L’euro è di tutti o è ancora una moneta a metà?

Cos’è l’eureuroo? Una moneta a metà oppure una valuta troppo forte? Dobbiamo liberarcene oppure va “semplicemente” completato quel progetto politico che avrebbe dovuto accompagnare l’unione monetaria? Sono tutte domande che da qualche tempo ci assillano quotidianamente e che Roberto Sommella, direttore relazioni esterne dell’Antitrust, ha ripreso nel suo interessante libro “L’euro è di tutti”. Il titolo non lascia dubbi e e men che meno ne lascia il sottotitolo: “Con la moneta unica fin’ora ci hanno guadagnato in pochi. Ora tocca ai cittadini”. Ma come fare? La prima cosa da fare è partire dal concetto di solidarietà, ripensandolo: in Europa solidarietà non vuol dire fare il bene dell’altro, ma fare il bene di tutti perché quell’idea di mercato comune, che è alla base del progetto dell’Unione Europea, si basa proprio sulla condivisione di gioie e dolori (oltre che dei valori occidentali).

“Purtroppo oggi gli europei sono rassegnati e stanchi perché fin’ora hanno visto soltanto la politica della Troika – ha detto il sottosegretario per le politiche e gli affari europei  Sandro Gozi, intervenuto ieri alla presentazione del libro che si è tenuta a Roma, nella sede della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea – Abbiamo, invece, bisogno di un netto cambio di impostazione per iniziare un nuovo ciclo politico. Perché l’Europa si rilancia solo se è la politica a dettare le scelte per una ricostruzione che deve precedere e accompagnare la crescita e lo sviluppo”. Gozi non ha fatto molti giri di parole: “Se Junker riuscirà a rilanciare il ruolo politico della Commissione Europea – ha detto – allora potremmo assistere a politiche più equilibrate”.

Il libro di Roberto Sommella ha uno spartiacque che è l’anno 2008 e cioè l’anno del fallimento della grande banca d’affari americana Lehman Brothers (il 15 settembre saranno passati esattamente 6 anni dal crack). “Quella data ha segnato profondamente le sorti della politica americana, ma anche di quella europea. Noi europei ci troviamo in questa situazione di crisi non per colpa nostra, ma perché ci siamo trovati nel bel mezzo di una tempesta perfetta: da un lato una drammatica deregulation americana dei prodotti finanziari, dall’altro lato la forte regulation europea. E in questi anni l’unica risposta dell’Europa è stata quella del rigore che invece avrebbe dovuto essere la risposta americana”.

Purtroppo gli Stati Uniti non hanno imparato la lezione, tanto che proprio in questi giorni circolano notizie su nuovi titoli tossici immessi sul mercato finanziario. E l’Europa che fa? Continua ad applicare scelte di rigore continuando a “salvare le banche”, facendo indebitare sempre di più gli Stati, e taglia le spese, mettendo sempre più a rischio quello stato sociale che fa parte della nostra storia. Così facendo negli ultimi 6 anni abbiamo perso, come Unione Europea, 6 punti di Pil, abbiamo ben 7 milioni e mezzo di disoccupati  e 5mila miliardi di euro di debiti sovrani in più. Ma quel che è peggio è che “non siamo padroni del nostro destino perché abbiamo creato norme procicliche (mentre dovrebbero essere anticicliche) che impattano in modo evidente sulla nostra vita di tutti i giorni”.

La conseguenza di tutto questo discorso non può che essere una: siamo di fronte ad una crisi di sistema di tutto il mondo occidentale (il resto dei paesi, invece, continuano a crescere). Ma mentre gli Stati Uniti si sono risollevati intercettando la rivoluzione digitale che ha fatto nascere nuovi posti di lavoro, l’Europa non l’ha ancora fatto. Non ci sono tante altre risposte: bisogna individuare un nuovo modello industriale che sia in grado di invertire la fase discendente del nostro. Così, forse, riusciremo a completare quel progetto politico di Unione Europea che sembra essere stato dimenticato.

@Anto_Gior

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