Glifosato, le analisi de Il Salvagente e A Sud: siamo tutti contaminati

 

Cosa hai mangiato a pranzo? Glifosato. Cosa hai bevuto? Glifosato. Bella questa maglia! Ti piace? È al glifosato. No, non ho la tastiera del pc impazzita. È che, a quanto pare, siamo ormai circondati da un nemico invisibile dal quale nessuno è al sicuro, il glifosato appunto. A sottolineare ancora una volta la pericolosità e i rischi connessi all’uso di questo pesticida in ambito agricolo sono i test condotti da Il Salvagente che ha sottoposto ad analisi i campioni di urina di 14 donne incinte. Il risultato del test è stato che tutto il campione presentava tracce di glifosato variabili da 0,43 nanogrammi per millilitro a 3,48 nanogrammi.

Pochi? Molti? Impossibile dare un giudizio dal momento che non esistono quantità massime consentite.

Il dibattito sull’utilizzo di questo erbicida è particolarmente attivo in questo periodo in tutta Europa, visto che è al vaglio il rinnovo della concessione d’uso del glifosato nell’Unione europea. I pareri sui potenziali rischi sono però discordanti e finiscono col disorientare l’opinione dei consumatori.

Così mentre per l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro lo ha classificato come sostanza potenzialmente cancerogena per l’uomo, l’ECHA, ovvero l’Agenzia europea per le sostanze chimiche”, pochi mesi fa si è pronunciata dicendo che non esistono prove certe che dimostrino la cancerogenicità del glifosato, aprendo la strada ad altri 10 anni di impiego nei campi.

Se non si cambia rotta nessuno può sentirsi al sicuro. Né può pensare che lo siano i propri figli, neppure se non hanno ancora visto la luce”, spiega Riccardo Quintili, direttore del mensile il Salvagente, aggiungendo che “tra le tante cose da cambiare c’è anche l’atteggiamento di chi dovrebbe istituzionalmente difendere i consumatori e invece spesso si macchia di conflitti di interessi che ne ottenebrano il giudizio”.

Quali sarebbero i rischi per un organismo umano contaminato dal glifosato? Patrizia Gentilini, oncologa e membro del comitato scientifico di ISDE – Medici per l’Ambiente, ha spiegato: “Ci sono numerosi dati sperimentali condotti su cellule placentari ed embrionali umane che dimostrano come il glifosato induca necrosi e favorisca la morte cellulare programmata. Quindi si tratta di una sostanza genotossica oltre che cancerogena, come ha stabilito la Iarc, non dimenticando che l’erbicida agisce anche come interferente endocrino”.

Indiziato numero uno, è l’alimentazione: la strada che porta il glifosato all’interno del nostro organismo passa inevitabilmente per quello che portiamo in tavola. Non solo pane, pasta, farina e altri prodotti a base di farina come hanno dimostrato le nostre analisi condotte un anno fa dal Salvagente. Oltre l’85% dei mangimi utilizzati in allevamenti, infatti, sono costituiti da mais, soia, colza Ogm, resistenti al glifosato.

Questo aspetto è sottolineato in modo particolare dalle associazioni A Sud, Navdanya International e CDCA che hanno presentato un dossier dal titolo: “Il Veleno è servito – glifosato e altri veleni dai campi alla tavola”, che racconta storia, evoluzioni e rischi dell’utilizzo dei pesticidi in agricoltura, soffermandosi sugli studi scientifici pubblicati, sui profili normativi, sul conflitto di interessi che coinvolge le lobbies agrochimiche impegnate ad ottenere normative più permissive e sulle azioni dal basso promosse in diversi paesi da cittadini, agricoltori e movimenti sociali in prima linea per difendere la propria salute e la sovranità alimentare.

In tutto il mondo la società civile si sta mobilitando contro l’uso degli agrotossici promosso dal Cartello dei Veleni delle multinazionali che si arricchisce ai danni dei cittadini e a spese degli Stati”, ha dichiarato Ruchi Shroff, dell’associazione Navdanya International, “L’Italia deve assumere un ruolo più consapevole nelle sedi competenti per difendere la salute dei cittadini, le piccole e medie imprese agricole, la ricchezza culturale e le eccellenze alimentari, come pizza, pasta e pane, che già ora vengono inquinate dal grano canadese al glifosato”.

Nel mirino anche le politiche di regolamentazione delle sostanze tossiche in agricoltura. Per Marica Di Pierri, A Sud, “occorre cambiare radicalmente la maniera in cui produciamo il cibo. Un’agricoltura senza pesticidi è possibile ed è una questione di salute oltre che di tutela dell’ambiente in cui viviamo. C’è bisogno di rivedere le procedure autorizzative affinché siano trasparenti e non condizionate dallo strapotere delle multinazionali produttrici”.

Simona Savini, associazione WeMove e coordinatrice in Italia dell’ICE Stop Glifosato: “Attraverso l’Iniziativa dei Cittadini Europei per vietare il glifosato potremmo davvero gettare le basi per un’agricoltura libera dai pesticidi. Centinaia di associazioni sono impegnate in questa campagna e i soli in tre mesi abbiamo raccolto 800mila firme. Dobbiamo arrivare al milione entro giugno, e anche in Italia possiamo fare la nostra parte.”

Condividi questo articolo