Le donne che si sottopongono ad aborto clandestino rischiano di dover pagare una multa che va dai 5 mila ai 10 mila euro: è quanto prevede il decreto depenalizzazioni approvato lo scorso 15 gennaio dal Consiglio dei Ministri e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 gennaio di quest’anno. Il decreto modifica le sanzioni rispetto all’aborto clandestino: prima alla donna, dopo procedimento giudiziario, veniva ingiunta una multa fino a 51 euro. Ora non c’è più il reato penale ma la multa è un salasso. Come potranno difendersi le donne costrette a interventi clandestini?

A ricostruire la vicenda è stato nei giorni scorsi Quotidiano Sanità che sintetizza: “Fa discutere, invece, quanto previsto dall’articolo 1 in materia di depenalizzazione di reati puniti con la sola pena pecuniaria. Qui si spiega che non costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda. Tra queste rientra quanto previsto dal 2° comma dell’art. 19 della legge 194. Se prima, alla donna che si sottoponeva ad aborto al di là delle condizioni previste dalla norma veniva ingiunta, dopo un procedimento giudiziario, una multa fino a 51 euro, oggi dovrebbe invece pagare una cifra che va dai 5.000 ai 10.000 euro”.

La misura diventa di fatto una punizione nei confronti delle donne, fra l’altro in un contesto sanitario in cui l’obiezione di coscienza è diffusissima e rende difficile l’applicazione della legge 194. Contro tutto questo si è schierata l’associazione Vita di donna onlus, che ricorda le tragedie che si consumavano in Italia per complicanze post abortive prima della legge 194 nonché la difficile applicazione in numerose Regioni. “Quindi a quali donne verrebbero chiesti questi 5.000 euro, nella migliore delle ipotesi, se non 10.000? – si chiede l’associazione – A donne straniere che vivono nel nostro paese prive di assistenza medica che hanno cercato di risparmiare sul prezzo eseguendo clandestinamente un aborto che nei nostri ospedali sarebbe costato 1.200 euro? A donne italiane che hanno abortito con un operatore sanitario di nascosto per non farsi vedere in Ospedale in un paesino? A donne italiane che di fronte a una lista d’attesa di settimane cercano qualcuno che faccia loro a pagamento quello che lo Stato non è in grado di fare tempestivamente? A donne straniere sotto tratta, che si prostituiscono e vengono fatte abortire di nascosto dagli sfruttatori?”.

Sulla questione interviene oggi anche Federconsumatori che denuncia la massiccia obiezione di coscienza. “Troviamo sconcertante quanto recentemente previsto dal Decreto depenalizzazioni. Riteniamo gravissimo colpire con sanzioni punitive le donne che  hanno visto negati i diritti riconosciuti e  minacciate le conquiste di libertà e dignità.  L’obiezione di coscienza, le liste di attesa, le strutture sanitarie che negano la possibilità di accedere: sono tutti elementi che spesso hanno costretto molte donne a fare ricorso ad aborti “clandestini” – denuncia Federconsumatori – Pratiche che vanno certamente contrastate, perché spesso non sicure. Ma il miglior modo per evitare il ricorso a tali fenomeni è garantire la piena applicazione della legge 194, sanzionando e punendo chi impedisce l’accesso ad un diritto riconosciuto”. L’associazione chiede più controlli sulla piena applicazione della legge 194 nelle strutture sanitarie perché “siano messe in condizione di garantire l’interruzione volontaria di gravidanza in piena sicurezza”.

“Purtroppo in Italia – prosegue Federconsumatori – ci scontriamo ancora con disinformazione e pratiche retrograde, come recentemente dimostrato da una recente ricerca, che ha dimostrato come, nelle farmacie, venga ancora richiesta la ricetta per la somministrazione della “pillola dei 5 giorni dopo”, senza che sia affatto necessaria (per le donne maggiorenni)”. L’associazione chiede dunque al Governo di abbandonare le logiche punitive, monitorare il fenomeno, organizzare campagne di informazione sulla contraccezione e sul sesso sicuro e incoraggiare e garantire il più ampio accesso alla pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo.