#FilieraSporca: cosa c’è dietro le arance che beviamo?

Produrre un litro di succo di arance costa 70 centesimi in più rispetto al prezzo cui viene venduto. Un paradosso che riassume in una piccola cifra tutta l’opacità di una filiera agricola sempre più complessa. Dietro quelle arance si nasconde uno sfruttamento dei lavoratori migranti, ma anche italiani, che mantiene in piedi un circolo vizioso in cui si rischia di rimanere tutti schiacciati: dall’agricoltore al consumatore che non sa più cosa beve. E’ questo il quadro impietoso fotografato dal secondo Rapporto della campagna Filiera Sporca, presentato oggi a Roma. 

Il rapporto si intitola “La raccolta dei rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende” ed è curato da Terra!Onlus, associazione antimafie daSud e Terrelibere.org. Nel rapporto #FilieraSporca interroga e fornisce le risposte dei grandi attori della filiera agroalimentare, denuncia la mancata trasparenza della Grande Distribuzione Organizzata e il ruolo distorto delle Organizzazioni dei produttori che agiscono come moderni feudatari, dimostra come il costo delle arance riduce in povertà i piccoli produttori e lascia marcire il made in italy.

Partiamo da un dato: nel 2015 si sono registrati 10 morti nei campi (ma potrebbero essere molti di più) e sono centinaia di migliaia i braccianti, stranieri e italiani, sfruttati per la raccolta dell’ortofrutta. Il principale snodo per questo “sfruttamento di massa” è il Cara di Mineo che si trova in una zona clou per la raccolta delle arance, ovvero nel mezzo della piana di Catania dove crescono le famose arance tarocco. Da qui, come denuncia la serie di video “Welcome to Italy” lanciati da Internazionale, ogni mattina circa un migliaio di migranti richiedenti asilo partono con le loro biciclette per essere presi dai padroni ed andare a lavorare nei campi per 9-10 ore. Compenso per la giornata: 10-15 euro. 

Nel video “Gli schiavi di Mineo”, presentato in anteprima durante la conferenza stampa, si denuncia un sistema di “lavoro in economia” che si regge sul lavoro di braccianti sotto pagati e, nel momento in cui finiscono le braccia disponibili, si serve dei migranti senza documenti. Questi sono solo l’ultimo anello di una filiera opaca, fatta di intrecci di illegalità e sfruttamento. Non si tratta più di lavoro nero o mascherato: siamo di fronte ad un vero e proprio schiavismo. Si è creato un sistema che non garantisce alcuna tutela e che va dagli agricoltori alle multinazionali che acquistano il succo d’arancia che arriva poi nei nostri supermercati. In mezzo ci sono i piccoli produttori (che stanno vendendo le terre ai commercianti, rischiando di essere tagliati fuori dalle trattative e dal mercato), le aziende di trasformazione e le Organizzazioni di Produttori che dovrebbero garantire tutela del lavoro e trasparenza ma invece, almeno in Sicilia, sono solo un modo per avere gli incentivi europei. E le industrie di trasformazione? Alcune hanno un fatturato di 500 milioni di euro a fronte di una spesa di soli 50 milioni per comprare le arance. E allora la domanda è lecita: noi consumatori cosa ci beviamo? 

Il lavoro di denuncia che sta portando avanti la campagna Filiera Sporca è molto importante ed è riuscito a spostare il punto di vista della politica che in quest’ultimo anno ha compiuto alcuni passi come la legge contro il caporalato e il codice antimafia (che però giace ancora in Senato). Bisogna agire molto di più sul lato  della prevenzione, non accontentandosi di andare a contrastare o punire situazioni di illegalità già in atto. E poi è necessario aumentare la consapevolezza dei consumatori, ad esempio con il progetto dell’etichetta narrante.

@Anto_Gior

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