin, che nel 1869 si avvalse proprio del trifoglio rosso per illustrare uno schema di relazione lineare. Egli, infatti, aveva osservato come la maggiore diffusione di trifoglio pratense in alcune zone dell'Inghilterra potesse essere legata alla presenza dei gatti, noti cacciatori di topi, i quali a loro volta distruggevano i favi e i nidi dei bombi, principali impollinatori del pratense. Più gatti=meno topi, meno topi=più bombi e più bombi=più trifoglio: il ragionamento era perfetto! A questa prova, seguirono poi, più vicino ai nostri giorni, i numerosi esperimenti effettuati per tentare di trasferire le colonie di batteri, capaci di trasformare l'azoto in sali minerali, dal trifoglio ad altre piante, così da poter risparmiare sui fertilizzanti.

Gli esiti non furono positivi ma tali ricerche permisero una più approfondita conoscenza di questa pianta e dei suoi componenti. Alla metà del '900 risale la fondamentale scoperta delle proprietà estrogeniche del trifoglio rosso, di cui parleremo più avanti, mentre oggi, in una fase d'avvicinamento a forme di moda salutistica, non si può fare a meno di segnalare come la nostra piantina abbia fatto il suo ingresso anche a tavola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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