Dopo la retorica dell’otto marzo…

mimose Passata la sbornia di belle frasi e buone intenzioni sulla necessità di dare alle donne il rispetto che meritano, ma di cui ancora si discute come fosse un lusso, oggi voglio rischiare, infilandomi in quelle situazioni in cui, soprattutto se si è uomini, qualunque cosa si dica si sta sbagliando, o rischiando di essere fraintesi. Come? Riprendendo un pezzo scritto qualche anno fa, e che qua lascio invariato, in cui spiego perché la decrescita secondo me è più femminile che maschile. In origine era stato pubblicato sul mensile La Voce del Ribelle, che ringrazio ancora oggi. Eccolo qui sotto. La femminilità della decrescita La decrescita è donna. O comunque un fenomeno molto più femminile che maschile. Chi scrive è un uomo, felice di esserlo, innamorato delle caratteristiche delle persone equilibrate (uomini o donne che siano) che non devono ostentare nulla per affermarsi nel mondo che le circonda. Ma si può negare la superiore sensibilità, delicatezza, raffinatezza e, sotto moltissimi aspetti, appunto, equilibrio delle caratteristiche femminili rispetto a quelle maschili? O si può negare che questo tipo di società, basata sulla competizione in ogni singolo aspetto della vita, non sia una caratteristica tipicamente maschile, non solo nel caso degli esseri umani, ma nel regno animale in generale? Partiamo da un concetto, già considerato in questi ultimi anni da diversi studiosi: la cosiddetta “maschilità di mercato”. In cosa consiste? Nel fatto che essere virili significa essere forti, avere successo, essere capaci, affidabili, dominanti: tutte caratteristiche di quei bottegai che, nel corso degli ultimi due secoli, hanno preso il sopravvento (fino a diventare ai giorni nostri importanti politici e uomini d’affari) sia sugli aristocratici dallo stile e dai gusti femminei, sia su quegli artigiani che, soddisfatti del loro operato ma non bisognosi di accumulare ricchezze all’infinito, si accontentavano di fare le cose bene e con cura. Le definizioni di maschilità che la nostra cultura ha sviluppato non sono solo basate sul potere di alcuni uomini su altri uomini (magari di diversa etnia o credo religioso), ma anche e soprattutto sulle donne; oltre al fatto che, come afferma il sociologo Michael Kimmel, gli uomini americani (ed occidentali in generale) sono ormai “espressione di una definizione di maschilità che trae identità dalla partecipazione alle logiche del mercato”, ossia ad “un modello di maschilità che si basa sulla competizione omosociale”. “È proprio questa idea di maschilità”, continua Kimmel, “radicata nella sfera della produzione, della vita pubblica, che non si identifica più con il possesso della terra o con la virtù artigiana, bensì con la partecipazione e il successo nella competizione di mercato. […] La maschilità deve dunque essere dimostrata e, appena dimostrata, è nuovamente messa in discussione e va difesa un’altra volta – un processo implacabile e mai concluso che finisce per perdere di significato diventando, come affermava già Max Weber, soltanto un gioco: nel quale vince chi, alla fine della vita, possiede più giocattoli”. Insomma, “il concetto di maschilità di mercato descrive la definizione normativa della maschilità americana, con le sue caratteristiche di aggressività, competitività ed ansia”. (1) Aggressività, competitività, ansia: tutte caratteristiche della società della crescita a tutti i costi. Crescita economica e quindi crescita di profitti, potere, status. Una corsa infinita verso l’alto, in attesa di essere colti dalla vertigine. Caratteristiche molto maschili, dunque, o anche di quelle donne che, schiave dell’ideologia dominante e soprattutto dei modelli di successo maschili, rivendicano la loro emancipazione e “parità dei sessi” reclamando il loro diritto all’occupazione ed alla carriera, magari a pochissimi mesi dal parto di un figlio. Perché, quindi, mi permetto di dire che la decrescita è donna? Perché, al contrario delle ansie e della competitività fine a se stessa evocate dalla maschilità di mercato, si propone di dare un freno a questo non senso, a queste dimostrazioni di insicurezza tipiche delle nostre società machiste dominate da bulli di ogni risma (risaputamente tali perché caratterizzati da grandi insicurezze e mancanze che hanno continuamente bisogno di essere compensate). Perché la decrescita, soprattutto se felice, propone la lentezza, il rispetto, la collaborazione… la durata. Non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno, così come una donna, anche se occidentale, non ha bisogno in effetti di dimostrare la propria femminilità. A meno che, sempre assoggettandosi ai voleri dei “maschi di mercato”, non sia disposta a diventare un oggetto, o un modello della bellezza preconfezionata decisa a tavolino dal marketing o dalla pubblicità. La decrescita è quanto di più femminile si possa immaginare, un antidoto alle tensioni competitive, alle eterne frustrazioni di un ideale di superman impossibile da raggiungere, alle ansie da prestazione (in qualunque campo le si vogliano intendere o temere), ancora una volta tipiche dell’uomo occidentale moderno. E cosa c’è di più bello dell’essere accolti, abbracciati con calore, rassicurati, invece che vivere la propria intera esistenza come una gara di corsa veloce? Cosa c’è di più sensato dello smettere di sfruttare risorse in rapido esaurimento, magari solo per finire la propria esistenza dimostrando a tutti che si sono accumulati “più giocattoli” di quanto abbiano potuto o saputo fare i bambinoni attorno a noi? Nulla, a chi ha capito che accumulare giocattoli non è necessariamente il fine ultimo dell’esistenza umana. Una vita di corse, ansie e frustrazioni a tutti coloro che, invece, non hanno ancora avuto modo di tenere a freno l’aggressività del maschio dominante. In una società, però, nella quale egli è quindi tutto, tranne che dominante, in quanto schiavo di se stesso e delle sue ambizioni. O deliri, che da un paio di secoli a questa parte, possono arrivare addirittura al voler dominare la natura. Anzi, Madre Natura. @AndreaBertaglio Note: 1): Michael S. Kimmel, “Masculinity as Homofobia: Fear, Shame and Silence in the Construction of Gender Identity” in S.M. Whitehead, F.J. Barrett (a cura di), “The masculinities Reader”, Polity Press, Cambridge, UK 2001. Traduzione di Elisabetta Ruspini per “Tra i generi”, Carmen Leccardi (a cura di), Edizioni Guerini 2002. Fonte: greenme.it

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