È lo specchio di una rivoluzione

Colloquio Con Elisabetta Ruspini

«non ci sono ancora dati e stime precise. ma il fenomeno è sempre più evidente: sul fronte pubblico ci sono molti più uomini impegnati nel lavoro di cura e di assistenza. sul piano privato, che attiene all’identità, è in corso una rivoluzione».

Elisabetta Ruspini, docente all’università di milano-bicocca ed esperta di mutamenti nelle identità di genere, è la sociologa che ha curato, con margherita sabrina Perra, il volume “trasformazioni del lavoro nella contemporaneità”.

Una rivoluzione sociale. e simbolica. Ma il lavoro di cura è appropriato a un uomo?«decisamente sì. anche se ha caratteristiche diverse: la cura offerta dagli uomini, ad esempio dai baby tutor, è meno improntata alla custodia e più alla formazione. Per essere accettati in questo nuovo ruolo, gli uomini devono ritagliarsi uno spazio specifico, anche dimostrando di essere molto bravi, professionali, istruiti. il loro ingresso più numeroso tra gli assistenti sociali, ad esempio, sembra essere agevolato da un maggior riconoscimento professionale di questo mestiere. e anche di fronte alla cura dei bambini o degli anziani, gli uomini sottolineano le loro competenze specifiche». Quasi a giustificare una scelta ancora di nicchia? «come dire: faccio un mestiere che per anni ha riguardato solo le donne. ma ho un profilo così alto da riuscire a competere con loro, e talvolta a superarle». Gli studiosi hanno coniato un’espressione per dirlo: “glass escalator”, in contrapposizione al “glass ceiling”: se il soffitto di vetro impedisce ancora alle donne di fare carriera, gli uomini sono in grado di mettere in atto quei meccanismi che li spingono al top. e le donne come reagiscono? «da una parte sono diffidenti, specialmente le meno giovani, che hanno vissuto contesti con divisioni di genere più nette. altre vedono il riavvicinamento maschile con grandi aspettative e maggiore tolleranza». Quanto ha inciso la crisi su questo fenomeno? «la crisi può sicuramente aver fatto da volano, anche perché ha avuto, sul fronte lavorativo, un impatto maggiore sugli uomini che sulle donne».

Ma è utile o no questo cambiamento? «È molto utile per tutti. soprattutto sul versante dei bambini: sapere che certe professioni sono in aumento è interessante e istruttivo. Perché è importante proporre una varietà di modelli. allarghi loro la visione delle possibilità».

Trasformazioni del lavoro nella contemporaneità”, a cura di Margherita Sabrina Perra ed Elisabetta Ruspini (Franco Angeli). Perché non ci sono ancora statistiche ufficiali. L’ultima indagine che sfiora l’argomento è sui lavori familiari degli uomini in Italia (Istat, 2010): spia di una percentuale in crescita di maschi che durante il giorno preparano i pasti (il 43, 2 per cento rispetto al 28,4 di dieci anni prima), lavano i piatti (il 26,1 per cento), puliscono la casa (il 30 per cento) e stirano (l’1,1 per cento). Ma il fenomeno degli uomini, impiegati in lavori non maschili è in aumento. E i sociologi sono già all’opera per interpretarlo: da quali percorsi arrivano, come percepiscono queste professioni, come cambia il rapporto con la famiglia. Ci sono gli “indifferenti”, che considerano quell’impiego temporaneo, in attesa di uno vero; gli “adattati”, che sembrano aver fatto di necessità virtù; gli “innovatori”, che dichiarano di aver scelto consapevolmente lavori non maschili, pronti a lottare contro i luoghi comuni. Ma ci sono, soprattutto, i maschi che il più delle volte lavorano in nero, in case private, che non di rado tentano di nascondere le mansioni che svolgono: i “rassegnati”.«La ricerca universitaria è stata svolta tra il 2012 e il 2013 su un campione di 40 uomini in Puglia. E il Sud entra in gioco prepotentemente: da una parte con le sue resistenze culturali – occuparsi dei figli o della casa è giudicato ancora inopportuno e innaturale- dall’altra con la vistosa perdita di posti di lavoro.

Non c’è tempo, per questi uomini, di elaborare il lutto o attuare tentativi di mascheramento: finiscono per svolgere lavori domestici. Ma è un faticoso ripiego», spiega Carrera. Gli intervistati confermano. «All’inizio non mi alzavo neanche dal letto finché i miei figli non erano usciti. Dicevo che stavo male. Poi ho pensato che non potevo continuare così. Faccio io quello che prima faceva mia moglie», dice un casalingo di 45 anni, diplomato. E, come lui, molti altri: ad ingrossare le fila dei lavori di casa c’è non solo chi un posto l’ha perso. Ma anche chi non può più permettersi un aiuto esterno. I collaboratori domestici hanno superato in Italia un milione 650 mila? Da qui al 2030 ne serviranno altri 500 mila, stima il Censis. Che, in uno studio del 2013 per il Ministero del Lavoro, fa una previsione: considerati i costi, e l’incidenza sul reddito familiare, in molti abbandoneranno l’occupazione per dedicarsi alla cura di un parente. Anzi, sta già accadendo: si sa che negli ultimi due anni sono raddoppiate le presenze italiane nei corsi di formazione per colf e assistenti familiari. E se nove volte su dieci tocca a una donna rinunciare al lavoro per prendersi cura di un figlio o di un anziano, la novità è in chi, per la prima volta, compie il sacrificio: un uomo.

All’Anagrafe casalingo

Sono un casalingo. D’accordo con mia moglie ho fatto la scelta di restare a casa alcuni anni fa», racconta Fiorenzo Bresciani, che a Pietrasanta, Lucca, ha fondato l’associazione “Uomini casalinghi” (uominicasalinghi.it). «Eccetto mia moglie, chiunque mi guardava con sospetto: come se facessi il mantenuto. All’epoca, avevo dovuto chiudere un’attività commerciale. Il momento più imbarazzante? Dovevo rifare la carta di identità e dichiarare la mia professione. Allo sportello, ho risposto “casalingo”. Ricordo la faccia dell’impiegata che ha smesso di scrivere, ha alzato lo sguardo, e mi ha detto: “Lei è disoccupato?”. “No”, ho risposto: “Sapesse quanto lavoro”. Ho dovuto dibattere per delle ore, con lei e con i responsabili dell’ufficio: “casalingo”, su un documento, era una formula non prevista. Alla fine ho vinto io». Bresciani parla come chi ha infranto un tabù. E in fondo, lo ha fatto davvero: L’associazione “Uomini casalinghi” conta oltre i 6000 iscritti, «con molti separati, soprattutto dal Sud, che si aggiungono di continuo, e che trovano un supporto per affrontare la solitudine. Cerchiamo di scardinare lo stereotipo di uomini inadeguati al lavoro domestico. È solo una questione di abitudine e di educazione. A me è venuto più naturale perché ho avuto l’esempio di mio padre, costretto da una malattia a rimanere in casa. Con quattro figli da crescere, mia madre ha dovuto rimboccarsi le maniche e lavorare fuori di casa. Mio padre si è fatto carico di tutte le faccende, senza mai tirarsi indietro. Per la sua generazione è stata una sconfitta. Io ho voluto dimostrare che non c’è nulla di cui vergognarsi». E se anche fanno un po’ sorridere i suoi corsi di Stirologia ed Epistemologia del bucato, di certo Bresciani è diventato un maitre à penser dei nuovi mestieri: interviene ai dibattiti, e un format televisivo, tagliato su di lui, è inpreparazione. Per mostrare che è solo la miopia sociale ad alterare la percezione di certe professioni. E che affrontare modelli egemoni è un rischio che oggi si può correre.

S.M L’ ESPRESSO

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