Figli mantenuti a vita

figli non hanno un ''limite di età'' oltrepassato il quale i genitori non li devono più mantenere, nemmeno quando hanno un'età più vicina ai 40 anni che ai 30.

 Lo sottolinea la Cassazione (sentenza 22.500) con un verdetto che ha annullato la decisione con la quale la Corte di appello di Perugia aveva stabilito che Giuseppe V., padre separato, non doveva più pagare l'assegno mensile per il mantenimento delle due figlie maggiorenni che ormai avevano 34 e 36 anni e vivevano con la ex moglie senza aver raggiunto l'indipendenza economica.

Giuseppe riteneva che le figlie, Violante e Alasia, fossero 'colpevoli' per non avere ancora trovato una occupazione, o per aver rifiutato alcune opportunità di lavoro. I giudici di Perugia, stante l'età delle ragazze, avevano dato ragione a Giuseppe e avevano escluso che lui dovesse continuare a versare ogni mese l'assegno per loro. Ad avviso della Corte di appello, infatti, esiste ''un limite che occorre apporre, sulla base dell'età, per avere il diritto al mantenimento: al di là di questo limite il mantenimento si trasforma in parassitismo''.

La Suprema Corte non è, però, stata dello stesso parere ed ha accolto il ricorso presentato da Elga H.P., la ex moglie di Giuseppe, che chiedeva il ripristino del contributo per Violante e Alasia. In proposito la Cassazione afferma che ''l'obbligo di mantenere i figli non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, od oltre un dato limite della stessa, ma si protrae fino al momento in cui i figli raggiungono una propria indipendenza economica oppure siano in colpa per non essersi messi in condizione di conseguire una titolo di studio o di procurarsi un reddito con una idonea attività lavorativa, o per avere ingiustificatamente rifiutato detta attività''. Praticamente, per i supremi giudici, i figli sono da mantenere senza limiti di tempo a meno che rifiutino lavoro senza motivo o non si applichino agli studi.

La Cassazione aggiunge, infine, che il genitore che non vuole più mantenere i figli ''deve fornire la prova che i figli non svolgono un lavoro retribuito a causa della loro condotta colpevole che persiste in un atteggiamento di inerzia nella ricerca di un lavoro compatibile con le sua attitudini''. Allo stesso modo il padre arcistufo di staccare assegni deve dimostrare che sono i figli a rifiutare ''le occasioni che gli vengono offerte o che abbandonano il posto di lavoro senza valide giustificazioni''. Adesso la Corte di Appello di Perugia dovrà rivedere il suo no all'assegno per Violante ed Alasia.

Fonte:MiaEconomia

Condividi questo articolo