Con più donne e meno maschi cresce l'economia

Numerosi studi, citati anche in occasione dell'8 marzo, ci dicono che una maggiore occupazione femminile farebbe aumentare il Pil, prodotto interno lordo. Ma questa affermazione è vera anche se la torta dell'occupazione complessiva non cresce? Se cioè il maggior lavoro femminile va a scapito degli uomini? La discussione è aperta, ma ci sono validi motivi per credere che sia proprio così e che gli uomini dovrebbero fare un passo indietro e dedicarsi di più ai lavori domestici.

 L'aumento dell'occupazione femminile farebbe aumentare il Pil. Questa tesi è stata ripetuta anche nel corso del convegno “Le donne e l'economia italiana” organizzato dalla Banca d'Italia alla vigilia dell'8 marzo. “Ridurre il differenziale tra uomo e donna”, ha affermato Alessandro Rosina, docente di demografia alla Cattolica di Milano “porterebbe ad un aumento del Pil del 4%”.

Circolano numerosi studi autorevoli che portano a questa conclusione, ma bisogna intendersi bene sul significato di affermazioni che possono essere interpretate in due modi: l'una lapalissiana; l'altra ben più pregnante, ma tutta da argomentare.

Partiamo dai numeri. Secondo l'ultimo dato disponibile nella banca dati dell'Istat, il tasso di occupazione maschile tra i 15 e i 64 anni è pari al 67,8%, quello femminile al 46,1%. Un divario di genere del 21,7% che nel Mezzogiorno (con tassi di occupazione del 58,1 tra i maschi, e del 30,4 tra le femmine) sale al 27,7%.

La Strategia Europa 2020 prevede di raggiungere tra otto anni un tasso di occupazione complessiva del 75%. Ne siamo ben lontani, soprattutto per il ritardo nel lavoro femminile. è ovvio che se ci fosse più lavoro (a parità di produttività) aumenterebbe il Pil. Dunque, poiché lo spazio di recupero dell'occupazione per arrivare agli obiettivi europei riguarda soprattutto le donne, ecco che un sostanziale aumento dei posti di lavoro a loro vantaggio farebbe aumentare la ricchezza nazionale. Ma in realtà questo calcolo nulla ci dice sulle possibilità effettive di aumentare l'occupazione.

Più delicata, ma anche più interessante, è invece l' altra ipotesi: che a parità di quantità di lavoro nel sistema Paese, una diversa ripartizione dell'occupazione tra uomini e donne porterebbe a un aumento del Pil. In altre parole, che se gli uomini lavorassero meno in ufficio (assumendosi al tempo stesso un maggior carico di lavori domestici) e le donne lavorassero di più fuori casa, il Paese starebbe meglio. E' possibile? Su quali basi lo si afferma? Il discorso è aperto, ma si possono portare varie argomentazioni a favore.

Innanzitutto si farebbero più figli, a differenza di quanto si è portati a credere. Diversi studi internazionali dimostrano che le coppie nelle quali entrambi i partner lavorano sono più disposte a sobbarcarsi gli oneri di una famiglia più numerosa. Una maggiore fecondità sarebbe a sua volta uno stimolo all'economia.

Ci sarebbe, in secondo luogo, una maggiore valorizzazione delle capacità femminili, spesso sprecate tra le mura domestiche. Le donne oggi studiano più degli uomini, riescono meglio nei concorsi pubblici, dimostrano capacità vincenti dalla politica alla finanza. Sugli effetti positivi delle cosiddette womenomics ho scritto ampiamente in passato. I luoghi di lavoro avrebbero tutto da guadagnare da una loro maggiore valorizzazione. Fa impressione che la banca dati dell'Istat per il terzo trimestre 2011 ci dica che tra laureati e laureate del Nord c'è una differenza nel tasso di occupazione di meno di 9 punti, mentre nel Sud è di oltre 15: indica una grande capacità intellettuale sprecata.

Infine, una diversa ripartizione dei ruoli tra uomini e donne corrisponderebbe a una rivoluzione culturale. Potrebbe anche stimolare a ricercare nuove attività, nuovi equilibri in famiglia, a mettere a frutto una creatività oggi soffocata da ruoli rigidi sul lavoro e in casa. Questo cambiamento, però, dovrebbe avvenire anche e forse soprattutto in quelle zone del Paese dove prevalgono i vecchi stereotipi. A Napoli, per esempio, il tasso di occupazione delle giovani donne tra i 25 e i 34 anni è solo del 22,5%; ad Agrigento del 25,8. In entrambe le province il corrispondente tasso di occupazione maschile è del 54,2. Dare più spazio alle donne sui luoghi di lavoro è certamente un problema nazionale, ma la battaglia si vince soprattutto al Sud, dove le donne sono più sacrificate: per il ritardo nelle pratiche e nelle strutture di conciliazione tra casa e lavoro, per una vecchia mentalità che le vede ancora come angeli incatenati al focolare e anche per la convinzione che dove c'è meno lavoro esso debba andare innanzitutto ai maschi.

Fonte: http://numerus.corriere.it

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