Vivere senza supermercato si può. Elena Tioli racconta come (ma io non ci penso proprio)

 

“Un libro perfetto per alimentare i sensi di colpa di chi vorrebbe essere più sostenibile, più responsabile dei propri consumi, più etica e più ecologica ma che in fondo non pensa di poterlo fare davvero. O di riuscire a farlo davvero. O di volerlo fare davvero”. Ecco il primo pensiero che mi è venuto in mente leggendo la storia di Elena Tioli, che ha deciso non solo di smettere di fumare e di mangiare cibi che fanno male, di più: ha deciso di vivere una vita senza supermercato. vivere senza supermercatoHa rinunciato a passare il sabato pomeriggio fra le corsie della grande distribuzione, fra le lattine di pomodoro e un’offerta tre per due di caffè e uno scaffale con migliaia di prodotti per la pulizia della casa, di caricarsi l’auto e la vita di cose dall’imballaggio perfetto e luccicante, di cibi pronti, di frutta e verdura fuori stagione, di robe pesanti che fanno male alla salute e all’ambiente. Non solo l’ha fatto: continua imperterrita nella sua missione. Ha cambiato consumi e stile di vita, abbracciando quello della decrescita. E ha raccontato la sua storia nel libro Vivere senza supermercato. Storia felice di una ex consumatrice inconsapevole (Terra Nuova Edizioni 2017). Il secondo pensiero che mi è venuto in mente continuando a leggere? “Non mi convincerà mai a fare l’ammorbidente in casa o a diventare vegana. Non è possibile che le cose buone non facciano ingrassare”. Detto questo, la storia raccontata è una bella storia. Una di quelle che ti fa saltare sulla sedia e dire che sì, c’è speranza e qualcosa si può fare anche nel proprio piccolo.

Il libro non è affatto un manuale di istruzioni per liberarsi dal supermercato – anche se le indicazioni su come sopravvivere ci sono eccome – ma la storia di chi ha deciso di compiere questa scelta, che è inizio e simbolo di un cambiamento complessivo di stile di vita. Quello che porta ad abbracciare un consumo critico e consapevole, informato e ragionato. Uno stile di vita che impedisce di comprare frutta e verdura fuori stagione, riporta al contatto col mondo dei produttori, conduce alla valorizzazione dei consumi essenziali, all’abolizione di quelli superflui e alla riscoperta dell’autoproduzione – compresi i detersivi per la casa. “Decidere di non andare più al supermercato – scrive l’autrice – è stato talmente facile che oggi ritengo sia molto più complicato vivere come facevo prima, come sarebbe normale secondo quanto imposto dalla società. Una società che, mentre prosciuga la nostra energia vitale, ci insegna a pagare per avvelenarci, ci vuole consumatori ubbidienti, telespettatori presenti, ruba il nostro tempo, ci spolpa l’esistenza e intanto ci costringe a pensare che è bello, normale e giusto che sia così”.

A qualcuno probabilmente una storia del genere può far venire l’orticaria. Come si fa a rinunciare a quel piacere perverso dato dalla vista degli scaffali del supermercato che ci presentano prodotti invitanti, in un packaging accattivante, e ci ricordano di tutte quelle cose da comprare che inspiegabilmente sono rimaste escluse dalla nostra lista della spesa? Se poi si dubita del credo ambientalista, meglio tenersi alla larga dalle pagine con cui Elena Tioli ci ricorda – con dati scientifici – dei danni della plastica, della chimica, degli allevamenti intensivi, della grande distribuzione organizzata e di tutto quel mondo nel quale tutti noi siamo, volenti o nolenti, perfettamente immersi. E quali sarebbero le dritte per affrancarsi da tutto questo? Gruppi d’acquisto solidali, spesa online, contatto con i produttori – per un biologico che sia a chilometro zero e sporco di terra piuttosto che di gran marca, perché allora si può anche risparmiare – piccole botteghe, acquisto sfuso, ritorno all’autoproduzione, scelta di un consumo critico e dunque meno consumista. Una scelta estrema? Non più di tanto, sembra leggendo le pagine di questo libro, anche se personalmente (scusate la prima persona) faccio ancora fatica a pensare che uno dei piaceri della vita non sia fondamentalmente legato a qualcosa che faccia male o meglio, che faccia ingrassare. Tant’è.

I messaggi che più di altri danno forza a questa storia sono due: vivere senza supermercato è possibile, nel senso che è possibile scegliere stili di consumo diversi dal mainstream senza per questo morire di fame o vestirsi di cenci; è possibile diventare consumatori più attenti, più responsabili e consapevoli, informandosi ma anche esercitando la nobile arte del dubbio, mettendo in discussione le stesse informazioni che ci arrivano, per la fonte da cui ci arrivano, anche dagli esperti da cui arrivano. Che non sempre sono in buona fede. Scrive l’autrice: “Se vogliamo essere consumatori consapevoli e responsabili dobbiamo imparare a distinguere le cose, a dubitare degli stessi esperti, a ricercare una corretta informazione. A non farci prendere in giro, insomma”.

Al fondo la lettura di una storia come questa rischia di ribadire e confermare le posizioni di chi legge. E dunque grande ammirazione per questa scelta ma no, non ho nessuna intenzione di diventare vegana o vegetariana, né di rinunciare al piacere perverso del caffè e della cioccolata, né di immolarmi alla difesa dell’ambiente confezionando da sola l’ammorbidente né di rinunciare ai millemila prodotti per la cura della persona o a un bel gesto di shopping compulsivo che mi fa acquistare un rossetto perfettamente inutile. Ti ammiro tanto, davvero. Ma io non lo farò mai. Forse.

 

@sabrybergamini

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