Etichetta pasta, il decreto sull’origine del grano è pronto per la notifica di Bruxelles

Un pacco di pasta su tre contiene grano proveniente dall’estero, senza che il consumatore lo sappia. Per questo motivo, 8 italiani su 10 ritengono che l’etichettatura di origine obbligatoria per il grano usato per produrre la pasta risponda alla necessità di smascherare l’inganno del prodotto straniero spacciato per italiano. Proprio in questi giorni, infatti, è stato presentato a Bruxelles, da parte del Governo italiano, il decreto per l’introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta il Paese di coltivazione del grano per la produzione della pasta.

Dopo la recente introduzione dell’obbligo di indicazione di origine per i prodotti caseari, che entrerà in vigore dal 1 gennaio prossimo, ora è la volta di dare ai cittadini un’informazione più completa su uno dei prodotti più acquistati e consumati nel nostro Paese. “Da anni ripetiamo che l’indicazione di origine della materia prima in etichetta è fondamentale per qualsiasi prodotto. I cittadini hanno diritto ad avere tutte le informazioni possibili su ciò che acquistano, soprattutto se si tratta di prodotti alimentari”, dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef. “Sapere da dove provengono gli alimenti che portiamo sulla nostra tavola è un diritto inviolabile, che per anni è stato invece trascurato e considerato marginale”.

Come sarà la nuova etichetta della pasta? Origine della semola e del grano possono divergere o coincidere: la dicitura in etichetta farà chiarezza. All’atto pratico il consumatore dovrebbe trovare scritte le seguenti informazioni:

  • il Paese di origine dell’ingrediente primario della pasta, ossia la semola, che di fatto coincide con il Paese di ultima trasformazione;
  • il Paese di provenienza dell’ingrediente primario della semola, vale a dire l’origine del grano duro. Ad esempio: “pasta italiana prodotta con semola italiana da grano canadese”.

Se l’origine della semola e la provenienza del grano coincidono, si potrà scrivere sulla confezione “grano duro e semola 100%“, seguito dal nome del paese. Nel caso di miscele di varie origini e provenienze, si potranno completare le informazioni  con la scritta riferita a  “paesi Ue” e “paesi non Ue” come si fa attualmente con altri prodotti.

Il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, sottolinea che il decreto rappresenta “una necessità per fermare le speculazioni che nell’ultimo anno in piena campagna hanno provocato il crollo del prezzo del grano duro destinato alla pasta”. 18 centesimi di euro al chilo è il prezzo che viene pagato in Italia, con un calo netto del 38% rispetto allo scorso anno, su valori ben al di sotto dei costi di produzione. Un crack economico da 700 milioni di euro per il granaio Italia.

“In pericolo”, precisa Moncalvo, “non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy”. Per Coldiretti, l’Italia è il principale produttore europeo di grano duro, destinato alla pasta con 4,9 milioni di tonnellate su una superficie coltivata pari a circa 1,3 milioni di ettari che si concentra nell’Italia meridionale, soprattutto in Puglia e Sicilia che da sole rappresentano il 42% della produzione nazionale, seguite dalle Marche. Nonostante ciò sono ben 2,3 milioni di tonnellate di grano duro che arrivano dall’estero in un anno senza che questo venga reso noto ai consumatori in etichetta.

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