Genitori e insegnanti costruire una nuova alleanza

I RECENTI, SCONCERTANTI FATTI DI CRONACA CHE COINVOLGONO SCUOLE E FAMIGLIE, RILANCIANO L' URGENZA DELLA SFIDA EDUCATIVA DA AFFRONTARE INSIEME PER IL BENE DEI RAGAZZI

Palermo. Un'insegnante denunciata dalla famiglia (e poi assolta) per avere fatto scrivere cento volte a uno studente la frase “sono un deficiente”, perché aveva deriso come gay un compagno. Bari. Il preside di una scuola aggredito da alcuni genitori che non avevano gradito la pagella dei figli. Torino. I genitori dei ragazzi sospesi per il video di un disabile maltrattato hanno protestato contro la punizione comminata ai figli. Chi ha figli in età scolastica, di questi tempi legge i giornali e ascolta la tv con una certa apprensione. Episodi certo estremi, ma che mettono a nudo le tensioni che ci sono tra scuola e famiglia. “Oggi il rapporto fra genitori e insegnanti mi ricorda molto il rapporto tra marito e moglie quando viaggiano su binari contrastanti e non riescono a fare squadra nei confronti dei figli”, osserva Laura Calabresi, psicanalista a Milano.

Cosa rende difficile la collaborazione? “Scuola e famiglia erano due sistemi separati, ma li univa il senso dell'autorità condivisa, delle norme, dei valori. La famiglia non metteva in discussione gli insegnanti e viceversa. Tutto questo è andato in crisi. Si è prodotta una confusione di ruoli. I genitori sono troppo tentati dalla facile delega educativa alla scuola, ma non è una delega carica di fiducia. Il risultato? Si difendono incondizionatamente i figli (“ma è così buono a casa”), ma in realtà si difende se stessi (“lei non mi può insegnare come educare mio figlio”). D'altra parte si ha una esagerata

aspettativa sui loro risultati, ma se il figlio prende un brutto voto non ci si arrabbia con lui ma con il prof. Anche gli insegnanti rischiano di chiudersi in una posizione di difesa della propria professionalità, rimproverando alle famiglie o disinteresse o inadeguatezze educative (“i tuoi genitori non i ti hanno insegnato niente !). Perché succede? “Per reciproca paura di essere giudicati, di non essere considerati abbastanza bravi. Al centro dell'interesse, genitori e insegnanti, pongono se stessi, non il bambino. Per costruire un'alleanza produttiva, occorre invece mettere lo studente al centro. Ricordando sempre che quel bambino che loro vedono come figlio e studente è in realtà una persona, un adulto potenziale cui la famiglia e la scuola danno strumenti per diventarlo al meglio”.

5 cose che i genitori possono fare

1) Se qualcosa non va, meglio chiarirsi con l'insegnante in privato e non lamentarsi davanti al figlio.

2) Affrontare i problemi, sia quelli reali sia quelli percepiti. Sdrammatizzare non è sempre la cosa migliore da fare.

Un'espressione di disagio, un comportamento negativo del figlio segnalato dal prof, non va vissuto come un atto d'accusa, ma va accolto come opportunità per poter intervenire.

3) Non insegnare a maestri e professori il loro mestiere:la chiara separazione dei ruoli favorisce un'alleanza educativa, non la confusione e l'intrusione reciproca. Se i compiti a casa sono troppo difficili, meglio avvertire serenamente l'insegnante: “La prego di spiegare di nuovo l'esercizio perché il mio bambino da solo non è in grado di svolgerlo”.

4) Mostrare fiducia. Si tratta di valorizzare quanto di positivo il proprio figlio riceve da ogni insegnante, per poi “passare” questo apprezzamento al figlio. I commenti dei genitori lo aiutano ad accorgersi di ricevere qualcosa di importante, sviluppando un atteggiamento di gratitudine verso le persone che contribuiscono alla sua crescita.

5) Migliorare la comunicazione. Attraverso la partecipazione e collaborazione a momenti di vita scolastica, feste, spettacoli, progetti. Il colloquio, in particolare, è utile per confrontarsi, e cercare strade comuni per risolvere eventuali difficoltà. Permette all'insegnante di conoscere meglio il ragazzo nella sua realtà familiare e ai genitori di verificare quale sia la partecipazione dei figli alla vita scolastica, il suo interesse, la sua capacità di collaborazione e di essere solidale con i compagni.

Di Cristina Tirinzoni

Tratto da:Psychologies magazine n°46 settembre 2007

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