Il tempo manca ma gli italiani hanno più voglia di stare in famiglia

Il 62 per cento dei genitori pensa di non stare abbastanza con i propri figli. I papà hanno conquistato 13 minuti al giorno. Le mamme invece trascorrono meno ore in casa IL DESIDERIO cresce ma il tempo resta avaro. Manciate di minuti, nemmeno di ore. E la fretta che corrode ogni cosa, nelle acrobazie della vita quotidiana. Stressati, incalzati dalle preoccupazioni, spesso con i risparmi a zero, gli italiani chiedono più tempo per stare con i figli, con la famiglia e magari con se stessi: al diavolo la cura della casa, meglio tutti insieme al parco, al cinema, seduti per terra a fare un disegno, gli spazi privati sono così pochi che bisogna selezionare, scegliere, negli affetti ci vogliono ascolto, attenzione, abbracci. Family life.

 Molto è cambiato dalla fine degli anni Ottanta, i padri giocano di più con i figli, le mamme si sono sbarazzate di mezz'ora di lavori domestici, eppure a conti fatti non sono più di 20 minuti al giorno quelli che i due genitori insieme riescono a dedicare a bambini e ragazzi, tolti il pranzo, la cena e gli accompagnamenti di qua e di là, come razzi in giro per la città.

Ancora troppo poco, anzi pochissimo, agli ultimi posti in Europa, il 62% degli italiani afferma tuttora di essere “insoddisfatto del tempo che dedica alla famiglia”, il 10% ammette di sentirsi “schiacciato dai ritmi di lavoro”, e soltanto il 28% dichiara di aver trovato un'armonia, secondo l'ultimo rapporto Eurofound che ha esaminato nazione per nazione nella Ue la ” conciliazione” tra lavoro e famiglia. E le donne in particolare ammettono senza pudore, oggi come ieri, di sentirsi stritolate da triple e quadruple responsabilità. L'affanno comunque non è soltanto nostro, tanto che la Bbc ha appena lanciato un grande sondaggio per chiedere agli inglesi se siano soddisfatti o meno della loro vita familiare, e nei prossimi giorni anche Sky aprirà un canale tematico, “Easy baby”, proprio dedicato ai neo genitori alle prese con la rivoluzione dell'arrivo dei figli.

Perché diventare “nucleo”, coppia, ancor più trasformarsi in madri e padri, oggi è una scelta, una sfida, sembra forse l'unica scialuppa a cui aggrapparsi, ma poi ci si ritrova soli e fragili. E alla vigilia della Conferenza nazionale sulla famiglia che si apre l'8 novembre a Milano, l'Italia appare davvero senza reti, in totale regressione, se si pensa che soltanto l'1,4% del Pil viene destinato nel nostro Paese a famiglia e maternità, contro il 2,1 della media europea e il 3% di Danimarca e Norvegia. Ma a rileggere i dati e le ricerche degli ultimi vent'anni si capisce che se i genitori sono cambiati, se i nonni si ritrovano d'un tratto ad essere le “querce” a cui si appoggiano figli e nipoti (il 64% dei bambini da 0 a 13 anni viene accudito da uno o più nonni), se i piccoli sono soggetti amatissimi ma unici, ciò che resta scarso e avaro è soprattutto il tempo della relazione.

Spiega Alessandro Rosina, docente di Demografia all'università Cattolica di Milano: “Quello che sta mutando è la sensibilità delle coppie. Gli uomini riscoprono la famiglia, in molti c'è il rimpianto di non aver cresciuto i figli, e le donne provano sempre di più a conciliare la vita professionale con quella familiare. La realtà però è ben più amara: la maggiore occupazione delle donne non ha trovato sostegno nelle reti di welfare, e i padri, nonostante i miglioramenti, contribuiscono ancora molto poco all'impegno familiare. Anzi. La mancanza di servizi spesso costringe le donne a rinunciare al lavoro dopo la maternità, è proprio il mondo produttivo che le emargina. Così molte tornano a casa, il nucleo diventa “monoreddito”, e questo costringe i loro partner a lavorare ancora di più, replicando così l'asimmetria dei ruoli. Ancor di più oggi con la crisi, dove tutto è diventato precario e se un padre chiede un congedo parentale viene etichettato come un soggetto che non si impegna abbastanza. E questo spiega la lentezza dei cambiamenti della famiglia italiana”. Ancora “donne sandwich” dunque, secondo la fortunata definizione di qualche anno fa, strette a tenaglia tra bimbi piccoli e parenti anziani.

Eppure qualche miglioramento c'è stato, come aveva messo in evidenza la grande indagine dell'Istat sui “Tempi della vita quotidiana& quot; con un raffronto rispetto a 14 anni prima. Ricerca che aveva catturato e descritto i sentimenti dei “nuovi padri”, impegnati in 16 minuti in più di “lavoro familiare” al giorno rispetto al 1988, e di questi l'80% dedicato appunto al rapporto con i figli, pur nella disparità dei ruoli. In termini numerici un impegno di oltre 5 ore di “lavoro di cura” per le donne contro poco più di un'ora e 35 minuti per i maschi.

La differenza rispetto al passato, sottolinea Linda Laura Sabbadini, direttore centrale Istat e autrice di attente indagini sui tempi della famiglia e del mondo femminile, “è che sia da parte delle donne che degli uomini, il tempo risparmiato sui lavori domestici è tutto dedicato ai figli, e dal punto di vista dei bambini questa di certo è una bella conquista”. Riallacciandosi a quei dati, quello che emerge, aggiunge Sabbadini, è che “a una maggiore occupazione delle donne oltre le mura della casa ha corrisposto non un minore, ma un più ampio tempo di relazione nei confronti dei figli, facendo così cadere lo stereotipo che se una mamma lavora si occupa meno dei bambini”. Dietro questa equazione c'è infatti la semplice scelta delle donne di “selezionare l'impegno domestico”, tagliando su cura della casa, e privilegiando, appunto, la parte più creativa, ossia il tempo della relazione, dell'affettività, del gioco.

Ma dati ancora più recenti, relativi al 2008, di studi sia dell'Istat che dell'Ires Cgil, dicono che c'è un'altra trasformazione in atto. E riguarda il ruolo dei nonni, anziani tornati a essere pilastri affettivi ed economici di famiglie sempre più assediate dalla crisi e dall'assenza di servizi. Nonni, circa 9 milioni in Italia, di cui almeno 8 milioni occupati a tempo pieno con nipoti piccoli e grandi, welfare alternativo che fa risparmiare allo Stato miliardi di euro. Infatti, dice Alessandro Rosina, “il tempo dei nonni è un tempo in crescita, anzi credo che oggi si sentano addirittura schiacciati da tutta questa responsabilità, spesso non una scelta ma un supporto obbligatorio alle giovani coppie, ma questa trasmissione affettiva tra bambini e anziani è di certo un fattore positivo per la famiglia”. In realtà, precisa Tullia Musatti, dirigente di ricerca del Cnr, “nonni e nonne sono certamente una grande risorsa, ma sono anche un ripiego educativo, se pensiamo a quanto da un punto di vista psicologico e della crescita i nidi si siano dimostrati fondamentali per il bambino”. Perché anche i piccolissimi hanno bisogno di socializzare, di entrare in contatto con gli altri bambini, e contando che oggi un figlio su due non ha fratelli e ha anche pochi cugini, “è fondamentale che ci siano luoghi dove si rompe l'isolamento casalingo”.

Ma la cronaca di oggi è che se da una parte i nidi sono ancora carenti, come nel Sud, in molte regioni del Centro Nord invece, racconta Tullia Musatti, ” arrivano decine di disdette, perché le famiglie non hanno più i soldi nemmeno per pagare la retta del nido”. Un pezzo del mosaico che ci dimostra ancora quanto sia duro, ai limiti dell'impossibile, creare una famiglia oggi in Italia. “La mutazione culturale è in atto – conferma Musatti – pur nella asimmetria dei ruoli. Ma soprattutto nelle famiglie più giovani, padri e madri cercano sempre di più un tempo condiviso verso il bambino che hanno messo al mondo”.

di MARIA NOVELLA DE LUCA

Fonte: www.repubblica.it

Condividi questo articolo