C'è UN INTRUSO NEL PIATTO

Coloranti, conservanti, pesticidi… «Quando si parla di mercato globale l'allarmismo è pienamente giustificato», dice Felicity Lawrence, autrice di un fresco libro-inchiesta. «Comprando da piccoli produttori si limita l'agricoltura intensiva e il trasporto insensato di merci da tutto il mondo. E si mangia meglio». Il biologico? Sì, ma…

C'è un intruso nel piatto.
Coloranti, conservanti, pesticidi, zuccheri: servono a rendere più bello ciò che troviamo sugli scaffali. Ma l'etichetta spesso non lo dice
Articolo di Raffaele Panizza



Una volta arrivava la primavera, e dopo la primavera l'estate, che da giugno a settembre significava decine di albicocche e susine da mangiare fino a non poterne più.
Adesso gli stessi frutti li vediamo tutto l'anno sugli scaffali dei supermercati.
Albicocche gialle, dure come il pane secco, perfette a vedersi. Arrivano dal Sud Africa, via aerea, per poi essere preparate e confezionate in una catena infinita di intermediari e stabilimenti di imballaggio.

è l'estate perenne a cui ci siamo ormai abituati, che ha portato con sé la rivoluzione dei consumi e dei costumi più grande dai tempi della macchina a vapore.
Almeno secondo Felicity Lawrence, scrittrice e inviata del quotidiano inglese The Guardian sui problemi della grande distribuzione e del mercato globale dei generi alimentari, che ha scritto una sorta di No logo del mondo dell'alimentazione intitolato “Non c'è sull'etichetta. Quello che mangiamo senza saperlo”, Einaudi.
E in effetti si scopre che, decisamente senza saperlo, mangiamo tutti i giorni ogni tipo di veleno, alla faccia delle assicurazioni sui controlli e sulle norme relative alla tracciabilità dei prodotti entrate in vigore lo scorso gennaio: pesticidi che rischiano di modificare la struttura dell'utero femminile; grassi, zuccheri, olii e amidi nascosti o super raffinati che aumentano l'incidenza di obesità e problemi cardiovascolari; coloranti cancerogeni come il Sudan 1 -messo al bando dall'UE nel 2003 e oggi al centro di uno scandalo nel Regno Unito -usato per adulterare la polvere di peperoncino contenuta nella salsa worcester.

Nel brodo per bambini si parla di amidi: ma quali sono?
Mentre nel sugo si dice “amido di mais”, uno dei prodotti più frequentemente utilizzati per adulterare i prodotti: si tratta di zuccheri raffinati, e fanno male. Idem nella paella: c'è amido di frumento e sciroppo di glucosio. Poi latte scremato reidratato, estratto di lievito. Non esattamente gli ingredienti di una paella fatta in casa».



Mele truccate
Ma anche per gli alimenti “freschi” le cose non vanno meglio. Mangiamo mele sottoposte a rigidi controlli di bellezza perché i supermercati non accettano frutta e verdura né più piccola né più grande né più opaca di come hanno stabilito nelle loro guide di prodotto.
C'è un'azienda olandese, la Greefa, che vende in tutto il mondo calibratori per valutare la perfezione estetica della frutta.
Ha una sede anche in Italia e non a caso in Trentino. I suoi macchinari scattano centinaia di fotografie alle mele mentre scorrono sui nastri, per verificare che la superficie sia liscia come una palla da biliardo.
Per valutare poi la consistenza del frutto ci sono i penetrometri.
Più è duro, più il supermercato si garantisce un tempo lungo di esposizione sugli scaffali, prima che si deteriori.
«In alternativa i responsabili acquisti dei supermercati chiedono al produttore di cogliere il frutto ancora più acerbo. Poi ci si lamenta che, una volta a tavola, non sappia più di niente», chiosa la Lawrence.

Ne abbiamo parlato con Lorenzo Bazzana, responsabile economico Coldiretti, ma a lui sentire queste storie non fa più nessun effetto: «Questo è il minimo. Alcuni si spingono anche a pretese assurde, pena la rescissione del rapporto di lavoro. Pretendono di decidere quali prodotti vadano usati per migliorare le colture, e persino se e ogni quanti metri debbano essere posti dei cestini di rifiuti nei campi di raccolta. Con l'allargamento del mercato e l'arrivo dei capitali stranieri queste politiche sono destinate a divenire ancora più aggressive».
Esselunga, interrogata per fornire chiarimenti su queste pratiche da casting di bellezza, ha scelto di non dare spiegazioni.

Colore tossico
In Inghilterra il Sudan 1 ha provocato uno scandalo che ricorda quello della mucca pazza.
Il numero dei prodotti con-taminati dal colorante illegale e poi ritirati dagli scaffali ha superato le 600 unità, e la lista sul sito della Food standards agency (www.food.gov.uk).

In Italia, nonostante sia stato proprio un laboratorio torinese afferente all'Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale) a far riesplodere il problema lo scorso gennaio, questa lista non esiste.
I regolamenti Ue prevedono, invece, che in caso di pericolo per la salute (il Sudan 1 è considerato un colorante genotossico, in grado cioè di alterare la struttura cellulare) debbano essere pubblicate marche e lotti dei prodotti contaminati.
Nel sito del ministero della Salute appare soltanto una lista generica, con indicazione tipo “peperoncino indiano” senza indicare dove sia stato impiegato.
La lista finora più esaustiva è quella pubblicata sul sito de Il Salvagente (www.ilsalvagente.it), mentre iniziative di ritiro sono per ora affidate alla responsabilità delle singole aziende, coinvolte nei controlli promossi dalle Asl, o alle iniziative di singoli magistrati, come il procuratore Raffaele Guariniello, il magistrato del processo per doping nei confronti della Juventus.

Quali sono i rischi reali per la salute?
«In teoria non altissimi: il Sudan 1 è considerato un cancerogeno debole», dice Lawrence.
«Certo dipende da quanti piatti pronti piccanti uno mangia al mese, e quante altre sostanze si assumono contemporaneamente. Ma il problema vero è l'adulterazione: il colorante serve perché perchè prodotti scadenti possano essere venduti per buoni, e questo è nocivo da sé».

Ce ne sono altri di cui non si parla proprio, ancora più allarmanti: l'acrilamyde ad esempio, che si forma con cottura ad alta temperatura nei forni industriali per la produzione di biscotti, patatine, o cereali per la colazione.
Una generazione crescente di scienziati ritiene che l'assunzione anche minima ma regolare di pesticidi alteri lo sviluppo ormonale femminile, tanto da addebitare a questo il fenomeno della pubescenza precoce di molte bambine.

 

E infine si riavvicinerebbero gli strati più svantaggiati della popolazione ai prodotti freschi e non raffinati che di fatto, a causa della politica dei prezzi attuata dai megastore, stanno diventando inaccessibili allefasce di reddito più basse».
E invece no.
Vogliamo le patate novelle in tutti i periodi dell'anno, e compriamo quelle israeliane o egiziane, che in realtà sono state conservate in celle frigorifere anche per mesi.
In fondo, chi diavolo sa quale sia il periodo delle patate in Egitto, o quello delle pere in Argentina?
Fonte:www.greenplanet.net

Condividi questo articolo