Congedo parentale per assisitenza a portatori handicap

Il Decreto Legislativo 26 marzo 2001 n.151 reca il Testo Unico della disciplina in materia di tutela della maternità e della paternità (“Testo Unico”). In materia di portatori di handicap occorre fare altresì riferimento alla Legge 5 febbraio 1992 n.104 che reca a sua volta la Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate (“Legge quadro”).

La disciplina del congedo parentale


La sentenza della Consulta

Le motivazioni della sentenza

La citazione della settimana

Secondo la Legge quadro è persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. Qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l'autonomia personale, correlata all'età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità.

L'articolo 42 del Testo Unico regola le ipotesi di riposi e permessi per i figli con handicap grave, prevedendo al comma primo che fino al compimento del terzo anno di vita del bambino con handicap in situazione di gravità e in alternativa al prolungamento del periodo di congedo parentale, si applica l'articolo 33, comma 2, della Leggequadro, a norma del quale è possibile fruire di due ore di permesso giornaliero retribuito.

Venendo alla questione che più ci interessa in questa newsletter, ossia all'intervento di fratelli e sorelle a favore di soggetto con handicap grave, ricordiamo che il comma 5 dell'articolo 42 prevede che:

La lavoratrice madre o, in alternativa, il lavoratore padre o, dopo la loro scomparsa, uno dei fratelli o sorelle conviventi di soggetto con handicap in situazione di gravità da almeno cinque anni e che abbiano titolo a fruire dei benefici della medesima legge per l'assistenza del figlio, hanno diritto a fruire di un periodo di congedo, continuativo o frazionato, non superiore a due anni, entro sessanta giorni dalla richiesta. Durante il periodo di congedo, il richiedente ha diritto a percepire un'indennità corrispondente all'ultima retribuzione e il periodo medesimo è coperto da contribuzione figurativa; l'indennità e la contribuzione figurativa spettano fino a un importo complessivo massimo di lire 70 milioni annue per il congedo di durata annuale.

Detto importo è rivalutato annualmente, a decorrere dall'anno 2002, sulla base della variazione dell'indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. L'indennità è corrisposta dal datore di lavoro secondo le modalità previste per la corresponsione dei trattamenti economici di maternità. I datori di lavoro privati, nella denuncia contributiva, detraggono l'importo dell'indennità dall'ammontare dei contributi previdenziali dovuti all'ente previdenziale competente.

2. La sentenza della Consulta

La Corte Costituzionale ha ampliato con una sentenza di natura additiva le ipotesi di intervento di fratelli e sorelle a favore di soggetti portatori di handicap coperte dal diritto al congedo parentale.

Con la recente Sentenza 233/2005 la Corte Costituzionale ha infatti dichiarato l'illegittimità costituzionaledell'articolo 42, comma 5, del Testo Unico nella parte in cui non prevede il diritto di uno dei fratelli o delle sorelle conviventi con soggetto con handicap in situazione di gravità a fruire del congedo ivi indicato, nell'ipotesi in cui i genitori siano impossibilitati a provvedere all'assistenza del figlio handicappato perché totalmente inabili.

3. Le motivazioni della sentenza

Secondo la Consulta, la ratio legis dell'articolo 42 consiste nel favorire l'assistenza al soggetto con handicap grave mediante la previsione del diritto ad un congedo straordinario “rimunerato in misura corrispondente all'ultima retribuzione e coperto da contribuzione figurativa” che, all'evidente fine di assicurare continuità nelle cure e nell'assistenza edevitare vuoti pregiudizievoli alla salute psico-fisica del soggetto diversamente abile, è riconosciuto non solo in capo alla lavoratrice madre o in alternativa al lavoratore padre ma anche, dopo la loro scomparsa, a favore di uno dei fratelli o delle sorelle conviventi.

Più in particolare, il punto è che la norma censurata, utilizzando in modo evidentemente improprio e atecnico il termine “scomparsa”, non prende in considerazione il caso in cui uno dei genitori, pur essendo in vita, si trovi tuttavia nella oggettiva impossibilità di prestare assistenza al figlio, in quanto a sua volta totalmente inabile: occorre perciò verificare se tale omissione risulti sorretta da una idonea e ragionevole giustificazione. La soluzione costituzionalmente orientata può essere una sola: ai fini della tutela prevista nella norma, la scomparsa del genitore deve essere considerata alla stregua dell'accertata impossibilità dello stesso ad occuparsi del soggetto
handicappato.

(Corte Costituzionale, Sentenza 8 – 16 giugno 2005, n.233: Articolo 42, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell'articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53) – Diritto congedo fratello o sorella per assistenza soggetto con handicap solo in caso di scomparsa del genitore – Illegittimità – Impossibilità a provvedere all'assistenza del figlio handicappato, per inabilità totale – Legittimità costituzionale)

Per consultare la Sentenza clicca qui

Fonte: Lavoro Lex (Buongiorno.com)

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