UberPop, Codacons e UNC contro sentenza di Milano: danno ai consumatori

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La “concorrenza sleale” del servizio UberPop è stata bloccata dal Tribunale di Milano perché, secondo i giudici, non genera vantaggi alla collettività. Alcune Associazioni dei consumatori, in particolare Codacons, Unione Nazionale Consumatori e Codici, criticano questa sentenza e portano alcune evidenze dei benefici per il consumatore che usa questi nuovi servizi di mobilità cittadina. Secondo uno studio dell’UNC un viaggio di 11 km costa per un milanese 34 euro in taxi e solo 4 euro con il car sharing.

Secondo il Codacons “la sentenza del Tribunale di Milano rappresenta un danno enorme per gli utenti perché limita la concorrenza e riduce le possibilità di scelta per i cittadini”. “E’ impensabile che un paese moderno possa essere privato di sistemi innovativi come Uber, che rispondono ad esigenze di mercato e sfruttano le nuove possibilità introdotte dalla tecnologia – afferma il presidente del Codacons Carlo Rienzi – Così facendo si finisce per produrre un duplice danno al consumatore finale: da un lato una minore scelta sul fronte del servizio, dall’altro tariffe più elevate per effetto della minore concorrenza. Ciò che serve, semmai, è integrare Uber nel mercato italiano rendendolo conforme alle disposizioni vigenti, garantendo legalità e sicurezza senza danneggiare gli altri operatori. Per tale motivo – prosegue Rienzi – rivolgiamo un appello al Ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, affinché studi le misure necessarie a rendere pienamente legale Uber senza limitazioni medievali alla concorrenza”.

L’UNC riporta, invece, i dati di uno studio effettuato di recente sulla mobilità di Milano che dimostra come la motivazione espressa dal Tribunale di Milano (secondo cui UberPop non genera vantaggi alla collettività) sia “fondata su presupposti sbagliati”. “Il giudice, infatti, ha considerato solo le diseconomie esterne, come consumo energetico e inquinamento  atmosferico, e non ha calcolato i costi che i cittadini milanesi devono sostenere per mantenere la seconda auto: 2418 euro all’anno”.

“Queste forme innovative di trasporto possono consentire ad una famiglia di non acquistare una seconda autovettura, risparmiando così su tutti i costi fissi, come RC auto, manutenzione del veicolo, posteggi”  ha dichiarato Massimiliano Dona, Segretario dell’Unione Nazionale Consumatori.

Anche se si considera un uso poco intensivo della seconda auto (ad esempio 3 spostamenti a settimana per 46 settimane all’anno), un milanese si trova a pagare 552 euro per ricovero e parcheggio, 136 euro di bollo, 451 di RC auto. Per un totale di 2418 euro. Anche scorporando il costo dell’Area C la stangata è di 1728 euro.

Se si analizza la convenienza su un singolo spostamento (ad esempio un viaggio di 11 km andata e ritorno a 22 km/h), la convenienza del car sharing è evidente: se si prende il taxi si paga dai 34,30 euro (nel caso lo si trovi libero e lo si prenda al volo) ai 41,40 euro (in caso di chiamata alla centrale); con la propria auto si spende dai 5 euro (senza sosta e senza accesso all’Area C) a 17 euro (con sosta e con accesso all’Area C). Se il consumatore decide di spostarsi utilizzando le nuove forme di mobilità cittadina il costo oscilla da 3,9 a 8,7 euro. 

Secondo Codici “da ieri è iniziata ufficialmente la fase dell’oscurantismo. Quello che allontana le buone idee dal Paese e va nettamente contro gli interessi dei cittadini”.

“Ci si augura che il ricorso che la società è in procinto di presentare venga accolto – commenta Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale Codici – La proibizione del servizio offerto dalla App a tutto il territorio nazionale non è solo una riduzione delle scelte dei cittadini ma è il chiaro segnale di vittoria di una delle lobby più potenti. Un regime di libera concorrenza servirebbe ad abbassare i prezzi delle corse oggi arrivati nelle grandi città alle stelle. E’ netta per esempio la differenza fra i costi che occorrono per andare dal centro di Milano all’aeroporto di Malpensa con il taxi, 90 euro, rispetto ai 45 che basterebbero con l’App. Inoltre si dimentica spesso di menzionare che con la App tutte le spese sono dichiarate e non possono nascondersi nel nero cosa che invece potrebbe avvenire con i taxi visto che non sono obbligati a rilasciare fattura o scontrino fisacle. Non tutta la colpa è della magistratura – aggiunge il Segretario di CODICI – perché da quando è stato introdotto Uber in Italia, la politica non ha fatto altro che parlare senza agire nella regolamentazione del servizio”.

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