Energie rinnovabili Il mondo corre, l'Italia resta un passo indietro

Intervista con Alessandro Brusa, Direttore APER – Associazione produttori energie rinnovabili

Si registra nei laboratori di mezzo mondo grande fermento scientifico, tecnologico ed industriale per mettere a punto fonti alternative all'energia tradizionale. Come si spiega questa accelerazione?
La politica energetica si pone tre obiettivi di fondo: la competitività complessiva, la sicurezza delle forniture energetiche e la protezione dell'ambiente in un'ottica di promozione del mercato. Le fonti energetiche rinnovabili occupano una posizione baricentrica in questo contesto perché se da un lato si pongono a favore dello sviluppo sostenibile come pilastro della minimizzazione dell'impatto ambientale e della sicurezza dell'approvvigionamento energetico, dall'altro manifestano l'esigenza di un sostegno pubblico che le conduca a diventare competitive.
Qual è la posizione dell'Italia in materia?
In Italia, nel 2001, gli investimenti per la ricerca e sviluppo sono stati circa pari all' 1,1% del Prodotto interno lordo. Per confronto, il Giappone investe tre volte tanto e gli Stati Uniti più del doppio. Francia e Germania, le nostre dirette concorrenti sul piano economico-commerciale hanno investito il 2,2% e il 2,5% rispettivamente. Da questo confronto emerge quindi che spendiamo meno della metà anche rispetto a loro e, comunque, che siamo ben al di sotto della media europea. L'industria italiana è inoltre in arretrato nel settore della R&S abbinata alle rinnovabili. Per esempio la tecnologia del settore eolico è infatti importata da altri Paesi europei come la Danimarca o la Germania e le celle fotovoltaiche sono generalmente acquistate all'estero (Germania e Giappone i produttori più attivi).
Il nucleare è una esperienza chiusa per l'Italia?
Per diversi paesi industrializzati il nucleare costituisce una fonte importante ed irrinunciabile; paesi come Lituania, Francia, Belgio, Bulgaria, Ungheria, Giappone, Svezia, Svizzera, Slovenia e Spagna producono attraverso il ricorso all'energia nucleare più del 30% del loro fabbisogno di energia elettrica. In alcuni paesi si considera che senza il ricorso al nucleare potrebbe essere molto difficile rispettare l'impegno del Protocollo di Kyoto di ridurre le emissioni di CO2. La problematica della copertura del fabbisogno energetico nazionale in maniera sostenibile porta sempre più frequentemente a riflettere sulla fonte nucleare che presenta obiettivamente dei vantaggi ma anche delle problematiche irrisolte. Tra i principali vantaggi si ricordi che il nucleare non causa emissioni inquinanti come ossidi di azoto e di zolfo, monossido di carbonio, idrocarburi incombusti e articolato o gas ad effetto serra (anidride carbonica e metano). Ha delle potenzialità molto elevate di 200 Gtep (carbone e gas complessivamente raggiungo i 300 Gtep) di uranio economicamente sfruttabili con le attuali tecnologie e inoltre è un elemento presente un po' ovunque sulla terra. Tuttavia da diversi anni l'energia nucleare è in fase di regressione, specialmente nel mondo occidentale e questa situazione è legata, in estrema sintesi, a quattro tra i problemi più importanti: le scorie radioattive; la sicurezza; l'effettiva competitività economica: la proliferazione delle armi nucleari.

Fonte:Tuoquotidiano

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