L'occupazione ‘rosa' tra sfide e flessibilità

Negli ultimi anni, in Italia, si sono particolarmente sviluppate le forme di lavoro a tempo parziale. Dai dati sul monitoraggio degli istituti della flessibilità, a cui è preposto l'Inps (in seguito al Dlgs n.276/2003) risulta che i rapporti a part time sono passati da 1.145.148 del 2000 a 1.751.070 nel 2004, con un'accelerazione dopo il 2002.

Il mercato del lavoro italiano, dunque, si sta lentamente allineando con quello europeo dall'analisi del quale emerge chiaramente (si veda la tabella) che esiste una relazione positiva tra la presenza del part time e i livelli di occupazione, specie se femminile, in quanto tale tipologia di impiego sembra essere quella meglio adatta ad assicurare la conciliazione tra le diverse esigenze a cui la donna è chiamata a fare fronte pur in un contesto di profonda revisione dei rapporti interpersonali (che è poi una delle più importanti rivoluzioni dei tempi moderni) nell'ambito della coppia. L'incremento del contributo delle donne al mercato del lavoro è uno degli aspetti cruciali per il conseguimento degli obiettivi fissati a Lisbona 2000. In particolare, il target stabilito per l'impiego delle donne (il 60% del tasso di occupazione entro il 2010) sembra essere quello meno improbabile da conseguire, se ci sarà un minimo di ripresa stabile e sostenuta. A stare ai dati attuali del 56,3% (si veda la tabella) l'impresa non sembra proibitiva: non solo per quanto riguarda i Quindici (fu questo gruppo di Paesi ad assumere quell'impegno nel 2000), ma anche per l'intera area dei Venticinque. Certo, il salto sarebbe di quasi quattro punti: un risultato complesso ma non impossibile da realizzare, se si considera che un analogo salto in avanti è stato compiuto dal 2000 ad oggi, in condizioni economiche e produttive certamente peggiori di quelle che – si spera – vi saranno nei prossimi anni. Per potenziare ulteriormente le performance del lavoro delle donne, sarà molto importante poter contare – oltre che sulla congiuntura favorevole – sull'introduzione di misure di flessibilità, come in part time, che si è rivelato essere uno degli strumenti più efficaci per conseguire tale obiettivo. Basta notare, con riferimento ai dati della tabella, che, in generale, nei Paesi in cui è più elevato il tasso di occupazione femminile è altrettanto importante il numero delle lavoratrici che si avvalgono del part time (si veda anche la rubrica del 2 maggio scorso). Resta, tuttavia, irrisolto un problema: “la differenza salariale tra uomini e donne – afferma il Rapporto annuale sull'uguaglianza di genere a cura della Commissione europea – è troppo ampia e non sembra diminuire”. In media le donne guadagnano il 15% in meno degli uomini per un'ora di lavoro (il problema dunque non riguarda la tipologia d'impiego). Era il 16% nel 1999, a dimostrazione che la situazione è stazionaria ed è dovuta – dice il rapporto – al mancato rispetto della legislazione sull'eguaglianza della retribuzione e un certo numero di ineguaglianze strutturali (differenti modalità di lavoro, accesso all'educazione e alla formazione, discriminazione dei sistemi di valutazione e retribuzione). L'impiego delle donne resta principalmente concentrato in particolari attività e professioni. Più di quattro lavoratrici su dieci sono occupate nell'amministrazione pubblica, nell'educazione, nella sanità e nel sociale, a fronte di meno di due uomini su dieci. L'85% degli insegnanti sono donne. Al contrario, il tasso delle donne manager resta debole, anche se la situazione pare in via di lento miglioramento: dal 30,1% del 1999 al 31,9% nel 2004. Anche i consigli di amministrazione delle principali 50 società quotate in Borsa riportano la palma del maschilismo: una donna ogni 9 uomini.

Il lavoro delle donne nella Ue-25

< TD width="31%">

8,7

Tasso di disoccupazione (%)*

Tasso di impiego (%) **

Lavoratrici a tempo parziale in % sul totale **

Ue – 25

9,6

56,3

32,6

Belgio

9,7

54,1

40,7

Repubblica Ceca

9,6

56,0

Danimarca

5,0

70,8

32,7

Germania

10,2

59,3

44,3

Estonia

6,2

63,5

10,4

Grecia

46,2

9,1

Spagna

11,0

51,2

24,9

Francia

10,1

57,9

30,9

Irlanda

3,8

58,8

24,4

Italia

9,7

45,4

25,7

Cipro

6,4

58,5

13,8

Lettonia

7,8

59,4

11,6

Lituania & lt;/P>

7,3

59,2

8,5

Lussemburgo

7,8

50,6

40,2

Ungheria

7,5

50,9

6,1

Malta

9,8

33,6

19,3

Paesi Bassi

5,0

66,4

75,3

Austria

5,6

61,7

38,7

Polonia

19,1

46,4

14,2

Portogallo

61,9

16,6

Slovenia

6,7

61,7

11,0

Finlandia

8,8

67,4

18,5

Svezia

6,3

70,5

39,9

Slovacchia

16,6

50,8

3,9

Regno Unito

4,5

65,8

43,1

*dati di gennaio 2006; **dati del secondo trimestre 2005

Fonte: Eurostat

Mia Economia

Condividi questo articolo