Diritti, Change Your Shoes denuncia: scarpe “made in Europe” ma salari da fame

Le scarpe sono “made in Europe” ma i salari sono da fame. 150 euro al mese per un lavoro fatto a cottimo: le lavoratrici, per sbrigarsi, rinunciano anche ai guanti di protezione. Sono condizioni di lavoro con salari scandalosamente bassi, anche più bassi di quelli retribuiti in Cina, quelle denunciate oggi dalla campagna Change Your Shoes che è andata a indagare le condizioni di lavoro del settore calzature nell’Est Europa. Sei i paesi esaminati: Albania, Bosnia Erzegovina, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Slovacchia, Polonia e Romania.

“Il «made in Europe» è spesso considerato una garanzia di qualità e di buone condizioni di lavoro. Numerose inchieste realizzate nell’ambito del progetto Change Your Shoes hanno però rivelato un lato nascosto dell’industria calzaturiera, dalle concerie toscane fino alle fabbriche dell’Est Europa – denunciano dalla campagna – Scarpe «italiane» o «tedesche» ma in realtà prodotte in fabbriche in Macedonia o Albania, dove decine di migliaia di operaie lavorano in condizioni scandalose e per salari spesso inferiori a quelli retribuiti in Cina. Dall’esame delle condizioni di lavoro in queste aziende possiamo concludere che l’esternalizzazione delle produzioni condotta dai marchi europei verso i paesi dell’Est Europa non si basa su processi di responsabilità e trasparenza. E non produce dignità e benessere per le lavoratrici che vivono in situazione di povertà e spesso di miseria”.

Dalle indagini fatte emerge una situazione disastrosa, con bassi salari insufficienti per un’esistenza dignitosa. Denuncia il report “Il lavoro sul filo di una stringa”: “In tutti e sei i paesi esaminati le retribuzioni sono estremamente basse, insufficienti a far fronte alle esigenze fondamentali dei singoli e delle loro famiglie. Il salario minimo legale non garantisce in nessun paese standard di vita dignitosi e non risolve il problema della povertà di chi lavora. In tutti i paesi europei presi in esame, la distanza esistente fra un livello salariale dignitoso e il salario effettivamente percepito è più ampia, talvolta notevolmente più ampia, di quanto non accada in Cina”.

Nel 2014 in tutto il mondo sono state prodotte 24 miliardi di paia di scarpe, la maggior parte in Asia.  Ma il 23% delle scarpe di pelle, più costose, viene prodotto in paesi europei, fra i quali spicca l’Italia. È inoltre in Italia che avviene il processo di conciatura del 60% di tutto il cuoio prodotto nell’Unione Europea. Questo compito gravoso viene spesso affidato ai lavoratori immigrati, denunciano da Change Your Shoes, e spesso le fasi più pesanti della produzione vengono esternalizzate in paesi dell’Est Europa. In questo modo si trae profitto dalla manodopera a basso costo e da tempi di produzione più brevi. Quanto siano bassi i costi lo evidenzia appunto il rapporto “Il lavoro sul filo di una stringa”, curato da Public Eye e ENS. “In Albania, Macedonia e Romania il salario minimo si situa fra i 140 e i 156 euro mensili, cifre inferiori a quelle previste in Cina – denuncia la campagna – Per poter mantenere le proprie famiglie le operaie dovrebbero guadagnare da quattro a cinque volte tanto. Venendo pagate a cottimo, spesso le lavoratrici preferiscono poi rinunciare ai guanti o ad altro materiale di protezione contro le colle e le sostanze chimiche che devono maneggiare, così da poter lavorare più rapidamente. Similmente all’industria tessile, il settore calzaturiero è affetto da problemi strutturali che non si fermano di fronte alle frontiere europee”.

Marche e distributori si interessano poco delle condizioni di lavoro delle fabbriche in cui vengono prodotte le scarpe. Proseguono da Change Your Shoes: “Dalle interviste svolte e dai siti web delle aziende risulta che la produzione è realizzata intera­mente per conto di noti marchi e catene distributive che ope­rano sui mercati dell’Unione Europea, fra questi Zara, Lowa, Deichmann, Ara, Geox, Bata, Leder & Schuh AG, Ecco. A tutti i marchi e distributori coinvolti chiediamo di assumersi le proprie responsabilità e di mettere in atto le misure necessarie affinché il rispetto dei diritti umani sia garantito nella totalità della loro catena di produzione. Soprattutto, che si impegnino perché agli operai ed alle operaie venga versato un salario dignitoso”.

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