II maschio violento è (ancora) di casa

Il CORTEO DI DENUNCIA A ROMA IL 24 NOVEMBRE PADRI, MARITI, FIDANZATI, CONOSCENTI: I MALTRATTAMENTI E GLI ABUSI SULLE DONNE MATURANO E SI CONSUMANO SOPRATTUTTO NEI CONTESTI FAMILIARI.

Lo ha riconosciuto anche l'Onu: l'aggressività maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo. La violenza maschile non conosce differenze di classe, etnia, cultura e religione. E matura e si consuma soprattutto nei contesti familiari, a opera di padri, mariti, fidanzati e conviventi (o ex). L'Italia non fa differenza. Qui, come altrove, è l'universo familiare quello in cui si consuma la maggiore percentuale di aggressività e maltrattamenti. Fotografa bene la situazione una recente indagine dell'Istat. Un dato per tutti: del 69,7 per cento degli stupri 24 novembre a Roma, alla vigilia della Giornata intemazionale contro la violenza alle donne promossa dall'Onu.

“Non sarà una manifestazione istituzionale”, spiega Monica Pepe, di Contro ViolenzaDonne.org. “Anzi, è partita dal basso e vuole essere una giornata per le donne, organizzata e gestita da donne, unite dal riconoscimento della donna come protagonista e soggetto indipendente di scelte personali, sociali e lavorative”. Lanciato in rete dal sito www.controviolenzadonne.org (che raccoglie le adesioni e segnala appuntamenti, assemblee e iniziative preparatorie), ripreso e rilanciato dall'assemblea pubblica “di singole donne e di realtà associative femminili, femministe e lesbiche provenienti da tutta Italia” alla Casa Internazionale delle Donne a Roma, l'appello per una grande manifestazione nazionale “a fianco delle donne vittime di violenza” e per riportare il tema “al centro del dibattito culturale e politico” è stato già sottoscritto da un lungo elenco, oltre 2.000 firme in pochi giorni: donne singole e collettivi, associazioni storiche e di nuova data, centri antiviolenza istituzionali, case di accoglienza di auto-aiuto e gruppi di donne immigrate che, pur nelle innumerevoli differenze, tessono una straordinaria rete della solidarietà di genere.

Da cosa nasce l'esigenza di una manifestazione del genere, lo riassume Roberta Corbo: “Vogliamo scendere in piazza per combattere le giuste cause della violenza, e ricordare che l'aggressività maschile è un problema legato al rapporto di coppia, non estemo a questo”. La piattaforma è chiara, le richieste precise: non “scorciatoie legislative e provvedimenti solo di stampo repressivo”, perché la violenza contro le donne non è un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico; un reale cambiamento culturale e politico, perché la violenza maschile non è “devianza di singoli”. Che il fattore culturale sia fondamentale e primario lo dice anche Teresa Manente, penalista e responsabile dell'ufficio legale dei centri anti-violenza Differenza donna di Roma: “Il vero problema è che, anche se si ribellano più frequentemente che in passato, le donne oggetto di abusi e violenze non riescono ad affrontare la situazione con sufficiente energia perché vivono in un contesto che non le aiuta a percepire la violenza come un reato.

Meno della metà dei nostri casi arriva alla denuncia, viene piuttosto privilegiata la via della separazione e del divorzio. D percoiso penale è intrapreso solo nei casi più gravi, e appare sempre come ultima soluzione”. D'altra parte, una donna che si presenta alla polizia e denuncia maltrattamenti in famiglia difficilmente ottiene subito considerazione: “Manca un'adeguata formazione ad affrontare il problema. Ed è sempre particolarmente difficile intervenire in un contesto di coppia, che i più considerano una sfera sacra e personale”. Non aiutano neppure le pene previste, ne la loro applicazione. “Se uno stupratore rischia dai 5 ai 10 anni di reclusione, il padre o il marito violento se la cavano con molto meno: le violenze fisiche e psicologiche in famiglia comportano pene da 1 a 5 anni, che in concreto arrivano massimo a due”.

Molte il solo aiuto possibile lo trovano nei centri per le donne maltrattate. Dice Marina La Pasqua, avvocata del Centro per la violenza alla donna “Roberta Lanzino” di Cosenza: “Innanzitutto nei centri le donne trovano supporto medico e psicologico costante, consulenze legali gratuite e il sostegno dei gruppi di auto-aiuto, ossia di donne che hanno già vissuto situazioni analoghe. Nei casi più gravi è prevista un'accoglienza in case rifugio, per consentire alla donna e ai figli minorenni l'allontanamento immediato

dalla situazione conflittuale e di pericolo. Le donne maltrattate sono seguite in tutto il percorso, dalla richiesta di aiuto fino all'eventuale processo, secondo un percorso di supporto personalizzato”. è una presenza importante, ma non omogenea. Fitta soprattutto nel Centro-nord (solo nel 2005 i centri antiviolenza della Regione Emilia-Romagna hanno accolto 1.419 donne) è più rada al Sud dove ce ne sarebbe maggiormente bisogno e del tutto assente in alcune regioni. E anche dove ci sono, spesso i centri soffrono di carenza di fondi. Dove Comuni e Province sostengono economicamente le campagne di comunicazione, le ri-

chieste aumentano sensibilmente. Nota positiva; si è rafforzato il coordinamento tra i diversi centri anche a livello istituzionale. Ed è maggiore la visibilità soprattutto grazie all'istituzione, e alla pubblicizzazione, del numero verde nazionale antiviolenza- A chi chiamare il 1522 risponde personale femminile specificatamente formato, che indirizza e smista le chiamate secondo le diverse esigenze, segnalando il centro antiviolenza più vicino, n servizio è operativo 24 ore su 24, garantisce l'assoluto anonimato e offre un'assistenza multi-lingue.

Di: Michela Rossetti

Tratto da: Il salvagente n°43

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