Dieselgate, lo scandalo bussa a casa Renault

C’era da immaginarselo: il dieselgate che ha coinvolto Volkswagen potrebbe non riguardare esclusivamente la casa automobilistica tedesca. Quella di usare software “truccati” per manipolare i dati sulle emissioni delle vetture potrebbe essere una pratica molto diffusa. Ora il sospetto bussa in casa Renault: la polizia antifrode ha perquisito alcuni stabilimenti ed acquisito computer del gruppo per capire se anche la società francese abbia manipolato i dati sulle emissioni dei motori. Crollo immediato del titolo in Borsa.

A diffondere la notizia è stato il sindacato Cgt del sito produttivo di Lardy, a sud di Parigi (tra gli stabilimenti perquisiti). Secondo le prime informazioni, l’ipotesi investigativa è che alcuni motori diesel Renault siano equipaggiati con un software che consente di eludere i controlli sulle emissioni, un sistema simile a quello usato da Volkswagen.

Renault aveva promesso di investire 50 milioni di euro per far sì che i livelli di emissione effettivi delle sue auto fossero in linea con quelli registrati durante i test.

Da parte sua la casa automobilistica francese ha confermato le perquisizioni ma ha assicurato che tutti i test realizzati su richiesta del Ministro dell’ambiente Ségolène Royal non avevano evidenziato frodi.

L’Unione Nazionale Consumatori chiede, come per l’affaire Volkswagen, un’indagine a 360 gradi su tutte le case automobilistiche. “I risultati di prove fatte in laboratori scelti dalle case dovrebbero essere almeno verificati. Per questo è necessario rivedere al più presto le procedure europee per rendere i risultati dei test più aderenti alle effettive condizioni di utilizzo – ha dichiarato Raffaele Caracciolo, esperto di automotive dell’UNC – Sia l’autorità di omologazione che i servizi tecnici, ossia gli enti designati dall’autorità di omologazione di uno Stato membro come laboratori per l’esecuzione delle prove, devono essere pubblici. Occorre superare la Direttiva 2007/46 che, di fatto, permette ai  fabbricanti di omologare un veicolo nel paese dell’UE considerato più accessibile e, automaticamente, tutti gli altri  Stati membri sono tenuti ad immatricolare i veicoli senza necessità di ulteriori controlli, sulla base del certificato di conformità” ha concluso Caracciolo.

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