Acqua, Legambiente: troppi fiumi e laghi inquinati

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“Il 2015 è l’anno previsto dalla direttiva 2000/60 per il raggiungimento degli obiettivi di buona qualità delle acque, una scadenza a cui il nostro Paese arriva con grande ritardo”. In Italia sono ancora troppe le storie di falde acquifere, di fiumi e di laghi inquinati. E le previsioni per il futuro non sono esaltanti: solo il 29% delle acque superficiali è previsto in buono stato, e solo il 52,7% delle acque sotterranee. Una prospettiva di miglioramento ma decisamente lento. La denuncia è contenuta nel recente dossier “Cattive acque” di Legambiente.

L’associazione, che ha pubblicato lo studio in occasione della giornata mondiale dell’acqua dello scorso 22 marzo, evidenzia che “ad oggi in Italia lo stato ecologico superiore al buono è stato raggiunto solo dal 25% dei corpi idrici superficiali, mentre lo stato chimico buono è stato raggiunto solo dal 18%. La percentuale dei corpi idrici superficiali che riesce a soddisfare tutti i requisiti è pari solo al 10%”. Per il futuro ci sono dati in miglioramento ma non di tanto.“Le previsioni per il futuro non sono migliori, come risulta da quanto comunicato dal nostro Paese alla Commissione europea: nel 2015 la percentuale dei corpi idrici superficiali in stato buono (o superiore) dovrebbe salire solo al 29% – dice Legambiente – Per le acque sotterranee, dal 49% in buono stato del 2009 dovremmo passare al 52,7%, con una prospettiva assolutamente insoddisfacente e ancora troppo lontano dagli auspicabili obiettivi della direttiva, che richiedono che tutti i corpi idrici significativi raggiungano il buono stato di qualità”.

Fonti di inquinamento molteplici pesano su fiumi, laghi, falde acquifere. Secondo il recente rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente “L’ambiente in Europa – Stato e prospettive nel 2015”, a livello europeo, “oltre il 40% dei fiumi e delle acque costiere sono interessati da un inquinamento diffuso, mentre tra il 20% e il 25% sono soggette a inquinamento da fonti puntuali, come strutture industriali, sistemi fognari e impianti per il trattamento delle acque reflue”. L’Italia, spiega Legambiente, rientra pienamente in questo quadro, con le maggiori criticità per le acque interne, principalmente nel mezzogiorno ma anche al centro-nord, mentre per le acque costiere la situazione sembra rovesciata – ma pesa anche la mancanza di dati di alcune regioni.

Ci sono acque in cattivo stato per contaminazioni da idrocarburi, da scarichi civili, per mancate bonifiche. “Vogliamo ricordare – dice Legambiente – il caso Tamoil a Cremona e quello di Augusta, Priolo e Melilli in Sicilia, con falde contaminate da idrocarburi; la valle del fiume Sacco nel Lazio, il basso bacino del Chienti o il fiume Sarno, ancora da bonificare; le storie di inquinamento da scarichi civili (il canale Navile di Bologna) e di avvelenamento dalle realtà industriali (il fiume Basento); le contaminazioni di corpi idrici potabili (la falda di Bussi sul Tirino a Pescara, quella tra Vicenza, Verona e Padova, quella di Solofra, in provincia di Avellino, e, ancora, il lago Alaco in Calabria); ma anche le lagune costiere di Grado e Marano in Friuli e quelle di Lesina e Varano sul Gargano”.

Ci sono però anche le storie delle acque salvate, di fiumi fortemente inquinati che però stanno riacquisendo uno stato migliore grazie a politiche attente di salvaguardia e recupero ambientale: sono le esperienze nate con i Contratti di fiume in Lombardia, sul Lambro e l’Olona, o sulla Bormida al confine tra Piemonte e Liguria, dove il fiume dopo anni di sversamenti e inquinamento oggi ricomincia a vivere o gli interventi di riqualificazione fluviale sul Cherio, in provincia di Bergamo. “Abbiamo voluto raccontare le storie positive – ha detto il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti – perché siano di stimolo per mettere in campo una seria politica di recupero e di tutela dei fiumi, delle falde e delle acque. Serve però la volontà politica perché una corretta gestione della risorsa idrica deve prevedere azioni e strumenti precisi: piani che coinvolgano tutti gli attori interessati e perseguano l’obiettivo di ridurre i prelievi e i carchi inquinanti; un’azione diffusa di riqualificazione dei corsi d’acqua e rinaturalizzazione delle sponde; fermare i numerosi scarichi industriali e civili che ancora oggi inquinano la risorsa idrica e realizzare la bonifica delle falde contaminate. Occorre, infine, applicare strumenti di partecipazione adeguati come i Contratti di Fiume, che, come dimostrano le esperienze già attuate, consentono di coniugare la qualità dei corpi idrici con la mitigazione del rischio e lo sviluppo socio economico delle comunità locali”.

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