Il rompicuore delle donne tra figli e lavoro

è passato il tempo in cui di tutto si dava la colpa alla società. Io me la prendo lo stesso con la società e dico: questa società non è amica delle donne che lavorano e hanno bambini. Il pensiero corre ai servizi per l'infanzia che mancano, ai datori di lavoro che fanno i furbi con la legge, agli affitti che costringono in periferia le coppie giovani o le madri sole.


Luisa Muraro

 Ma io ho in mente un'altra cosa, il patimento che è, per una donna che lavora, il pensiero della sua creatura piccola alla quale non sta dedicandosi quanto vorrebbe. Con gli anni mi sono allontanata dal senso di colpa delle mamme che lavorano, ma non ho potuto dimenticarlo. Si può dimenticare la sofferenza del parto, non quella di un bambino lasciato troppo solo. Almeno, se ne parli! C'è troppo silenzio, troppo far finta di niente, che può prendere perfino i tratti di una certa riprovazione. Solo una fantasia della neomamma? ma perché allora non si fa festa intorno a lei? Il senso di colpa sembra nascere tutto dall'interno della soggettività personale, ma non è vero. La società c'entra. In passato, quando le mamme andavano a lavorare costrette dalla necessità d'integrare il reddito familiare, pensavano ai loro bambini ma si sentivano giustificate dal sentimento sociale. Oggi, una donna va a lavorare per una necessità di tipo nuovo, che fa corpo con il suo desiderio di autonomia, di socialità, di autorealizzazione. E qui spunta il problema dell'accettazione sociale che fa difetto. L'accettazione risolutiva, secondo me, viene dalla società femminile. Che parole dicono, che sguardo rivolgono le altre donne, alla collega che torna dopo il congedo di maternità? a quella che spinge una carrozzina o che pedala nel traffico con una, a volte due creature sul sellino, e gli occhi sull'orologio? Con “altre donne” intendo anche una come me, avanti negli anni, o quelle che non hanno figli, e quelle che in Italia sono ancora maggioranza, chiamate casalinghe, che hanno risolto diversamente il rompicapo (rompicuore, sarebbe più giusto) figli/lavoro retribuito. Ho sottolineato parole e sguardo, perché un aiuto materiale in Italia si dà ancora alle mamme che lavorano, da parte femminile, ma sta venendo meno. Verrà meno, se non valorizziamo, apertamente e pubblicamente, con le parole e con lo sguardo, la condizione di quelle che scelgono di mettere al mondo bambini e di stare sul mercato del lavoro. Il conflitto tra questo mercato e quella condizione non si vince invocando il proprio diritto ad un'attività lavorativa retribuita. Questo diritto è sacrosanto, ma l'ambito dei diritti è relativamente superficiale, lo si vede nelle emergenze drammatiche tipo guerre e tsunami. è il bello della vita, no? E la maternità è a questi livelli più profondi che arriva, come testimonia l'esistenza stessa dei sensi di colpa. Che forse non è possibile eliminare del tutto, ma alleviare, sì, con una più viva partecipazione sociale alla grandezza dell'esperienza materna.

Fonte: Vanity Fair – 13 aprile 2006

Condividi questo articolo