Cassazione, stop al mantenimento dei figli universitari fuori corso

I figli non vanno più mantenuti da mamma e papà se a scuola non vanno bene e sono fuori corso. Il contrordine arriva dalla Corte di Cassazione che, in una sua sentenza, sancisce che i figli fuori corso sono “colpevoli in prima persona del mancato guadagno”. Dunque, se non rendono a scuola, è giusto che comincino a “cercarsi un lavoro” che li renda indipendenti e liberi mamma e papà dal fardello del mantenimento a vita.

Il caso che ha portato la Prima sezione civile ad intimare lo stop al mantenimento della prole svogliata riguarda una coppia fiorentina separata da tempo, Maria Luigia M. e Bruno R., dal cui matrimonio erano nati tre figli: Davide, Silvio (indipendenti economicamente) e Irene, ormai prossima ai 33 anni. Ebbene, proprio nei confronti dell'ultimogenita, il Tribunale di Firenze, nel dicembre del 2001, revocando il mantenimento per i figli maschi economicamente indipendenti, aveva condannato l'ex marito a mantenere la figlia Irene, studentessa universitaria fuori corso, con 200 euro al mese.

Gli alimenti venivano revocati dalla Corte d'appello fiorentina che, nell'aprile 2003, disponeva che l'ex marito non pagasse più un centesimo alla figlia, unica responsabile della ” mancata autosufficienza economica”, e rientrasse in possesso della casa coniugale di sua proprietà.

Nel tentativo di ribaltare la dura decisione, Maria Luigia si è rivolta alla Cassazione e, facendo leva su principi stabiliti dagli 'ermellini', ha fatto notare che “era erroneo ritenere che Irene, essendo ormai trentatreene, avrebbe dovuto cercare ed accettare un lavoro qualsiasi, anche non consono alle aspirazioni faticosamente coltivate coi propri studi, pur essendo ad un passo dalla conclusione del corso di laurea e pur versando in stato depressivo”.

La Prima sezione civile (sentenza 2338/06) ha bocciato il ricorso della mamma di Irene e ha giudicato legittima la decisione della Corte d'appello che “ha osservato – scrive il relatore Massimo Bonomo – che, quantunque le condizioni di salute della figlia Irene avessero potuto, sino ad allora, giustificare il forte ritardo dei suoi studi, doveva a quel punto presumersi, posto che l' ulteriore protrarsi delle difficoltà negli studi avrebbe dovuto indurla, per l'età da lei maturata, a ricercare comunque un lavoro, che la persistente mancanza di autosufficienza economica fosse alla stessa imputabile”.

Maria Luigia non ha riavuto nemmeno la casa perchè “se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflesso economici particolarmente valorizzati dall'art. 6 della legge sul divorzio, nondimeno – chiariscono gli 'ermellini' – l'assegnazione della casa familiare non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l'assegno di divorzio”. E poi, ribadiscono “la decisione impugnata, che ha disposto la cessazione dell'assegnazione della casa coniugale in conseguenza della ritenuta imputabilità alla figlia maggiorenne, convivente con la madre, della mancata autosufficienza economica, non merita censure essendo coerente e logica”.& lt;/P>

La sentenza della Cassazione è stata definita “sacrosanta” dalla psicologa Gianna Schelotto, secondo cui le pronunce con le quali i supremi giudici sostenevano che i figli andassero mantenuti fino a quarant'anni erano eccessive. è apprezzabile, secondo la Schelotto “il richiamo ai trentenni a diventare finalmente adulti. A 30 anni – osserva ancora la psicologa – i figli non possono continuare a fare i mammoni ma devono pesare meno sui genitori e imparare a contare sulle proprie forze. Insomma a 30 anni è giusto darsi una mossa”.

Anche secondo la psicologa Maria Rita Parsi “è giusto che i giudici fissino un limite entro e non oltre il quale i figli debbano essere mantenuti da mamma e papa”'. Tuttavia l'esperta fa un distinguo: “è giusto fissare un limite perchè un figlio non può essere mantenuto a vita ma ci sono dei casi in cui i figli sono penalizzati a causa della conflittualità che esiste tra genitori in via di separazione o già separati”.

Ecco perchè, secondo Parsi, “ci sono situazioni per le quali la legge, avendo a disposizone comnpetenze interdisciplinari, quando ce ne è bisogno dovrebbe magari spostare ulteriormente il limite del mantenimento per dare vera giustizia. A volte ci sono figli che cadono in una tale depressione che anche nello studio hanno bisogno di tempi tutti loro”.

Secondo una recente ricerca, il nostro è un Paese di 'mammoni'. Ad inchiodarci, i numeri. Su un campione di 2.500 giovani interpellati, infatti, più della metà (il 57,3%) vive ancora a carico dei genitori. Sempre in base alle statistiche, sono più più gli uomini che le donne (67.4% contro il 45.9%) i mammoni d' Italia.

Fonte: Mia Economia

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