Che genere di incentivi offre la struttura legale a uomini e padri nel rispettivo paese per prendere parte ai compiti della famiglia o a suddividerli?

(codice del lavoro, codice di uguaglianza, legislazione sui benefici famigliari) Va detto innanzitutto che la Costituzione italiana accorda esplicitamente una tutela privilegiata alla maternità affermando, in relazione al rapporto fra famiglia e lavoro, che la “donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione” (art. 37).

Il rapporto di parità fra donne e uomini, è enunciato a livello costituzionale oltre che in ambito lavorativo, per ciò che concerne la parità di salario, anche nell'ambito del matrimonio, che deve essere fondato sull'eguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, eguaglianza che può trovare comunque dei limiti a garanzia dell' “unità familiare” .

Il principio di parità è posto anche dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 (legge 19 maggio 1975, n. 151), nella quale si afferma, in particolare che i coniugi concordano l'indirizzo della vita familiare, tenendo conto dell'esigenza di entrambi, di quelle superiori dei figli e di quelle preminenti della famiglia. In quest'ottica, le preminenti esigenze della famiglia potrebbero comportare la rinuncia del lavoro extradomestico da parte della donna per consentirle di assolvere la sua essenziale funzione familiare, senza che vi sia pregiudizio del principio di parità.

Peraltro, nel rispetto del principio di parità viene abolita la disposizione arcaica in base alla quale, nel codice del 1942, si prevedeva che il marito dovesse tenere presso di sé la donna e somministrarle tutto ciò che fosse necessario alla vita. In realtà va precisato che la riforma del diritto di famiglia considerava fondamentalmente una realtà familiare ancora improntata al modello del marito breadwinner donde la preoccupazione e l'intento di garantire una tutela al lavoro domestico della moglie-madre. Infatti, si afferma che entrambi i coniugi debbono provvedere alle esigenze della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alle proprie capacità lavorative fra le quali senza dubbio sono collocate anche quelle del lavoro domestico e di cura. Coerentemente il regime patrimoniale legale è quello della comunione dei beni acquistati da uno o da entrambi i coniugi durante il matrimonio.

La riforma contiene ancora qualche disposizione di stampo “patriarcale”: il cognome dei figli è quello del marito e, inoltre, viene attribuita al padre la facoltà di prendere decisioni urgenti, in mancanza di un accordo fra i due genitori, nei confronti dei figli.

Per quel che riguarda più specificamente, il riconoscimento della paternità nelle sue funzioni di cura, un primo riconoscimento in tal senso è compiuto dalla legge sulla parità fra e donna in materia di lavoro 9 dicembre 1977, n. 903, la quale introduce il congedo di paternità che il padre può fruire solo in alternativa alla madre. Successivamente la legge n. 53 dell' 8 marzo 2000, nota come “legge sui congedi parentali”, sancisce il diritto individuale di astensione facoltativa dal lavoro sia alla madre sia al padre. Più specificamente madre e padre possono chiedere 6 mesi di congedo ciascuno( per un massimo di 10 mesi complessivi) anche se uno dei due non lavora o non ne ha diritto. Inoltre è introdotta una sanzione premiale per i padri che si avvalgono del congedo per lungo tempo, poiché si prevede che hanno diritto ad un permesso premio di 1 mese se si assentano dal lavoro per almeno 6 mesi.

La. pratica di tribunale se si può riflettere nel rispettivo paese a sostegno di uomini e padri (ad esempio se è possibile avere il bambino in caso di divorzio)

Nelle separazioni e nei divorzi l'affidamento viene disposto nella grande maggioranza a favore delle alle madri (in oltre il 90% dei casi). Peraltro i padri italiani raramente rivendicano di essere affidatari, e nei giudici è ancora ampiamente diffusa la cultura della preferenza materna, dalla quale si discostano solo in presenza di motivi molti gravi.

Poco tempo fa, il 26 gennaio 2006 è stata approvata una legge che introduce anche in Itali, l'affidamento congiunto come regime preferenziale, a prescindere dall'esistenza di un accordo in tal senso dei genitori, dal quale il giudice può discostarsi solo per gravi e comprovati motivi alla luce dell'interesse del minore. Le nuove norme- fortemente volute da associazioni e movimenti di padri divorziati ” si prefiggono di attuare il principio del diritto del minore coinvolto nella separazione o nel divorzio, a mantenere stabili e continuativi rapporti con entrambi i genitori, enunciato a livello di diritto fondamentale nella Convenzione internazionale sui diritti dei bambini e delle bambine del 1989, resa esecutiva in Italia con la legge n. 176 del 1991.

Peraltro è ragionevole attendersi, da parte dei giudici, a decisioni nelle quali la custodia fisica dei figli sarà in larga prevalenza accordata alle madri, non diversamente del resto da quanto avviene in quasi tutti i paesi europei. Anche in Italia il fenomeno dell'assenza dei padri divorziati o separati è molto diffuso, o quanto meno si riscontrano molte situazioni in cui i legami fra figli e padri si allentano in modo significativo e i padri sono inadempienti nel pagamento dell'assegno di mantenimento disposto a favore dei figli, e della ex-moglie che non abbia adeguati redditi propri.

Vorrei sottolineare, così come è stato evidenziato da numerosi studiosi, che la regola dell'affidamento congiunto non è di per se stessa una garanzia dell'assolvimento positivo della paternità nelle situazioni di scissione coniugale e che le probabilità di una paternità attiva in queste situazioni è connessa con il fatto che i padri già avessero esercitato in modo attivo il lavoro di cura durante il matrimonio.

b. esiste qualche tipo di ONG che aiuta gli uomini ed i padri nel rispettivo paese e, in caso affermativo, che genere di aiuto forniscono a uomini e padri?

In Italia esistono varie associazioni di padri. Alcune sono di stampo psicanalitico e mirano principalmente al recupero della consapevolezza ed alla definizione della funzione di padre. La maggior parte delle associazioni è comunque costituita da padri separati o divorziati. Esistono anche associazioni di padri casalinghi.

Per quanto riguarda il primo tipo di associazioni vi sono moli tipi di impostazioni. A titolo esemplificativo ricordiamo: l'A.N.P.E.P. (Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale) e l'associazione “Maschi Selvatici”, che ha anche pubblicato vari testi sulle funzioni educative e sociali dei padri.

Vi sono molte associazioni per i padri separati, per esempio l'associazione “Figli negati” o “GPS ” Gruppo Padri Separati”, l'associazione “Papà separati” e molte altre. La più rappresentativa e quella che conta il maggior numero di adesioni è l' Associazione Padri Separati, che offre assistenza legale e psicologica ai padri separati, si impegna a lavorare per aiutarli nei momenti difficili, ma anche e soprattutto a fare ogni sforzo per diffondere la conoscenza dei loro problemi sia tra le persone che nelle istituzioni.

Di altra natura è l'As.U.C. “Associazione Uomini Casalinghi”. Essa opera affinché l'uomo condivida le responsabilità domestiche con gli altri membri della famiglia e ottenga, a livello politico e legislativo, un riconoscimento formale dell'attività domestica e di cura svolto dagli uomini le cui partner si dedicano in via privilegiata alla professione.

Il sito dell'Associazione recita: ‘La dimensione casalinga è un modo di essere che appartiene a ogni uomo: manager, professionista, operaio, impiegato, sportivo. Smessi i panni professionali, tutti gli uomini sono anche casalinghi, svolgendo all'interno della casa, qualsiasi faccenda domestica e investendo attenzioni ed energie nella cura dei propri figli. Questa è una parte del sé che aiuta l'uomo ad acquisire pienezza della propria identità”.

 

2. Meccanismi culturali, tradizionali (informali) che rafforzano – o indeboliscono – il ruolo di uomini e padri all'interno della famiglia

Le rappresentazioni culturali ancora ampiamente diffuse in Italia sottolineano la centralità se non l'insostituibilità del lavoro domestico e di accudimento dei figli (e dei mariti) svolto dalle donne, siano esse o meno casalinghe o lavoratrici. E le stesse donne, anche quando lavorano tempo pieno e hanno figli, sembrano rivendicare la loro posizione insostituibile di mogli e madri accudenti e competenti in via privilegiata nei lavori domestici e nella gestione dei figli.

1 cfr. p. es. il testo: Paolo Ferlinga. Il segno del padre nel destino dei figli e della comunità. Moretti & Vitali. 2005.

 

In particolare, una importante ricerca, svolta recentemente dall'Istat su un vasto campione rappresentativo di famiglie italiane, “Diventare padri in Italia”, ha evidenziato che i giovani maschi tendono ad uscire dalla famiglia di origine (come del resto fanno le loro coetanee), solo col matrimonio e in ogni caso ad un'età molto avanzata (un'altissima percentuale esce dalla casa dei genitori all'età di 30-35 anni). E loro permanenza sembra essere incoraggiata dalle famiglie di origine, venendosi in tal modo a riproporre quel fenomeno, che talora viene anche rappresentato in modo stereotipato soprattutto dagli studiosi stranieri, del “familismo”italiano, che pone ostacoli al raggiungimento della piena autonomia del giovane adulto.

Il passaggio, in larga misura simultaneo, dalle cure della madre a quelle della moglie, senza fasi intermedie di vita da single o condivisione con coetanei di un appartamento non favorisce negli uomini italiani la maturazione di un atteggiamento collaborativo nei riguardi degli impegni domestici.

Certamente le condizioni di vita dei giovani adulti non sono facili per la precarietà del lavoro e la mancanza di alloggi a prezzi ragionevoli. Va inoltre sottolineato che un'elevata grande percentuale di uomini, in caso di crisi coniugale, decide di tornare a casa dai genitori: Avviene (…) sempre più spesso non solo che le persone decidano di sciogliere un'unione considerata insoddisfacente ma anche che tornino, nella veste di un moderno “figliol prodigo”, nella famiglia di origine. Tra gli under 40 che nel momento dell'indagine del 1998 avevano alle spalle un fallimento matrimoniale erano oltre il 15% quelli che risultavano essere tornati nella famiglia di origine.

I giovani che escono da casa non prima dei 30 anni non solo fanno fatica ad avere una gestione autonoma della propria vita, ma tendono a diventare padri dopo i 35 anni, un'età in cui l'adattamento alla nuova situazione di genitorialità non è certamente facile.

3. Pratiche delle famiglie: chi accompagna i bambini all'asilo infantile o a scuola, chi fa gli acquisti per la famiglia, chi decide riguardo al periodo di vacanze della famiglia ecc.

In Italia l'asimmetria di genere nella gestione della famiglia è molto elevata. Si nota un avvicinamento alla simmetria solo nelle coppie con un'istruzione superiore o un ceto più elevato, o fra gli insegnanti. L'apporto degli uomini è molto frequentemente relegato alle cura dei figli che non alle attività domestiche (pulizia, preparazione dei pasti, ecc.). Inoltre è stato riscontrato, dalla ricerca ISTAT sopra ricordato, che i padri si occupano dei figli soprattutto dedicandosi ad attività di tipo ludico. Peraltro viene rilevato che i padri più giovani mostrano maggiori capacità di affiancare o di sostituirsi alle attività domestiche o di cura delle loro partner.

 

Le recenti ricerche sui padri italiani rilevano anche che l'identità paterna si è fragilizzata e che il ruolo esclusivo di “breadwinner” è sempre più percepito come problematico.

La prevalenza in Europa delle famiglie “a doppio reddito”, che in pochi anni ha scalzato il modello tradizionale basato sull'uomo unico percettore di introiti (male breadwinner model), ha rimesso in discussione i ruoli di genere nella gestione dei compiti domestici e di cura.

 

4. Sistemazioni specifiche sui luoghi lavoro per incoraggiare uomini e padri

In Italia l'unico vantaggio riscontrabile è l'apertura di molti asili sul luogo di lavoro, i cosiddetti nidi aziendali. In alcune aziende, e nella Pubblica Amministrazione, i congedi dei padri vengono incentivati soprattutto tramite premi salariali.

Va però detto che la possibilità per le donne italiane di continuare un'attività professionale dopo la nascita del primo, e soprattutto del secondo figlio, lavoro è strettamente connessa con la disponibilità dei nonni di occuparsi, nel quotidiano, dei propri nipoti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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