Istat, gli stipendi corrono più dell'inflazione

Gli stipendi degli italiani viaggiano più del caro vita. Nel 2005, secondo le stime provvisorie diffuse dall'Istat, le retribuzioni lorde di fatto* sono cresciute in media del 2,8% rispetto al 2004, più rapidamente quindi dei prezzi al consumo (1,9%). In particolare, a trainare sono stati i livelli salariali del comparto dei servizi a spingere, con un aumento annuo del 3,1%, mentre l'industria ha chiuso con il 2,3% in più.


Nel solo periodo che va poi da ottobre a dicembre, ricorda l'istituto, le mensilità sono salite del 3% rispetto allo stesso trimestre del 2004: a spingere ancora il comparto dei servizi (+3,6%) rispetto al manifatturiero (+2,4%).

A crescere sono anche gli oneri sociali. I contributi versati da imprese e datori di lavoro hanno infatti registrato sempre nell'intero 2005 un aumento del 3,4%, con ancora il terziario a spingere (3,8%, l'industria è stata al 3,4%).
Lo stesso trend del 3,4% si è registra anche nell'analisi relativa al solo trimestre ottobre-dicembre 2005.
Infine il capitolo del costo del lavoro. La somma delle retribuzioni e degli oneri sociali ha così registrato un aumento, sempre in media per lo scorso anno, del 3%, mentre è stato del 3,1% nel solo quarto trimestre.

“La periodica rilevazione Istat sulle retribuzioni lorde e quindi sugli oneri sociali ripropone l'esigenza di continuare la riduzione del costo del lavoro avviata dall'ultima legge finanziaria con una spesa di ben 2 miliardi di euro per un punto di contribuzione”. Così il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi ha commentato i dati. Il responsabile del dicastero del Lavoro ha precisato che “se tale impegno è comune ai due schieramenti, divergono tuttavia i modi con cui verosimilmente realizzarlo. L'onere della riduzione del costo del lavoro può essere caricato sulla fiscalità generale solo per gli altri due punti riferibili alle provvidenze sociali di interesse generale come la maternità. Né è possibile pensare di caricare sui lavoratori autonomi ” ha spiegato – che hanno un equilibrio tra contribuzioni e prestazioni, aliquote maggiori per coprire quelle minori nel lavoro dipendente. La riduzione del costo del lavoro dipendente – conclude Sacconi – deve quindi riferirsi alla razionalizzazione degli ammortizzatori sociali e alla maggiore efficienza dell'Inail e dell'Inps in modo che gli avanzi di gestione si possano tradurre in minore prelievo contributivo”.

Critiche invece le sigle sindacali. “Ancora una volta l'Istat scopre l'acqua calda: a seguito dei rinnovi contrattuali le retribuzioni aumentano, e sarebbe fortemente stravagante se così non fosse”, ha detto la segretaria confederale della Cgil, Marigia Maulucci. “Per di più – aggiunge – pure in presenza di questa ovvietà, le retribuzioni dell'industria continuano a risultare fortemente inferiori a quelle dei servizi, le quali, a loro volta, aumentano solo in virtù del rinnovo contrattuale dei bancari. In ogni caso, non sta bene nessuno, come si controdeduce dalla forte compressione della domanda. Va registrato, infatti, che stiamo parlando di retribuzioni di fatto e di uno scarto di meno di un punto sull'inflazione reale, il che significa praticamente nulla se si calcola il ritardo che mediamente ogni rinnovo contrattuale ha accumulato prima di arrivare a conclusione”. Anche il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini, parla dell'annullamento della crescita, sottolineando che “l'apparente differenza tra il costo della vita e l'incremento delle retribuzioni viene azzerato in considerazione dell'incidenza della fiscalità”, mentre il segretario confederale della Uil Paolo Pirani precisa che “le retribuzioni lorde non sono quelle che vanno in tasca ai cittadini che vedono invece diminuire ogni giorno il loro potere d'acquisto”.

* Le retribuzioni ‘di fatto' si differenziano da quelle ‘contrattuali' perché queste ultime comprendono per definizione solo le competenze determinate dai contratti nazionali di lavoro.

Fonte: Mia Economia

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