La fine degli Shoppers

La messa al bando delle buste di plastica è slittata al 2011, ma molte catene commerciali le stanno già sostituendo con altre in biomateriali, che consentono di risparmiare sulle importazioni di petrolio. L'atto di morte era contenuto nella Finanziaria 2007 che disponeva, dal 1° gennaio 2010, il divieto di commercializzare shoppers non biodegradabili. Un divieto salutato con favore perché metteva al bando una produzione “usa e getta” che aumentava il carico dei rifiuti da smaltire e che si era rivelata tristemente famosa soprattutto per il nocivo impatto sull'ambiente marino.



Questa morte annunciata si rivelava saggia anche ai fini del contenimento delle emissioni di gas serra, dal momento che la materia prima della plastica è il petrolio. Azzerando le 300.000 tonnellate di buste di plastica utilizzate ogni anno nel nostro Paese, si avrebbe avuto un risparmio di 430.000 tonnellate annue di petrolio e minori emissioni di CO2 in atmosfera per 200.000 tonnellate.

Con questa decisione, infine, l'Italia si sarebbe allineata a quei Paesi, come Francia e Irlanda, che sono all'avanguardia in Europa nella lotta agli shoppers di plastica ed in prima fila per la loro sostituzione con prodotti rispondenti ai criteri previsti dalla norma UNI EN 13432 che ha fissato i requisiti per gli imballaggi recuperabili mediante compostaggio o biodegradazione.


Il mercato ha già anticipato la legge

Ma, come sovente accade in Italia in materia di protezione ambientale, all'avvicinarsi di una scadenza la preoccupazione prevalente, motivata quasi sempre dall'impreparazione o dalla mancanza di provvedimenti attuativi, diventa quella di fissarne una nuova. Nel caso degli shoppers di plastica la scadenza è slittata al 1° gennaio 2011 secondo quanto disposto dall'ultimo decreto “Milleproroghe”.
Per fortuna, al di là di questo slittamento, si registrano in tutto il Paese numerose iniziative volontarie che, senza aspettare le imposizioni di legge, hanno già decretato la fine dei sacchetti di plastica.

L'ultima in ordine di tempo è stata quella della Unicoop Tirreno che ha annunciato – dal 19 ottobre – la scomparsa degli shoppers tradizionali dai propri punti di distribuzione, sostituendoli con buste biodegradabili realizzate in “Mater-Bi”, prodotto derivato dall'amido di mais e da oli vegetali selezionati.
A muoversi nella stessa direzione era stata in precedenza la Coop Adriatica che aveva eliminato fin dal 7 settembre le buste di plastica dai suoi 151 punti di vendita; e ancora prima si erano attivati i 49 ipermercati della catena Auchan, che fin dallo scorso luglio hanno cominciato a distribuire solo shoppers biodegradabili o buste di carta riutilizzabili.

Molte iniziative sono state adottate anche nel settore pubblico. La più rilevante, anche per le dimensioni dell'area urbana interessata, è probabilmente quella varata dall'amministrazione comunale di Torino che ha cercato di coinvolgere direttamente gli esercenti dei negozi sull'obiettivo della messa al bando dei sacchetti di plastica.

Anche alla luce di queste iniziative, la fine delle buste di plastica per la spesa non appare più così lontana e i principali prodotti destinati a sostituire gli shoppers tradizionali, sono sicuramente quelli che fanno capo all'universo delle cosiddette bioplastiche.


Biodegradabilità: uno scenario complesso

Nate negli anni Novanta sulla spinta della doppia esigenza di ottenere prodotti ricavati da materie prime rinnovabili e di ridurre i volumi di rifiuti di plastica conferiti in discarica, le bioplastiche rappresentano oggi un mercato emergente.
Secondo i dati riportati dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI), la produzione mondiale di bioplastiche si aggira intorno alle 350.000 tonnellate annue. è inoltre in costante crescita, accanto ai due principali produttori (la Nature Works, che immette sul mercato circa il 43% di questi prodotti e la Novamont, azienda produttrice del “Mater-Bi”), il numero degli operatori che producono bioplastiche da vari procedimenti industriali.

Il vantaggio ambientale offerto dagli shoppers e dagli altri prodotti (bottiglie, vaschette ecc.) realizzate con biomateriali, rispetto ai corrispondenti prodotti tradizionali, è indiscutibile, anche se lo scenario della biodegradabilità si rivela in realtà molto complesso. Basti pensare che sono presenti sul mercato materie plastiche ricavate da materie prime biologiche ma non sono biodegradabili come, ad esempio, il polietilene (PE) ottenuto a partire dal bioetanolo. Per contro esistono anche materie plastiche di sintesi che invece sono biodegradabili e anche ottenibili da fonti non rinnovabili, come il policaprolattone (PCL).

A complicare il quadro c'è poi la questione della comparabilità delle caratteristiche meccaniche delle bioplastiche,rispetto a quelle espresse dai prodotti tradizionali. Se per ottenere le stesse caratteristiche della plastica fosse necessario, ad esempio, immettere sul mercato prodotti dotati di un maggiore spessore, il vantaggio offerto dalla loro biodegradabilità sarebbe in parte vanificato dal maggior consumo dei materiali.
Insomma, certamente le bioplastiche rappresentano il futuro. Tuttavia nel mercato non mancano insidie e incertezze, che solo grazie a nuovi studi, affinamento delle tecnologie e ad un coinvolgimento responsabile degli operatori e del pubblico potranno essere adeguatamente affrontate.

Quintino Protopapa (ottobre 2009)

Fonte:www.enel.it

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