I NUOVI PADRI

Triplicati in un anno gli uomini che scelgono la famiglia Via dal lavoro, papà resta a casa è boom di congedi per i figli.

In nove casi su dieci il permesso dura massimo due mesi, ma c嫏 chi arriva a sei
Una ricerca rivela come la legge sta rivoluzionando i costumi delle famiglie
MARIA STELLA CONTE

ROMA – Non chiamatelo “mammo”. Non fatelo sentire una caricatura. Lui è quel che è: un uomo senza modelli da imitare; un genitore il cui genitore non poteva essere un esempio da seguire. Lui è il prototipo di una nuova generazione di padri; l´anello non più mancante – ma ancora fragile – di una rivoluzione familiare destinata a rimanere, altrimenti, incompiuta. Gli uomini giocano la carta di una nuova paternità. Chiedono – e sono sempre meno un´élite – l´affidamento congiunto dei bambini in caso di divorzio; seguono le tappe della vita prenatale del figlio condividendone il momento della nascita; si assentano dal lavoro per poter stare accanto alla moglie che ha appena partorito; ma soprattutto si mettono in congedo per alternarsi con lei nella cura della prole. Erano il 6 per cento; oggi sono il 17, 5 di chi chiede di utilizzare i congedi parentali: tre volte tanto, un aumento del 200 per cento nello spazio di un anno; 9 su dieci prendono sino a 60 giorni di permessi l´anno e quasi il 10 per cento sta a casa per un periodo che oscilla tra i 60 e i 150 giorni. I dati sono l´anticipazione di una ricerca condotta da Annalisa De Pasquale e Raffaele Lelleri per l´”Osservatorio nazionale sulle famiglie e le politiche locali di sostegno alle responsabilità familiari”, svolta sotto la direzione del sociologo Marzio Barbagli; uno studio che attraverso un campione di 301.281 dipendenti di Enti pubblici, fa il punto sui congedi parentali (ex “astensione facoltativa dal lavoro”) dopo l´entrata in vigore della legge: marzo 2000.
Certo, non c´è da gridare al miracolo. Le donne sono ancora lì a reggere il peso di una condizione che le vuole onnipresenti: dentro e fuori e casa; come madri, come mogli, come lavoratrici; produttrici di un doppio reddito; protagoniste di carriere a scarsa visibilità sociale. Siamo e restiamo, in Europa, il Paese con la maggiore asimmetria di ruoli all´interno della coppia; quello in cui la partecipazione maschile alle minute e opprimenti fatiche della quotidianetà domestica è irrisoria. Altrove, salvo alcune aree del Mediterraneo come Spagna o Portogallo, il contributo della coppia alla vita familiare praticamente si equivale. Eppure, non è più come prima.
Più di tre uomini su dieci per cento, tra coloro che utilizzano i congedi, lo fanno a introito zero o percependo il solo 30 per cento della retribuzione. Cosa impensabile prima dell´entrata in vigore della legge la quale però – fa notare Annalisa De Pasquale – parla esclusivamente di permessi al 30 per cento della retribuzione entro i tre anni del bambino e per un massimo di sei mesi, dando la possibilità ai contratti di categoria di adottare misure migliorative, come è accaduto in gran parte del pubblico impiego dove i primi 30 giorni di congedo sono retribuiti all´80 o al 100 per cento. E´ anche per questo, dicono i ricercatori, che la maggior parte dei papà del campione (il 70 per cento) prende non più di un mese di permessi lasciando alla donna, che solitamente ha una retribuzione inferiore, la possibilità di utilizzare i periodi successivi (a stipendio ridotto o nullo) con un perdita economica inferiore per la famiglia. Ma non è tutto qui. Non è solo un problema di soldi.
«Se da noi le donne dedicano otto ore al giorno più degli uomini ai lavori di cura della famiglia – sostiene Sabina Guancia, dell´”Associazione per la Famiglia di Milano” – questo dipende sì dalla latitanza della figura maschile. Ma anche dal fatto che gli standard delle italiane sono molto più alti che nel resto d´Europa; da noi, c´è un´attenzione particolare nello svolgere i compiti domestici: dalla spesa, alla cucina, alla pulizia… Siamo più esigenti». Nei Paesi dell´Unione europea, insomma, le incombenze della casa sono affrontate con più elasticità, magari con qualche approssimazione; però con minor dispendio di tempo; e soprattutto con il supporto di una non equivocabile disponibilità sociale: dagli orari dei negozi, ai servizi per l´infanzia, alla possibilità di ottenere part time che non siano suicidi professionali, a turni di lavoro flessibili. «Il fatto è che partiamo da livelli così bassi che qualsiasi cosa si faccia è sempre poco rispetto ai modelli europei: per colmare il vuoto di questa arretratezza ci vorrà tempo. Tuttavia, l´uomo italiano ha davvero invertito rotta, e non solo in apparenza: oggi, per esempio, la maggioranza, quando diventa padre, si mette in permesso per due o tre giorni. Ferie, aspettativa, quel che è… Prima il parto riguardava la mamma e punto. Padri si diventava poi, in età adulta».
Donne che devono imparare a decentrare le responsabilità familiari. Uomini che devono imparare a decentrarsi. Magari – come dice Fiorenzo Bresciani fondatore dell´”Associazione Uomini Casalinghi” – «mettendosi in discussione, riconoscendo gli errori fatti, assumendo le proprie responsabilità». Dice, Bresciani, che gli arrivano tante telefonate di padri alla ricerca di una nuova identità. Dice che percepisce netto il desiderio maschile di una riconciliazione con il mondo femminile, «la volontà di cambiare, il desiderio di una diversa unità». I tempi sono maturi. Per cosa, si vedrà.

Articolo di Repubblica

01/11/2003

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