Home restaurant: in arrivo la legge. 500 coperti, 5mila euro, pagamenti solo online

Si va verso una legge sugli home restaurant, i ristoranti in casa che permettono di organizzare eventi culinari destinati ad amici e a perfetti sconosciuti attraverso le possibilità offerte da piattaforme social e dalla prenotazione via web. La Camera ha infatti approvato la disciplina che riguarda la “ristorazione in abitazione privata” che passa ora  all’esame del Senato. Cosa prevede?

La norma è volta a introdurre nell’ordinamento giuridico italiano una disciplina per l’attività di home restaurant: questa viene definita nel provvedimento come “l’attività finalizzata alla condivisione di eventi enogastronomici esercitata da persone fisiche all’interno delle unità immobiliari ad uso abitativo di residenza o domicilio, proprie o di un soggetto terzo, per il tramite di piattaforme digitali che mettono in contatto gli utenti, anche a titolo gratuito e dove i pasti sono preparati all’interno delle strutture medesime”.

L’attività di home restaurant viene considerata saltuaria: come tale, la norma precisa che non può superare il limite massimo di 500 coperti per anno solare, né generare proventi superiori a 5.000 euro annui. Vengono previsti obblighi precisi per il gestore della piattaforma digitale di home restaurant: questi deve garantire che le informazione sulle attività degli utenti iscritti alle piattaforme siano tracciate e conservate, nel rispetto delle leggi sulla privacy, deve verificare che gli utenti operatori cuochi siano coperti da polizze assicurative per la copertura dei rischi che vengono dall’attività di home restaurant e che l’immobile sia coperto da polizza che assicuri per la responsabilità civile verso terzi.

Le norme prevedono inoltre che le transazioni in denaro siano fatte attraverso le piattaforme digitali, che prevedono modalità di registrazione univoche dell’identità, e avvengano esclusivamente attraverso sistemi di pagamento elettronico. La partecipazione dell’utente fruitore all’evento enogastronomico richiede in ogni caso l’assenso da parte  dell’utente operatore cuoco. Altre disposizioni stabiliscono che le attività di home restaurant devono essere inserite nella piattaforma almeno trenta minuti prima del loro svolgimento e l’eventuale cancellazione del servizio prima della sua fruizione deve rimanere tracciata. Non rientrano invece nell’applicazione della norma “le attività svolte in ambito privato o comunque da persone unite da vincoli di parentela o di amicizia, che sono definite libere e non soggette a procedura amministrativa”.

Bene o male, dunque? Per i responsabili di Gnammo, la principale piattaforma di social eating in Italia, si tratta di “una legge fortemente voluta da insistenti attività di lobbying da parte delle associazioni di categoria che non hanno realmente compreso quanto l’home restaurant sia lontano dall’esperienza del ristorante e sia non avversario ma strumento di sviluppo del settore”. Così Cristiano Rigon, founder di Gnammo, ha commentato l’approvazione della legge da parte della Camera. “Da una parte è senza dubbio positivo il fatto che esista una norma che regolamenti le attività di Home Restaurant, in quanto permetterà a tutti gli aspiranti cuochi di sperimentare la sharing economy senza paura di andare contro le autorità – prosegue Rigon – Di contro però, sarebbe stato più opportuno, come prima cosa, normare a livello quadro la sharing economy, negli aspetti condivisi da tutte le attività, per poi scendere, se e dove necessario, a specificare i paletti da mettere nei singoli settori”.

 “L’augurio – continua il fondatore di Gnammo – è che il Senato sappia produrre una legge sufficientemente agile e snella, rispondente ai suggerimenti UE di non promulgare norme che limitino, ma che favoriscano lo sviluppo del mercato del social eating, limando ancora i forti vincoli presenti nel testo approvato oggi alla camera.” Viene considerato positivo “il riconoscimento nella legge del concetto di Social Eating, già introdotto da Gnammo nel proprio codice etico, che prevede che chi si voglia avvicinare a questa attività, sia esente, entro i limiti di 5 eventi e 50 coperti nell’anno solare, dalle parti più restrittive quali assicurazione, comunicazione digitale al comune, e altri requisiti, avendo come unico vincolo quello di utilizzare piattaforme digitali e transazioni online”.

Viene apprezzata la previsione del pagamento solo online.“In questo – dice Gnammo – non possiamo che essere d’accordo: la trasparenza è una virtù della quale non dobbiamo fare a meno. Inoltre, la tecnologia permette e facilita questi passaggi: le transazioni fatte online sono tracciabili e permettono così di allontanare i ‘furbi del contante’ e di cacciare lo spauracchio del ‘è tutto fatto in nero’”. Un aspetto che viene invece contestato da Gnammo è il limite a 5 mila euro sui proventi. “Tale forte limite di “profitto” significa non aver compreso il potenziale della sharing economy, ma tutelare incondizionatamente una categoria a discapito di un’altra, misurandola su piani differenti – afferma Cristiano Rigon – Più adeguata sarebbe stata la proposta, rilanciata da Altroconsumo, di porre limiti sul numero di coperti, metro usato anche per i ristoranti, ma non di fatturato. In questo modo, la legge rischia di andare contro lo sviluppo, contro i suggerimenti della comunità europea, a favore di qualcuno”.

 

@sabrybergamini

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