L’obiettivo è quello di conoscere i numeri e le dinamiche del giornalismo digitale e di tutte quelle testate che vivono solo online. In un contesto nel quale, a oggi, risulta “impraticabile” il finanziamento delle notizie, specialmente di attualità, attraverso  modelli a pagamento, “la pubblicità online assume una valenza cruciale per l’informazione in rete – scrive l’Agcom – La differenziazione dei contenuti, la specializzazione in contesti territoriali (spesso di tipo provinciale), il raggruppamento delle testate (più piccole) in network pubblicitari, l’utilizzo delle piattaforme sociali per la viralizzazione di alcuni contenuti, sono tutte risposte di mercato che hanno garantito una certa tenuta del comparto”.

Di cosa si sta parlando? L’Autorità ha cercato di delineare il quadro di una realtà ancora poco conosciuta, quella delle testate che operano esclusivamente online. La digitalizzazione, si legge nel rapporto dell’Agcom,  “implica un ripensamento del prodotto informativo. In particolare, nel caso delle testate esclusivamente online, non offre una replica del prodotto cartaceo ma un nuovo strumento informativo (che sia un sito, una app, o qualunque altra forma)”. Nelle testate che operano esclusivamente online è più difficile da parte dei lettori l’accesso diretto al sito: questo vale molto, oltre il 60%, per testate con marchio storico come Repubblica o Corriere, mentre scende nettamente per le testate esclusivamente online – basti pensare che si ferma al 25% per CityNews e al 16% per Fanpage. Queste, spiega l’Autorità,  “dipendono maggiormente dal ruolo di gatekeeping delle piattaforme online (Google  e Facebook in particolare) e dei relativi algoritmi”.

Significa che i lettori arrivano in primis attraverso Google e Facebook, social media e piattaforme online. Ecco dunque che questo comporta fra le principali criticità delle testate che operano esclusivamente in rete quelle di “una minore riconoscibilità e reputazione del marchio”. Le testate online, spiega l’Agcom, soffrono di un problema strutturale di affidabilità percepita, tanto che “solo il 15,9% della popolazione le considera affidabili, considerevolmente inferiore a quello delle testate che offrono in rete marchi già affermati sui mezzi tradizionali (30,4%)”. Sono inoltre meno riconoscibili perché spesso sono associate alla piattaforma attraverso cui l’utente vi arriva, piuttosto che alla testata stessa.

Si tratta di un quadro che chiama in causa la stessa evoluzione del giornalismo. In quale direzione? Alcune dinamiche di cambiamento, come la crescita delle testate digitali e un fenomeno di travaso di giornalisti e “grandi firme” dai media tradizionali a quelli digitali, sono in corso negli Usa ma non in Italia, dove aumenta sì la fruizione attraverso i social ma “non sembra esserci (ancora) un travaso di giornalisti verso le nuove testate online, tantomeno di quelli più autorevoli – scrive l’Agcom – Al più, i giornalisti usano Internet, e i social media in particolare, come vetrina personale da affiancare al proprio lavoro in una redazione tradizionale”.

Poco più della metà delle testate online è di tipo generalista, mentre il rimanente è più specialistico. Tra le testate specializzate, lo sport, soprattutto il calcio, è l’argomento più trattato, seguito dalla finanza e dalla scienza e tecnologia.

Il rapporto evidenzia come il settore, pur essendo caratterizzato da una elevata differenziazione del prodotto, presenti alcuni tratti generali di sistema. Spiega l’Agcom: “Innanzitutto, si riscontra la presenza di poche imprese di maggiori dimensioni, la cosiddetta “testa” della distribuzione del settore, e un’elevata presenza di piccoli editori, “coda lunga”. Questa peculiare distribuzione, tipica di molti mercati Internet, è dovuta alla presenza di basse barriere all’entrata e, al contempo, elevati ostacoli al successivo sviluppo economico delle testate”.

Dal punto di vista economico, prosegue l’Autorità, “il ricavo medio annuo degli editori che operano sul web è pari a 337.806 euro, ma la distribuzione per classi di fatturato è assai differenziata, tale da rendere il valor medio un dato poco indicativo delle peculiarità del settore. Nel caso delle testate online, si osserva come la “coda lunga” della distribuzione sia formata dal 68% dei soggetti attivi nel settore, imprese che fatturano annualmente meno di 100mila euro. Il dato medio di fatturato di questa parte del settore è pari a circa 20mila euro, il che dimostra l’esistenza di una grossa fetta di editori che presentano carattere più amatoriale che commerciale. La “testa” della distribuzione è, invece, formata da un 7% di editori web che fatturano mediamente circa 3 milioni di euro. Nel mezzo, vi è un quarto di soggetti che ricavano annualmente tra i 100mila e il milione di euro (mediamente oltre 300mila euro). In entrambi i casi, si tratta di aziende più strutturate che agiscono sul mercato in modo commerciale”.

La maggioranza degli editori sul web, pari all’85%, si finanzia prevalentemente con la pubblicità online. Solo il  13% degli editori online offre contenuti a pagamento, eccezioni che riguardano testate iperspecializzate, come repertori giuridici o norme fiscali, rivolte a un pubblico professionale. Ad oggi, spiega l’Agcom, “non esiste invece alcuna offerta che riesca a stimolare la disponibilità dei consumatori a pagare contenuti informativi di tipo generalista”.

Da sottolineare anche l’aspetto tecnologico. Il 93% di tutti gli investimenti tecnologici è stato fatto da meno di un terzo degli editori online. L’interazione principale con i lettori avviane attraverso i social media e nel 65% dei casi, in mancanza di tecnici, sono direttamente i giornalisti che gestiscono i social network. Facebook è il social network più utilizzato (91% delle testate), seguito da Twitter (75%), YouTube (51%), Istagram (39%), mentre i canali dell’instant messaging e del live blog sono utilizzati solo in maniera marginale.

 

@sabrybergamini