L'Europa dice no ai cibi immorali

Il pomodoro cinese, il basilico vietnamita o l'olio d'oliva marocchino sono spesso sotto la lente per i diffusi allarmi lanciati sulla loro tracciabilità e sulla sicurezza alimentare. Spesso però viene tralasciato un altro fenomeno altrettanto preoccupante: il fattore dell'immoralità.

Due casi. I giovani immigrati che vendono oggi le rose fuori dai ristoranti italiani, fenomeno abbastanza diffuso, sono spesso solo l'ultimo anello di una catena di sfruttamento che vede l'arrivo in Italia dei fiori attraverso l'importazione nel mercato comunitario dal Kenia, dove vengono coltivate senza protezioni sociali, con l'utilizzo di pesticidi non autorizzati e l'uso di acqua che viene sottratta alle popolazioni sofferenti per la sete.
Il pomodoro della Cina che arriva in Italia poi, stimato in 100mila tonnellate di concentrato all'anno, secondo l'accusa lanciata dal gruppo Human Rights in China, viene anche coltivato con il lavoro dei detenuti costretti ai lavori forzati dal sistema carcerario paramilitare del Xinjiang, la regione centroasiatica di frontiera.

Prodotti insomma su cui non pesa solo il fardello dell& apos;illegalità internazionale, ma anche dell'immoralità umanitaria. Prodotti però a cui l'Europa ha detto no: fermare il commercio di cibi “immorali” è infatti l'impegno assunto da imprenditori, consumatori e rappresentati delle autorità a conclusione della due giorni promossa dalla Coldiretti a Bruxelles su ‘Il futuro alimentare dell'Unione Europea: sicurezza e mercato'. “Si tratta di pericolose distorsioni del commercio globale che – ha affermato il presidente della Coldiretti Paolo Bedoni – coinvolgono direttamente l'Unione Europea che è il principale importatore mondiale di prodotti agroalimentare e ha il dovere di svolgere un ruolo di leadership nel garantire la sostenibilità del commercio dal punto di vista sanitario, ambientale e sociale, dentro e fuori i confini comunitari”.

Fonte: Mia Economia

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