Malattia, contributi sempre dovuti

Il pagamento diretto dell'indennità non esclude il versamento Per la Cassazione il datore di lavoro è sempre obbligato anche se l'Inps non eroga il trattamento.

Il pagamento diretto dell'indennità non esclude il versamento : Il datore di lavoro che, per legge o contratto collettivo, è tenuto a indennizzare il lavoratore per le assenze di malattia non è esonerato dal versamento della relativa contribuzione all'Inps, anche se in tal caso l'Istituto non eroga alcuna prestazione. La richiesta di riduzione delle sanzioni legate a inadempienze contributive, inoltre, non equivale al riconoscimento dell'indebito contributivo. Gli interessanti principi sono stati sanciti dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 10232/03.

La questione. La pronuncia giurisprudenziale riguarda, in particolare, l' interpretazione dell'articolo 6 della legge n. 138/43 (la ´mutualità fascista in materia di assistenza per malattia dei lavoratori. Tale norma, oggi, esonera l'Inps dall'erogare l'indennità di malattia quando il trattamento economico di malattia sia corrisposto per legge o contratto collettivo dal datore di lavoro o altri enti. Da tale esonero, secondo i ricorrenti, deriverebbe il venir meno della corrispondente obbligazione contributiva a carico dei datori di lavoro.

Il principio. La sentenza rigetta il ricorso perché ritiene che l'obbligo contributivo sussista sempre, anche in assenza di specifico intervento assistenziale da parte dell'Inps. La decisione risolve un contrasto giurisprudenziale in materia. Infatti, in base alla sentenza n. 13535/99 l'obbligo contributivo in tal caso verrebbe meno, in quanto il rapporto fra ente previdenziale e lavoratori assicurati, di natura assicurativa, implicherebbe una corrispondenza fra premio (contributo) e indennizzo. Ragione per cui, l'assoggettamento del datore di lavoro all'obbligo contributivo e, allo stesso tempo, all' obbligo di indennizzo si tradurrebbe in un ingiustificato arricchimento dell'ente previdenziale.

Diversamente, le sentenze n. 14571/99 e 1950/00 sostengono l'assoggettamento senza condizioni alla contribuzione all'Inps. Ciò in quanto l'assicurazione dei lavoratori dipendenti contro le malattie non è ispirata al principio mutualistico (come sostenuto dalla sentenza n. 13535/99), quanto piuttosto da quello di solidarietà, in un regime di assenza di necessaria correlazione fra contributo e prestazione. Pertanto, il rapporto di assicurazione obbligatoria è da intendersi disciplinato da leggi con disposizioni imperative, non derogabili dall'autonomia privata, sia pure collettiva.

La sentenza in esame aderisce a quest'ultimo orientamento. Spiega: ´è opinione comunemente ricevuta che il fondamento della previdenza sociale stia nel principio di solidarietà, onde il concetto di sinallagma, ossia di equilibrio di obbligazioni corrispettive, risulta insufficiente alla rappresentazione del sistema'. Infatti, all'apporto contributivo si accompagna il costante intervento finanziario dello stato e quindi della solidarietà generale. Inoltre, nel regime delle assicurazioni sociali, fa giustamente notare la Cassazione, manca spesso il legame tra contributi e prestazioni: si pensi, per esempio, ai contributi di solidarietà (la sentenza richiama, al riguardo, la Corte costituzionale n. 26/03) o di contribuzione figurativa o, ancora, al principio di automaticità delle prestazioni. In conclusione, poiché non esiste tra prestazioni e contributi un nesso di reciproca giustificazione causale, secondo la sentenza ben può persistere l'obbligazione contributiva a carico del datore di lavoro anche quando per tutti o per alcuni lavoratori dipendenti l'Inps non sia tenuto ad erogare prestazioni.

Il riconoscimento dell'indebito. Altro interessante principio va evidenziato, fornito dalla Cassazione nella medesima sentenza, in merito all'avanzata pretesa dell'Inps di dichiararsi cessata la materia del contendere (l'impresa non aveva versato i contributi di malattia e l'Inps li aveva iscritti a ruolo), in conseguenza del comportamento dell'impresa che aveva chiesto ed ottenuto dal ministero del lavoro il beneficio della riduzione delle somme dovute in aggiunta ai contributi previdenziali. Secondo l'Istituto previdenziale, tale comportamento era da equiparare a riconoscimento del debito contributivo. La Cassazione, invece, spiega che ogni qualvolta all'inadempimento del debito la legge connetta una sanzione pecuniaria, la manifestazione della volontà espressa dal debitore e intesa a fruire di una diminuzione legislativa della sanzione non equivale a riconoscimento del debito, poiché può essere mossa da una finalità soltanto provvisoria e precauzionale.


Fonte: ItaliaOggi (Previdenza)
Numero 178, pag. 35 del 29/7/2003
di Daniele Cirioli

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