IL LAVORO DELLE DONNE IN ITALIA

Pubblicato il rapporto del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL) sul lavoro delle donne in Italia. Il rapporto recentemente pubblicato dal CNEL fotografa una situazione preoccupante per l'occupazione femminile nel nostro paese. La contraddizione più forte consiste nel fatto che l'Italia ha una legislazione molto avanzata a favore delle donne ma molti dei diritti e degli impegni rimangono sulla carta, visto che i dati sull'occupazione femminile in Italia sono tra i peggiori in Europa. Il 2009, con il contraccolpo dalla crisi economica, ha visto interrompersi il trend di crescita dell'occupazione femminile (15-64 anni) che aveva contraddistinto i precedenti anni, assestandosi il tasso di occupazione al 46,7%, valore molto lontano dal 58,6% dell'UE e dall'obiettivo comunitario di raggiungere il 605 di occupazione femminile per il 2010 (strategia di Lisbona 2000).

I problemi più grossi riguardano la forza lavoro femminile del Sud e le donne con poca istruzione, ma permangono anche problematiche relative alla qualità del lavoro femminile e questioni di conciliazione tra vita privata e lavorativa, con carichi di lavoro famigliare ancora troppo sulle spalle delle sole donne.

Le più svantaggiate in questo periodo di crisi sono risultate le giovani donne e le donne con lavori temporanei, ricordiamo che i giovani tra i 15-29 anni sono la categoria più colpita dalla crisi.

Il Sud ha affrontato in modo peggiore la crisi rispetto al Nord, andando così ad accentuare una situazione già difficile anche dal punto di vista occupazionale (-105 mila donne occupate in meno al Sud nel 2009). Nel corso del 2009 si è ulteriormente abbassato il tasso di occupazione delle donne con titoli di studio non elevati, solo le laureate raggiungono i livelli presenti nel resto d'Europa.

Peggiora anche la situazione delle donne in coppia con figli. Per una donna di età compresa tra i 25 ed i 54 anni, con un figlio, diminuisce di quattro punti la possibilità di trovare un'occupazione rispetto ad una donna con la stessa età ma senza figli.

Il quadro già non roseo viene ad acuirsi valutando la scarsità di servizi sociali di supporto alle famiglie, i carichi di lavoro famigliare, ancora appannaggio quasi esclusivamente femminile, il “tetto di cristallo” e le retribuzioni inferiori rispetto a quelle maschile, con riflessi conseguenti anche sulla situazione pensionistica.

La scarsità dei servizi sociali a sostegno della prima infanzia sarebbe tra le prime cause che determinano nelle donne la scelta di non lavorare o di non tornare a lavorare dopo la nascita del primo figlio. La probabilità di non lavorare 18-21 mesi dopo la nascita di un figlio e di quasi il 50%. Le donne con titolo di studio più alto rientrano al lavoro dopo il parto e riescono a gestire meglio delle altre i problemi legati alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Un altro ostacolo al lavoro femminile è il tempo dedicato alla cura della famiglia e della casa, che risulta ancora a carico delle donne, il 77% di questo tempo è da imputare alla componente femminile. I padri negli ultimi anni sono diventati più collaborativi soprattutto per quanto attiene la sfera di cura dei figli, a cui si dedicano maggiormente che in passato, purtroppo lo stesso non si può dire per i lavori domestici dove i cambiamenti si mostrano lenti e la divisione dei ruoli ancora molto rigida.

Per quanto riguarda le donne occupate il lavoro femminile si presenta ancora molto tipizzato, ovvero legato molto a specifiche professioni, mentre per quanto riguarda il reddito femminile questo si mostra più basso di quello maschile. Questo fattore nel nostro paese, a differenza di paesi come la Gran Bretagna, è dovuta alla assenza delle donne in posizioni apicali sia all'interno della Pubblica Amministrazione che nel settore privato.

Il reddito inferiore dovuto a carriere femminili medio basse si riflette poi anche a livello pensionistico, con livelli di contribuzione minore anche la pensione si presenta meno corposa economicamente, e che mette le pensionate a rischio di povertà in misura maggiore rispetto alla componente maschile.

Il nostro paese sembra riluttante nel ritenere che l'occupazione femminile abbia ricadute comunque positive sulla società e sull'economia, visto che ancora tiepida si mostra la strategia occupazionale femminile per il futuro, nonostante l'apprezzabile documento “Italia 2020 Programma di azioni per l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro” presentato congiuntamente dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociale e quello delle Pari Opportunità.

Si tratta di un piano pluriennale che individua misure per aumentare l'occupazione femminile. Il CNEL ritiene che il piano, pur carente di obiettivi chiari e misurabili e di risorse per la sua realizzazione, può rappresentare una opportunità da non sottovalutare.

Per uscire da questa situazione, il CNEL suggerisce di adottare una strategia per l'occupazione femminile in grado di garantire sia la parità formale che quella sostanziale.

Questa strategia dovrebbe comprendere misure di varia natura che investono un'ampia gamma di ambiti. Sono infatti necessarie sia le politiche fiscali a favore della famiglia che gli incentivi per l'assunzione delle donne o per le donne imprenditrici, ma anche misure per la conciliazione.

Interventi quest'ultimi che dovrebbero prevedere orari flessibili e/o ridotti, come il part-time e l'offerta di servizi di cura sia per l'infanzia che per altre fasce deboli (anziani e disabili) o l'offerta di un reddito aggiuntivo per acquistare sul mercato servizi per la cura.

Ma ancora questo potrebbe non essere sufficiente se non si agisce contestualmente anche nella direzione di modificare abitudini consolidate nel nostro paese, che portano, come già detto, a vedere quasi esclusivamente le donne impegnate in prima linea nella cura della famiglia e della casa.

Altri interventi dovrebbero poi affrontare la questione della maternità/paternità e del basso reddito percepito durante l'astensione facoltativa (a stipendio ridotto) che non incentiva le donne, né tanto meno gli uomini, a restare a casa per accudire i neonati in un'importante momento di sviluppo della loro vita, quello dalla nascita al primo anno di vita.

Non è poi più possibile mettere le donne sempre di fronte all'eterna scelta tra un lavoro soddisfacente e di responsabilità e la maternità, che non è un costo per le imprese, come spesso erroneamente affermato, ma, come evidenzia il rapporto del CNEL, a carico totale della fiscalità generale.

Altre misure poi dovrebbero intervenire su tutte le forme di segregazione orizzontale e verticale del lavoro femminile, le donne sono per lo più inserite in lavori tradizionalmente femminili, ricoprono ruoli bassi o medio bassi e hanno in genere contratti atipici in misura maggiore rispetto agli uomini.

Tutte queste misure dovrebbe essere contenute nella strategia, frutto, secondo il CNEL, di un tavolo bipartito tra governo e parti sociali, senza prescindere dall'auditing di genere delle rappresentanze femminili delle forze sociali.

Non più prorogabile infine, secondo il CNEL, risulta l'approvazione di una legge sulle statistiche di genere e l'obbligatorietà, almeno biennale, del bilancio di genere nella pubblica amministrazione. Settembre 2010 Fonte: www.viaroma100.net

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