Padri e paternità in Italia

Affrontare sotto il profilo sociologico, politico e storico la questione della paternità (o delle paternità ), seppure con riferimento ad una circoscritta realtà storica e sociale, quella italiana oggi, richiede (si potrebbe dire: impone) la lettura del fenomeno nel quadro del processo correntemente definito nei termini di crisi del patriarcato, o di crisi della mascolinità tradizionale in occidente.

Arnaldo Spallacci

 E' un approccio probabilmente inevitabile, generalmente condiviso, anche se non da tutti, perché alle espressioni di “crisi” del patriarcato e della mascolinità non si attribuiscono significati omogenei, in termini di origine del problema, sue manifestazioni, possibili sviluppi.

Il genere maschile: gli studi e le interpretazioni All'inizio del percorso: ribellione e autocoscienza

L'impulso originario dell'impresa politica ed intellettuale che ha inteso porre attenzione al maschile con esplicito intento decostruttivo, come studio cioè non degli uomini in generale, come “umanità”, ma degli uomini come parzialità , come esseri sessuati, proviene dal movimento neofemminista degli anni '60 e '70. Le prime esperienze diffuse di riflessione sul maschile si realizzano nel clima politico e culturale dell'America dei moti universitari e della sconfitta del Vietnam (è stato fondato a Berkeley, in California, nel 1970, il primo Men's Center). Impegno politico e ricerca teorica hanno rappresentato le due piste di lavoro dell'esperienza militante dei gruppi sorti nei campus americani, che dalle sessioni di autocoscienza con attenzione ai temi del rapporto uomo-donna, estesero successivamente i loro interessi all'omofobia, al rapporto padre-figlio, alla revisione critica dei miti della mascolinità. Il sostegno militante al femminismo e ai gruppi gay (peraltro già bene organizzati autonomamente) ha costituito il versante solidaristico dell'esperienza (M. Vaudagna, Gli studi sul maschile: scopi, metodi e prospettive storiografiche , 2000).

Negli anni successivi un'ampia gamma di saggi critici e interpretazioni del maschile hanno praticato itinerari di ricerca e coinvolto studiosi di diverse discipline. E' dell'inizio degli anni ‘80 la nascita dei “men's studies”, il più ampio e sistematico indirizzo interdisciplinare di studi, di tipo sociologico, psicologico, storico e politico sugli uomini. Sorti nelle università americane, spesso negli stessi dipartimenti dei “women's studies”, i “men's studies” analizzano il maschile secondo una ottica di “genere” (che distingue frasesso, che è dato naturale e biologico, e genere, che è prodotto invece di processi, adattamenti, interazione fra individui). Alcuni autori (R. W. Connel, Masculinities, 1995), anche in base alle riflessioni sulle esperienze dei movimenti gay e dei neri americani (o comunque di etnie non riferite all'uomo bianco e anglosassone) hanno richiamato l'attenzione sull'esistenza di molteplici mascolinità: una egemone, dominante, e altre, subordinate o marginali. Nel linguaggio dello storico tedesco G. Mosse (G. Mosse, The

Image of Man. The Creation of Modern Masculinity, 1996) la mascolinità subordinata è  Contributo presentato al Convegno «Paternites et Societes», organizzato dal GREPA (Groupe de Recherces et d' Etudes sur les Paternités), Grenoble, 19 Aprile 2002 gli omosessuali …) contrapposti all'immagine dell'uomo (e ai suoi caratteri estetici e normativi) su cui si è edificata la società borghese europea del ‘700 e ‘800.

Il “genere” e il potere

Un punto che unisce molti studi sul maschile è la diffidenza verso l'essenzialismo, ovvero quell'approccio che tende a fissare i caratteri astorici, naturali – quindi difficilmente mutabili – delle identità, a favore invece dell'ottica costruttivista (il genere come “costruzione sociale”), che attribuisce importanza all'interazione fra individui (fra uomo e donna) e dischiude la possibilità del mutamento storico-culturale, della trasformazioneindividuale e collettiva. L'approccio teorico si connette quindi all'ottimismo politico dei movimenti degli uomini sulla possibile riformabilità del maschile, sulla auspicabile immagine di una mascolinità liberata dal sessismo e dal patriarcato (M. Kimmel, The Contemporary “Crisis” of Masculinity in Historical Perspective,1994). Oltre alla critica dell'essenzialismo, l'altro presupposto teorico comune agli studi sul maschile è l'attenzione alla dimensione del potere, con il riconoscimento che i rapporti fra uomini e donne ne sono attraversati in modo asimmetrico in termini sia materiali che simbolici (S. Piccone Stella, Il genere maschile, 1996).

La resistenza al perdurare dello stereotipo del potere maschile a dispetto di profonde trasformazioni politiche, economiche e culturali, la persistenza dell'ordine sociale a conservare lo status quo, hanno costituito altrettanti punti di analisi della mascolinità in termini storici e sociologici. Bourdieu individua nella nozione di habitus la capacità di resistenza e di inerzia delle disposizioni umane fondate sulle abitudini di vita nel conservare una visione androcentrica del mondo e la complicità fra i sessi, così come si sono strutturati in una presistoria antropologica (P. Bourdieu, La domination masculine,1998). Mentre J. Tosh (J. Tosh, What Should Historians Do with Masculinity? Reflections on Nine-teenth-century Britain, 1994), esamina determinati tratti del carattere maschile che si sono mostrati impermeabili ai mutamenti storici: fra questi la volontà maschile di mantenere la propria autorità entro la casa e nella famiglia (ma su questo elemento ditotale resistenza maschile al cambiamento storico si potrebbe oggi avanzare qualche dubbio, come si potrà verificare nelle pagine in cui si discuterà della paternità), e la persistenza dei riti di passaggio che il giovane deve affrontare per divenire uomo adulto, attraverso il riconoscimento degli attributi sessuali maschili da parte dei coetanei nei gruppi dei pari (ma anche sul perdurare di tale forma di ritualità si potrebbero oggi avanzare dubbi).

Pubblico e privato

L'idea di una netta separazione fra sfera pubblica, come area delle competenze e delle attribuzioni maschili, e sfera privata, come area d'esclusiva attribuzione femminile, ha influenzato per lungo tempo gli scienziati sociali nell'analisi delle gerarchie del potere all'interno dei rapporti di genere. Ma tale dicotomia reificata (come altre che hanno eretto confini rigidi e intransitabili fra maschile e femminile), che comporta significative implicazioni sui temi della pratica familiare della paternità e maternità, ha dovuto essere sostituita con modelli esplicativi piu' flessibili ed aderenti alla realtà non solo odierna, ma anche dei secoli passati, ad esempio l'Inghilterra vittoriana dell'‘800. Tosh prima e in seguito Bourdieu e Connell, sottolineano piuttosto che il privilegio maschile sta nell'opportunità di poter transitare da una sfera all'altra, ovvero nel trarre dall'intimità e dal sostegno garantito dalla sfera domestica le certezze e l'identità da spendere nell'arena pubblica (e politica). Tale visione, anche in base alle ricerche e riflessioni più recenti sulla paternità, si caratterizza in effetti come piu' realistica ed attuale di quella ormai desueta della separazione e incomunicabilità totale fra sfera pubblica e sfera privata.

Mito e autodistruzione. I costi e i rischi dell'essere uomini

Il filone di studi che ha esaminato la costruzione della mascolinità come sede di potere simbolico e materiale, ha dovuto necessariamente confrontarsi con il rovescio della medaglia, l'altra faccia della condizione maschile, quella che ne sottolinea i costi, i rischi in molteplici sfere della vita individuale e collettiva. Bourdieu mette in rilievo come l'uomo stesso sia prigioniero dell'habitus (il dominio maschile), in quanto costretto a dare continuamente prova della propria virilità, a competere nel campo sessuale e nelle altre dimensioni della vita sociale. Mentre Tosh individua la fonte primaria dell'angoscia nella tensione fra il modello ideale della virilità (manhood), ovvero l'insieme di regole, comportamenti, prescrizioni che ogni epoca storicamente assegna agli uomini, e il maschile (masculinity), come condizione sociostorica reale. “Essere un uomo” secondo Norman Mailer, “è la lotta senza fine di una vita intera”. E' la metafora dell'uomo che si batte perennemente con se stesso, che non cede di fronte alle avversità, sfinito dall'improbabile rincorsa degli imperativi dell'ideale maschile. Ma l'impossibilità di percorrere il mito dell' “uomo duro” (inaccessibile per la maggior parte dei maschi) genera alla fine autodistruzione. E' il destino testimoniato dalla di vita di uomini con biografie diverse (da E. Hemingway a Y. Mishima, da C. Bukowski a O. Weininger), ma accomunati dall'ossessione dell'ideale maschile, da un culto patologico della virilità, da un'oscura (talvolta angosciosa) misoginia (Badinter, De l'identitè masculine, 1992). Il patriarcato quindi assicura un “dividendo” (R. W. Connel, Masculinities, 1995), ovvero una “rendita” di posizione (anche minima) che spetta per diritto di nascita a ogni maschio, ma al tempo stesso comporta dei costi. Così dall'attenzione dedicata al potere e al privilegio degli uomini, si è transitati agli studi che della condizione maschile hanno sottolineato piuttosto la ristrettezza esistenziale, il disagio provocato dalla compressione delle emozioni, i prezzi pagati con la maggiore esposizione a malattie, morti premature, perdita di status – nonchè la necessità di essere costantemente in “prima fila” nelle situazioni d'emergenza (dalle guerre alle calamità naturali). Si è aperta così la strada a un'ampia sfera di studi e riflessioni, caratterizzati da diverse tonalità politico-culturali e da esiti spesso discordanti, sui temi (variamente denominati) della crisi della mascolinità, dell'identità maschile, dell'uomo occidentale, e dei connessi problemi di crisi della paternità.Che l'attuale crisi della mascolinità (coincidente con la crisi del patriarcato tradizionale) sia conseguenza dell'emergere dei movimenti delle donne, della destrutturazione del vecchio equilibrio del potere fra i sessi prodotta dal femminismo, o sia piuttosto, come altri autori affermano (Mosse) conseguenza della modernità, della “americanizzazione” dei costumi, è questione aperta. Ci si può domandare, come quasi tutti gli studiosi si domandano, se il genere maschile tenderà ad uscire da questa crisi mettendo in discussione se stesso. Se i fautori dei men's studies potrebbero accettare tale prospettiva, nella logica della trasformazione culturale e storica del maschile, altri (Bourdieu) non sono convinti della volontà degli uomini di contribuire alla modificazione dei rapporti di potere; mentre Mosse, con maggiore scetticismo, nel domandarsi se lo stereotipo maschile può sopravvivere alla caduta del patriarcato, conclude affermando che “il futuro della mascolinità moderna è materia di speculazione”

La “liberazione” degli uomini

Forse piu' che alle dispute teoriche, è importante porre attenzione al destino di quei movimenti che all'inizio degli anni '70 si sono caratterizzati per la volontà di riflettere in toni critici sul maschile, e di promuovere la “liberazione” degli uomini. Che il termine di “liberazione” applicato agli uomini contenga qualche elemento d'ambiguità è indubbio. Ed è così che già alla fine negli anni ‘80 si sviluppano movimenti, correnti politiche e culturaliche tenderanno via via a divergere, con esiti finali spesso contrapposti. Uno dei movimenti più controversi è stato il mythopoetic men movement, fondato da R. Bly negli anni '80. Bly riconduce la crisi maschile all'avvento della società industriale, e al distacco dell'uomo moderno dallo stereotipo dell' “uomo selvaggio”, modello astorico del maschio libero interiormente, rispettoso delle donne, legato al figlio da un armonioso e solido rapporto. Bly, autore di un best-seller dei primi anni '90, Iron John, considerato in quegli anni un'autentica novità, riteneva gli uomini ingiustamente accusati dal femminismo, e che essi quindi dovessero esaltare la pratica della differenza dalle donne, costruita attraverso una “terapia della maschilità”. La mobilitazione attorno ai diritti degli uomini (men's right movement) è la tappa successiva che ha riguardato e riguarda tuttora un numero notevole di gruppi maschili, non solo negli Stati Uniti, ma quasi in ogni parte del mondo. Si tratta di gruppi che, con significative differenze interne, rappresentano in alcuni casi un vero e proprio contrattacco agli obiettivi dei movimenti femministi, in altri casi invece un tentativo di giungere ad un riaggiustamento (non ad una riforma radicale) dei rapporti di genere. Emblematico in questa prospettiva il percorso di Warren Farrel, che da una posizione iniziale integralmente profeminist ” aveva lavorato negli anni ‘70 in un Centro pubblico di sostegno alle donne ” ha in seguito aspramente polemizzato con l'approccio politically correctnei rapporti fra i sessi, individuando nell'uomo dell'era postfemminista il nuovo sesso debole – il sesso “usa e getta” (W. Farrell, The Myth of Male Power. Why Men are  he Disposable Sex, 1994). Tutti i gruppi men's rights sono molto attivi nell'organizzare strutture di assistenza legale e psicologica agli uomini (divorziati, maltrattati, ecc.), nel proporre mutamenti delle politiche pubbliche delle “azioni positive” a favore delle donne (ritenute nel lungo periodo svantaggiose per gli uomini), nel tentare un approccio coi media e con il mondo scientifico per la diffusione di una immagine meno svilita dell'uomo. E' sicuramente in quest'area che si collocano a pieno titolo i gruppi per la difesa dei “diritti dei padri” (father's rights), fra i più diffusi a livello internazionale, ben organizzati e dotati d'eccellenti rapporti con il mondo politico, tesi soprattutto a riconquistare il ruolo paterno nel diritto di custodia dei figli dopo la separazione coniugale, e – in alcuni casi ” a proporre e praticare un'immagine riformata della paternità rispetto al modello del patriarcato tradizionale. Solo una parte, forse minoritaria, dell'originario men's liberation movement ha proceduto nel percorso di ripensamento dell'identità maschile tradizionale, riflettendo sul disagio interno al genere, in una logica antisessista e di convergenza col pensiero femminile. Diffuso in poche ma ben definite aree (gli Stati Uniti e il Canada, i paesi anglosassoni, specie Gran Bretagna e Australia, Il Centro Europa e la Scandinavia), tale movimento si occupa con particolare attenzione dei problemi riguardanti la violenza sessuale maschile, ad esempio in ambito domestico e lavorativo. Il percorso di questi gruppi non è facile. Accolti con favore, ma talvolta con scetticismo dagli stessi movimenti femministi, assoggettati al rischio costante di regredire nell'esercizio dell'autocoscienza intimistica del piccolo gruppo (tendente più alla pratica della terapia – psichica – della maschilità che all'azione politica allargata), in fin dei conti questi movimenti di uomini scontano la difficoltà di ogni organizzazione che si proponga di realizzare una politica del rifiuto. Poiché, come afferma Connel, la negazione radicale della maschilità egemone è anche rifiuto dell'ordinamento del potere nel rapporto fra i generi, essa difficilmente può diventare politica di massa. Ma al tempo stesso la “politica del rifiuto” riemerge continuamente nei termini di necessità del momento attuale, come è dimostrato dalla storia, seppure controversa, degli ultimi 40 anni: e se pure come probabile non rappresenterà “la via maestra per il futuro dell'uomo eterosessuale … è anche più difficile vedere un futuro qualsiasi senza di essa” (Connell).

Famiglia, padri e paternità Prima della “rivoluzione”

Nelle “Lezioni di sociologia” della Scuola di Francoforte (M. Horkhaimer, Th.Adorno, Lezioni di Sociologia , 1966) si trovano i primi e significativi riferimenti almutamento del ruolo paterno che già negli anni ‘50-'60 iniziava ad intravedersi. Reinterpretando l'evoluzione della figura paterna negli ultimi due secoli, Horkhaimer e Adorno riconoscono che nella tradizione della famiglia delle società borghesi occidentali il padre aveva “funzione amministrativa ed educativa”; i figli, identificati nel modello paterno, crescevano capaci di manifestare tanto autorità che libertà, tanto capacità di amare quanto coerenza e responsabilità nei comportamenti individuali. E nei momenti di maggiore durezza dell'insegnamento paterno, interveniva la dolcezza materna, a lenire il dolore del figlio coinvolto in un duro processo di crescita diretto a fargli acquisire un'equilibrata coscienza di sé. Ma tale ruolo paterno, in fin dei conti “produttivo e progressivo”, s'indebolisce nella famiglia in crisi nell'era del tardo capitalismo, congiuntamente alla riduzione ” nel campo economico – della sfera della libera concorrenza e dell'impresa, tipiche invece dell'età borghese classica. Si esaurisce il ruolo paterno insieme al processo identificativo dei figli, ed il padre (che non può comunque scomparire) viene sostituito dai poteri collettivi (la scuola, il club, e ” soprattutto ” lo Stato), facilitando così l'adesione dei giovani alle ideologie del totalitarismo. Le società autoritarie (come il nazismo), affermano Horkhaimer e Adorno nelle “Lezioni”, sono quelle in cui è scomparsa la figura del padre. L'analisi della Scuola di Francoforte riporta al contesto storico e sociale degli anni ‘50 e ‘60, bene illustrato nell'approccio funzionalista di Talcott Parsons in cui la genitorialità viene distinta nei ruoli separati di padre e madre, nel quale la madre svolge la funzione espressiva ed emotiva (interna alla famiglia) di cura dei figli e di sviluppo della relazione affettiva, mentre il padre ha funzione strumentale, di sostegno economico e di rapporto con il mondo esterno per l'inclusione ed il passaggio dei figli dalla famiglia alla società. L'analisi della Scuola di Francoforte e il funzionalismo parsonsiano, seppure ispirati a differenti modelli teorici e politici di riferimento, hanno però un possibile punto comune: collocati nel clima politico e culturale degli anni '50 e '60, nulla fanno trasparire delle trasformazioni che avrebbero invece caratterizzato gli anni ‘70, e ancora più gli anni ‘80. Benché nelle “Lezioni” di Horkhaimer e Adorno si individuasse correttamente l”effettiva debolezza del padre nella società …” (in accordo con altri autori: cfr. A. Mitscherlich, Verso una società senza padre, 1970), ancora nulla si poteva prevedere degli eventi che erano in quegli anni soltanto in gestazione, e che sarebbero di lì a poco esplosi: il diverso ruolo delle donne nella famiglia, nel lavoro e nella società, l'emergere di una “politica della femminilità”, la nascita di primi movimenti di uomini, i segni evidenti di una crisi della mascolinità e del patriarcato tradizionali. Eppure le trasformazioni della famiglia, la differente definizione e distribuzione al suo interno dei ruoli materni e paterni, nonché il diverso modo attraverso cui le esperienze esterne (politiche, lavorative, di genere) di donne e uomini si sono riflesse nelle relazioni familiari, hanno costituito il fondamento delle analisi più recenti sui mutamenti della paternità. Da questo scenario teorico, storico e politico si deve quindi partire.

La dediferrenziazione incompiuta

Rispetto alla classica analisi parsonsiana della differenziazione dei ruoli, riferita alle diverse competenze comunicative e di responsabilità paterne e materne, le trasformazioni sociali e familiari di oggi inducono piuttosto a rivedere e riconsiderare la questione in termini di dedifferenziazione dei ruoli. Nella concezione tradizionale la paternità ha carattere normativo, affettivamente neutrale; aiuta il bambino a diventare un adulto socialmente responsabile, ne assicural'inclusione sociale esterna. è un ruolo di “confine” fra famiglia e società. La madre ha invece la funzione di costruire l'area dell'affettività familiare, di garantire la cura dei figli nell'ambiente domestico dove la figura materna conserva una posizione centrale. Non deve intervenire nella socializzazione esterna dei figli, ma deve piuttosto fornire conforto per lenire le difficoltà che comporta l'impresa di inclusione del giovane nel mondo sociale (G. Maggioni, Padri dei nostri tempi , 2000). La crisi della differenziazione della maternità e paternità tradizionali è generata da un doppio ordine di motivi: dalla mutazione di ruoli esterni alla famiglia che si rendono indipendenti dal genere (in primis il lavoro delle donne) e dallapersonalizzazione interna alla famiglia, attraverso la prescrizione anche per gli uomini di ruoli di coinvolgimento affettivo verso i figli (C. Baraldi, Le forme sociali della paternità (e della maternità), 2000). La dedifferenziazione che ne risulta è in fin dei conti ciò che la società chiede oggi ai genitori (ad entrambi i genitori): sia esprimere relazioni affettive, sia promuovere l'inclusione sociale dei figli. Ed è proprio questo processo – che genera le trasformazioni più incisive della paternità – che interessa qui approfondire. I maschi oggi hanno difficoltà a “personalizzare” in senso affettivo il rapporto coi figli, perché non sono a ciò ancora preparati in conseguenza della loro socializzazione originaria orientata piuttosto verso una comunicazione “fredda”, “impersonale”, di “razionale” esortazione al ruolo (anche se questo non implica disinteresse per i figli stessi). La paternità viene così a configurarsi come ibrido fra affettività e normatività, come ruolo poco compiuto e scarsamente visibile, di dubbia credibilità per i figli. Nel quadro della debolezza (ritorna qui il termine già incontrato nell'analisi della Scuola di Francoforte) di una paternità né normativa né affettiva, né educativa né amorevole, emerge il ruolo progressivamente più incisivo della maternità : questa, oltre a mantenere un ruolo primario nella personalizzazione affettiva, diventa via via più importante anche nella socializzazione esterna dei figli, ovvero nell'orientamento alla vita sociale. La maternità acquisisce così due ruoli centrali, mentre il padre – nella rete comunicativa interna alla famiglia – tende piuttosto a caratterizzarsi come amico, occupando l'area disimpegnata del tempo libero e allontanandosi dalla funzione educativa. Tutto questo provoca difficoltà nella socializzazione e nello sviluppo della personalizzazione dei figli, specie riguardo alla definizione di sé in termini di differenza di genere, come figli maschi e come figlie femmine. Il processo è pienamente in corso, e i suoi esiti sono ancora del tutto incerti (C. Baraldi, cit.)

Fra “nuovi padri” e “uomini riconciliati”

Se le ipotesi della dedifferenziazione non insistono sui temi della crisi del patriarcato tradizionale e della ridefinizione dell'identità maschile, viceversa altre analisi individuano precisi legami fra i temi dello sviluppo di nuove figure paterne e la trasformazione identitaria dell'uomo occidentale. Chi esamina il problema in questi termini, collocando la comparsa dei “nuovi padri” nella ridefinizione dei rapporti fra i sessi non solo nella famiglia, ma anche (e soprattutto) al di fuori di essa, come lento e graduale processo ” in fieri “, è Elisabeth Badinter. Il problema del patriarcato (specie del patriarcato “assoluto”, quello più presente nell'800 che nel ‘900), ovvero di uno specifico potere, di un dominio che il padre-uomo esercita non solo sulla moglie, ma anche sui figli, è sostanzialmente centrale nell'analisi di Badinter. Non sappiamo se effettivamente come l'autrice afferma (in accordo con altre autrici ed autori) il patriarcato sia effettivamente morto (E. Badinter, L'uno e l'altra,1987) o se esso sia piuttosto in fase di riorganizzazione per meglio adattarsi alle nuove forme della modernità: ma un dato su cui non si può dissentire è che il patriarcato manifestandosi come potere oppressivo (e non solo “normativo”) verso i figli, ha collocato questi ultimi oggettivamente a fianco delle madri, nella misura in cui queste hanno deciso di contrastare o ribellarsi al potere maritale in famiglia. Se quindi la distinzione fra paternità e maternità assume non soltanto il carattere di differenziazione di ruoli, ma piuttosto anche quello di uno squilibrio in termini di distribuzione di potere, allora alla critica e all'indebolimento del patriarcato contribuirà non solo la rivolta delle donne, ma anche la ribellione antiautoritaria dei figli. Nel quadro della ridefinizione e riprogettazione dell'identità maschile, nel corso degli anni '70 ed '80 compaiono diverse metafore in qualche modo riferibili ad un'idea di uomo trasformato rispetto al paradigma della mascolinità tradizionale; ilsoft male (di probabile matrice americana) ne ha costituito un primo esempio: è l'uomo riflessivo, gentile, desideroso di rispondere alle attese delle donne. Fortemente criticato da R. Bly (e da tutti i sostenitori della rivalorizzazione del “maschio profondo”) in quanto sprovvisto del vitalismo e della forza positiva della virilità, in effetti in breve tempo il soft male ha assunto la fisionomia dell' “uomo molle”, passivo, angosciato, e privo di una sufficiente strutturazione psichica e caratteriale. Non è però l'uomo molle, poco apprezzato dalle donne e dai figli – che in lui mai potranno identificarsi in quanto “uomo mutilato” – il modello positivo ed auspicabile di cambiamento. E' piuttosto l' “uomo riconciliato” il modello a cui preferisce riferirsi Badinter, che può coniugare una ridefinizione della mascolinità con una nuova dimensione della paternità (E. Badinter, De l'identitè masculine , 1992). Perché l' “uomo riconciliato” in fin dei conti combina il meglio del passato modello maschile con le istanze della nuova immagine che l'uomo deve assumere per rispondere alle domande delle donne e della società moderna: è una sintesi positiva fra solidità e sensibilità, ” … è colui che ha trovato il padre e ritrovato la madre” (E. Badinter, De l'identitè masculine ).L'uomo riconciliato può nascere solo da una grande rivoluzione paterna, che, ancora, trova origine nella “fine del patriarcato”. Quindi per bene accudire il figlio, il padre deve mobilitare tutta la propria dimensione “femminile” perché ciò permette di sviluppare la relazione d'intimità col bambino. Ma tutto questo processo è ancora in divenire, e ogni rivoluzione incompiuta genera contraddizioni: così nella conclusione del suo saggio E. Badinter riconosce le difficoltà odierne dei giovani, figli della prima generazione di “mutuanti”, che stentano a identificarsi in padri che offrono loro un'immagine contraddittoria della mascolinità.

Identità e ceto sociale. Le diverse forme della nuova paternità

Si è parlato finora – nell'affrontare il tema della paternità – di madri e di padri,di uomini e di donne, di maschile e di femminile, con un approccio quindiessenzialmente di “genere”. Ma da diverso tempo, nelle scienze sociali e storiche, siè avvertita l'esigenza e si è verificata l'utilità di affiancare alla categoria di generealtre dimensioni d'analisi: fra queste l'organizzazione del tempo e della vitaindividuale, le diseguaglianze nel mercato del lavoro, le politiche di welfare , lastratificazione e la mobilità sociale (S. Piccone Stella, C. Saraceno, Genere, 1996).Ed è sulla dimensione della stratificazione sociale che opportunamente insistonoalcuni studi su separazione, divorzio, paternità e maternità.Il tema non secondario sotto il profilo teorico, e soprattutto rilevante sul pianopratico, del rapporto fra i padri e i figli dopo la rottura del matrimonio, vieneproficuamente esaminato in termini di ceto e altre variabili strutturali da uno studioitaliano su separazione e divorzio (M. Barbagli, C. Saraceno, Separarsi in Italia ,1998).I padri che abbandonano totalmente o quasi il rapporto coi figli dovrebberoessere, in base a ricerche svolte in diversi paesi, circa il 25-30% dopo tre anni dallaseparazione; questa percentuale aumenta rapidamente nei periodi successivi, alpunto che dieci anni dopo circa il 70% dei padri non incontrerebbe mai o quasi mai ipropri figli (M. Barbagli, C. Saraceno, Separarsi in Italia , cit.). In Italia il fenomeno èprobabilmente meno accentuato per diverse ragioni: la separazione fino ad oggi èstata un evento che ha coinvolto in maggiore misura i ceti medio-alti, ed in generalei padri con maggior reddito ed istruzione sono quelli più presenti nell' accudimentoe cura dei figli. Inoltre in Italia la mobilità geografica è minore che in altri paesi, equesto facilita il mantenimento dei rapporti coi figli (solo l'8% dei padri vive in unaregione o in uno stato diverso da quello della moglie e dei figli). Infine il regime deldoppio passaggio separazione-divorzio , tipico dell'Italia, in qualche modo ritarda laformazione di nuove unioni stabili, e quindi facilita il mantenimento di rapporti con ilvecchio nucleo familiare. Nonostante ciò la percentuale degli allentamenti delrapporto padre-figlio sta raggiungendo quote preoccupanti anche in Italia: dopo dueanni dalla separazione già il 21% dei padri vede il figlio meno di una volta al mese,ed il fenomeno coinvolge maggiormente i figli dei ceti sociali bassi, ancora di più sevivono nel Sud Italia, e se il padre abita fuori regione; l'allentamento inoltre siverifica in maggiore misura nel caso il padre abbia contratto una nuova relazionestabile, di convivenza.Ma perché alcuni padri riescono meglio di altri a mantenere un eccellenterapporto coi figli, per lungo tempo, dopo la separazione? Quelli che presentanomaggiori difficoltà sono gli uomini più legati ad un modello tradizionale di padre,che privilegia il mantenimento (secondo il modello del padre “breadwinner“) rispettoall'accudimento e al sostegno relazionale ed affettivo, delegato invece alla madre. Questipadri non riescono a sviluppare una relazione d'attaccamento ai figli così forte da superarele difficoltà psicologiche e logistiche generate dalla separazione: difficoltà create dalbisogno di elaborare il lutto della rottura, difficoltà legate agli ostacoli che alcune madrifrappongono nel rapporto coi figli, e soprattutto difficoltà – connesse profondamenteall'identità e socializzazione di genere maschile – a stabilire coi figli un rapporto nonmediato dalla madre.Quindi i padri che meglio riescono a gestire la costruzione del rapporto colfiglio dopo la separazione sono spesso quelli che hanno saputo elaborare forme didefinizione della propria mascolinità meno codificate in termini di opposizione di genere . Non è un caso che i gruppi di padri separati che denunciano maggioridifficoltà nel rapporto coi figli, attribuendone metodicamente la responsabilità allemadri, manifestano spesso ” di fatto – atteggiamenti sessisti e rivendicativi verso ledonne, di tendenziale riproposizione della mascolinità tradizionale. Mentre gliuomini che hanno costruito un migliore rapporto coi figli come padri separati sonoquelli che già durante il matrimonio avevano saputo rinunciare, nella divisionedomestica dei ruoli, ad una netta separazione dei compiti ” specie verso i figli “rispetto al coniuge; sono quelli che hanno rivendicato e praticato una nuova culturadella paternità non solo nei termini di un diverso rapporto verso i figli, ma anche neitermini di una ridefinizione ” almeno parziale ” della propria identità di genere, tesaad un modo diverso di sentirsi ed essere uomini.Questa conclusione potrebbe essere considerata troppo ottimista, ma èopportuno ricordare ancora che non è dell'insieme degli uomini che stiamoparlando, ma di una parte, ovvero di quei padri – non tutti i padri – che hanno saputomantenere un buon rapporto coi figli dopo la rottura del legame coniugale; si trattaquindi di una conclusione coerente con quell'approccio che non ritiene la mascolinitàcaratterizzata da un blocco compatto di idee e comportamenti, ma ritiene reale laconcezione dell'esistenza di più mascolinità, di più modi di pensare, atteggiarsi, vivere,& lt;FONT size=3>agire presenti fra gli uomini.E' interessante infine segnalare altri dati emersi dalla citata ricerca svolta inItalia su separazioni e divorzi (M. Barbagli, C. Saraceno, cit.). Le madri intervistatedichiarano di non frapporre ostacoli al rapporto dei figli col padre (è opportunosegnalare che l'indagine in oggetto si basa su interviste effettuate principalmente adonne, ma confrontate con un campione, seppure quantitativamente minore, diuomini, mariti delle donne intervistate: al contrario di quanto comunemente sicrede, si sono rilevate sostanziali e diffuse concordanze fra padri e madri riguardoai comportamenti concreti tenuti dai genitori verso i figli). Viceversa spesso le madrisi lamentano del fatto che il marito vede i figli meno dei tempi previsti nellasentenza di separazione. Risultano quasi inesistenti invece le lamentele delle madriper un'eccessiva od intrusiva presenza paterna. Mentre le donne separate cheriscontrano una concreta presenza del marito, esprimono una valutazione positivadella situazione: in alcuni casi, addirittura, il clima collaborativo fra i coniugi èmigliorato dopo la separazione a causa della situazione contingente che obbligal'uomo ad assumersi una responsabilità e quindi ad individuare un ruolo concretonell'ambito della nuova situazione parentale. I casi di madri che non favoriscono ilrapporto coi padri, seppure presente fra gli intervistati, non è diffuso; ancora piùraro, il caso delle madri che ostacolano attivamente il rapporto coi padri.

Paternità in chiaroscuro

La necessità di leggere le relazioni di genere e i rapporti fra paternalità ematernalità all'interno di categorie analitiche socialmente e storicamentedeterminate costituisce il quadro concettuale di un'indagine (fra le più completerealizzate in Italia) sullo specifico tema del lavoro di cura dei figli, e dellapercezione-gestione dei tempi dedicati a tale attività (Regione Emilia-Romagna, CariPapà. Paternità, responsabilità di cura dei figli e politiche per l'infanzia: ricerca epercorsi di sperimentazione sull'essere padri oggi , 1994). L'indagine, svolta inbuona parte fra utenti e operatori dei servizi pubblici per l'infanzia, ha mirato fral'altro a ricostruire i diversi profili paterni in base alle descrizioni che i padriforniscono di sé stessi, e in base alle testimonianze degli altri soggetti intervistati(madri, e operatori di asili nido).I profili paterni che emergono dall'indagine costituiscono altrettantetipizzazioni delle immagini che gli intervistati offrono di loro stessi. Nonostante iprofili individuati siano tutti in sé compiuti, limpidi e ben definiti nei loro caratteri econfini, in ogni caso essi convivono e si sovrappongono nella realtà identitaria di& lt;FONT size=3>ciascun padre (C. Ventimiglia, Paternità in controluce. Padri raccontati che siraccontano , 1996).Vengono identificate dall'indagine quattro figure.1) Il padre moderno . E' il padre che ripropone comportamenti di continuità con latradizione. Condivide con la partner solo parzialmente i compiti della gestionefamiliare e genitoriale, e sempre con “riserva”, nella convinzione che i ruolipaterni e materni siano ben distinti, e che la “modernità” sia un dato di realtà acui è impossibile sfuggire. Prova un certo rimpianto per un mondo nel qualerelazioni genitoriali e rapporti di coppia erano meno incerti di oggi2) Il padre postmoderno. E' il padre (riprendendo le suggestioni di E. Badinter) dellariconciliazione e della discontinuità rispetto al passato. E' il padre ches'interroga su se stesso, sul rapporto di coppia, sulla genitorialità. Tende adistinguersi dalla figura del proprio padre e a replicare affettivamente edemotivamente la figura della madre. Riconosce le disparità e le diseguaglianzedelle differenze di genere, ma al tempo stesso sviluppa e tutela un percorso diricerca di una propria identità ridefinita.3) Il padre oblativo. E' il padre disponibile ad aiutare in famiglia nella gestione del< FONT size=3>lavoro domestico e nei compiti della genitorialità, pur assumendo l'asimmetriadei compiti e delle responsabilità come un dato quasi immodificabile. Ritaglia “talvolta a malincuore ” tempi e spazi per il rapporto coi figli. E' comprensivo egrato verso la partner per il maggior carico di lavoro che lei si assume, ma altempo stesso invoca comprensione per sé, soprattutto per ciò che non riesce afare (ma che forse vorrebbe) come padre partecipe e responsabile.4) Il padre rivendicativo . E' il padre che tende a sottrarsi ai compiti sia di gestionedel menage familiare che di cura dei figli. Manifesta polemica, e talvolta ancherancore verso la partner, con cui è poco disposto a porsi in una logica dinegoziazione. Diffida della liberazione ” o anche solo dell'emancipazione – delledonne. Rivendica per sé, anche in funzione del proprio ruolo professionale ” cheegli vive come importante ed esclusivo ” diritti di libertà e di privacy domestica,negati invece alla donna.Il ridefinirsi come padre è quindi un processo lungo e complicato, non privo diambivalenza. Uno dei campi dove si riscontrano differenze notevoli fra mariti epartner femminili è quello del significato e della percezione dei tempi dedicati allavoro di cura dei figli . La donna infatti, dopo la maternità, ristruttura il propriotempo secondo dimensioni nuove, in funzione della nascita del figlio e della curache a lui si deve dedicare; lo rende cioè “compatibile” con la nuova situazione,aggiungendo tempo al tempo che precedentemente dedicava al lavoro, allarelazione di coppia e alla cura di sè; l'uomo viceversa “sottrae” tempo per sé perfare posto all'altro, non aggiunge tempo al tempo, lo disloca solo diversamente.In tale modo l'uomo si sente, si autodefinisce (né potrebbe essere diversamente)“disponibile”, e spesso sopravaluta l'entità quantitativa del proprio apporto allavoro domestico. E tale percezione è tanto più forte quanto maggiore è ilriconoscimento che gli proviene da figli e partner. Ma indipendentemente dalla autopercezione paterna (e dalla eteropercezione famigliare), pare che la realtàrilevata dalla ricerca in oggetto disegni l'immagine di un uomo che sostiene più checondividere , e di una partner che spesso accetta ancora oggi tale asimmetria deiruoli nel menage famigliare, piuttosto che sottoporsi ad un rapporto di continuostress conflittuale col coniuge (C. Ventimiglia, Paternità in controluce. Padriraccontati che si raccontano ).Ancora altri esempi testimoniano la difficoltà e il carattere contraddittoriodell'ambivalente percorso dei padri verso nuove frontiere della paternità. Fra questiil fatto più volte richiamato (e ripreso da tutti gli studiosi del problema)dell'abbandono, operato specie dai giovani padri, dell'immagine paterna (ovvero delproprio padre), che pure è luogo forte di formazione dell'identità maschile, e dellacorrispondente necessità di colmare il vuoto che ne segue prendendo ad esempiol'amore materno per i figli. Seppure poi la madre viene descritta dagli stessi mariticome autoritaria e rigida. Siamo quindi in presenza, nella rappresentazione che ipadri forniscono del menage familiare, di un rovesciamento di ruoli: padri tolleranti, madriautoritarie. La differenza fra i ruoli, che pareva attenuata, non è in realtà scomparsa, ma sipresenta (nell'immaginario dei padri) semplicemente sotto diversa forma.Eppure il padre che trascura gli impegni familiari per curare i propri doveriprofessionali è oggi ancora generalmente (seppure con più dubbi rispetto a ieri)giustificato, mentre la donna che praticasse una medesima scelta di assolutoprivilegio della professione rispetto al lavoro materno incorrerebbe probabilmentein critiche severe. E se quindi oggi le certezze definitorie implicite nella distinzionedi Parsons fra ruolo strumentale del padre e ruolo espressivo della madre paionosuperate, non sembra però che nella vita reale tutte le differenze di ruolo fra maritopadree moglie-madre siano completamente scomparse. Ed infatti anche in Emilia-Romagna, regione dove si sono ormai affermati negli strati profondi della societàmolti elementi tipici della “modernità”, pare che il padre conti molto di più nelledecisioni familiari fondamentali (investimenti, scelte educative, futuro lavorativo)piuttosto che nella pratica quotidiana del lavoro di cura dei figli.

Omosessuali e padri

Merita inoltre di essere citato il tema dei padri omosessuali , fenomeno sinorapoco indagato probabilmente perché si persiste nello stereotipo di considerareomosessualità e procreazione come termini inconciliabili (M. Barbagli, A. Colombo,Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia , 2001). Ma in realtà il problema deifigli sta assumendo importanza crescente fra gli omosessuali in Italia. Infatti la metà degliomosessuali maschi (specie i più giovani) desidererebbe avere dei figli, in particolareattraverso la strada dell'adozione, sebbene tale strada sia oggi in Italia sostanzialmenteimpraticabile. La via più praticabile è quindi quella del rapporto con una persona dell'altrosesso, strada a cui sono ricorsi circa il 10% dei gay intervistati nell'ambito di un'indaginenazionale (M. Barbagli, A. Colombo, cit.).

I partner delle coppie gay che hanno avuto un figlio da un precedentematrimonio eterosessuale, incontrano il bambino con una periodicità simile a quelladei padri divorziati eterosessuali. Considerando che spesso il padre omosessualevive con un altro uomo, si pongono per il figlio problemi ancora più delicati ecomplessi che non per i padri che hanno invece formato un'altra famiglia, maeterosessuale. Al centro della mentalità comune la famiglia è percepita ancora comeformata da un uomo e da una donna, ovvero un padre e una madre, con rispettiviruoli, seppure, si è detto, in via di rapida ridefinizione. Nella coppia omosessuale

invece ci si allontana dall'idea tradizionale di parentela, filiazione e genitorialità, equindi si sperimenta un campo non regolato da norme sociali, un'area quindi difragilità superiore a quella delle famiglie ricostituite eterosessuali, e che accolgonoal proprio interno i figli nati dalle precedenti unioni dei partner.

Uomini e Padri. Dati ed esperienze della situazione italiana

Un panorama della situazione italiana sui temi della paternità e dellacondizione maschile può essere tratteggiato esaminando non tanto gli aspettiteorici ma piuttosto quelli politici ed organizzativi degli uomini. Si analizzeranno atale scopo sia le esperienze associative ed organizzative (e quindi politiche) maschili, siale indagini che hanno avuto per oggetto il genere maschile (come i padri, ad esempio), siale proposte giuridiche di riforma del diritto familiare che incidono direttamente oindirettamente sulla condizione maschile in Italia.

Associazioni di uomini

In Italia come in altri paesi le organizzazioni di uomini possono ricondursi atre categorie principali: le associazioni maschili, le associazioni di padri, leassociazioni di omosessuali. All'interno di ciascuna categoria si rilevano comunque importanti differenziazioni.

Associazioni maschili

Il quadro delle organizzazioni di uomini che si propongono di riflettere sultema del maschile, sia in termini di affermazione e difesa della mascolinitàtradizionale, sia in termini di critica e ricerca di nuovi modelli identitari, è in Italiapoco consistente ed assai frammentato. Poche sono le associazioni che hannomantenuto una continuità di impegno nel tempo. Molte sono nate e poi sonorapidamente sparite. Alcune di esse hanno avuto un certo rilievo, quantomenoall'atto della loro fondazione, sui media , per il loro carattere di novità (fra questi ungruppo di “casalinghi”, ovvero di uomini che si propongono un rientro integralenelle mura domestiche, tralasciando il lavoro esterno).

Sul versante dei gruppi di carattere tendenzialmente antisessista eprofeminist “, opera in Italia (a Pinerolo, in Piemonte) dal 1993 un raggruppamentooriginato dalle Comunità cristiane di base, “Uomini in Cammino”, che si propone inparticolare di riflettere sulle tematiche della violenza, delle emozioni e deisentimenti, della sessualità degli uomini, nonché sulla cultura maschile che dominale istituzioni e la politica. L'associazione organizza incontri nazionali e localiperiodici, e pubblica un foglio di notizie e discussione. Nell'ambito della stessa areapolitico- culturale operano in Italia (Torino e Roma) alcuni piccoli gruppi di uomini,volti principalmente allo studio delle tematiche del maschile, ed alla praticadell'autocoscienza. Alcuni anni fa, infine, si è costituito a Bologna un gruppo di“Uomini contro la violenza sessuale alle donne”, ma che ha poi cessato l'attività.Sul versante opposto, è importante rilevare la nascita negli ultimi anni didiversi gruppi (Es. “Uomini 3000″) che si battono per le “pari opportunità” a favore< FONT size=3>degli uomini, con toni particolarmente polemici contro le politiche pubbliche disostegno alle donne, contro i media che diffondono l'esaltazione della figurafemminile, contro la generale denigrazione della figura maschile nella società,contro ogni approccio ” politically correct “. L'atteggiamento di fondo di questigruppi testimonia frustrazione, vittimismo e spesso rancore (misoginia) contro ledonne, sia come genere sia come pensiero politico femminile (il femminismo).Uno dei gruppi che esiste da piu' anni è l'associazione dei “Maschi selvatici”,promossa dallo psicoanalista Claudio Risè, che rifacendosi al mythopoetic menmovement & lt;/I>dagli anni ‘80 di Robert Bly, ripropone la riscoperta di fatto tradizionaledei ruoli maschili. In base all'assunto secondo cui la crisi dell'identità maschile haorigine nella società moderna, si propone il “ritorno al guerriero”, leale e capace diamare e rispettare le donne; si auspica lo sviluppo di occasioni d'incontro frauomini e il recupero di rapporti autentici, nella natura selvaggia (molto diffusi iweek-end nelle foreste) e con l'esclusione delle donne; ci si oppone all'uomo immaginecreato dal sistema mediatico, e viceversa si propone la ricerca del valore e del significatodel maschile nell'epoca tecnologica. E soprattutto si auspica il recupero del rapportodiretto padre-figlio, la cui scissione ha determinato la perdita dell'identità virile nelle nuovegenerazioni consegnate alle madri nel processo educativo e della prima socializzazione.Identità maschile e ruolo paterno sono quindi indissolubilmente legati, in un processocircolare: il padre è scomparso perché e scomparso il maschio, ma non cresceranno piùmaschi (“autentici”, non “matrizzati”) finché persisterà l'eclisse del padre.

Associazioni di padri

Fra i gruppi di uomini, quelli probabilmente più diffusi, e con maggiorecontinuità di azione nonché maggiore diffusione nel territorio nazionale (specie nelNord Italia) sono i gruppi di padri separati e di riflessione sulla paternità. L'ISP (Istituto Studi sulla Paternità ), costituito nel 1988 a Roma, ha la funzionedi promuovere lo studio della paternità (sotto tutti gli aspetti; psicologico, sociale,giuridico..), e di valorizzare e tutelare funzioni e ruoli paterni nella società,stimolando su questo tema una nuova sensibilità collettiva. L'assunto di base è ilcambiamento di valori, sensibilità, comportamenti, idee, dei padri oggi rispetto aventi-trenta anni fa (seppure si riconosce che il fenomeno non è generalizzato). Lanuova paternità è dunque il riferimento di base, concepita non in chiave antimaternao antifemminile (né antifemminista). L'Istituto ha quindi una funzioneessenzialmente di studio e ricerca, non di assistenza giuridica o di supporto personale aipadri. Pubblica una rivista trimestrale, di dibattito e documentazione; promuove incontri;dispone di un'ampia biblioteca sulla tematica della paternità, oltre che di un centro didocumentazione. Il 25% degli iscritti all'Associazione sono donne.I ” Papà separati ” si propongono di favorire ed incentivare una nuova culturadella separazione mirante all'effettiva salvaguardia dei figli, in particolare dei minori,e di fare emergere l'importanza della funzione educativa di entrambi i genitori inposizione di eguaglianza di fronte ai figli, e la priorità del mantenimento di buonirapporti fra ex coniugi. L'assunto di base è la difficile condizione dei padri che nonpossono svolgere una funzione educativa, relegati al ruolo marginale di semplicierogatori di un sostegno economico, o di genitori del “tempo libero” e dello svago.L'Associazione può aderire ad altre organizzazioni, che non abbiano caratterimaschilisti o femministi intesi come negazione dell' “educare insieme”. Si auspicainfatti la collaborazione e il dialogo fra genitori separati, in funzione dell'interessedei figli. L'Associazione, che ha le sedi principali a Milano e Torino, è notevolmentediffusa, specie nel Nord Italia, con circa una trentina di sedi e referenti; molto saldianche i legami con Associazioni di genitori e di madri separate.L'Associazione Padri Separati , costituita nel 1991 a Bologna, si rivolge a genitori separati che vogliono vivere la propria paternità o maternità conconsapevolezza ed impegno. Si propone di tutelare l'immagine del genitore nonaffidatario, di salvaguardare l'educazione dei figli, di fare conoscere all'opinionepubblica le ingiustizie e le costrizioni psicologiche attuate dal sistema (giudici,avvocati, ex coniugi) che possono danneggiare i figli, di stimolare la sensibilità socialesulla figura dei nuovi padri. Differentemente da altri gruppi, L'Associazione Padri Separatiha l'obiettivo di assistere gli associati, con servizi legali, di supporto psicologico epedagogico (a tale fine ha promosso il telefono “Pronto Papà”). L'Associazione pubblica larivista trimestrale “Nuova paternità”.

Associazioni di omosessuali

La storia dell'associazionismo politico omosessuale italiano nasce trenta annifa con la costituzione del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale RivoluzionarioItaliano). L'associazione attualmente più diffusa sul piano nazionale è l'Arcigay,storicamente legata ai partiti della sinistra, che conta 135 mila iscritti, e 38 circoli intutto il territorio nazionale, ma con maggiore diffusione nel Centro-Nord. Esistonoinoltre innumerevoli altre organizzazioni, circoli, associazioni omosessuali, anche asfondo religioso, che nell'insieme testimoniano una notevole vitalitàdell'associazionismo gay e lesbico (M. Barbagli, A. Colombo, Omosessuali moderni.Gay e lesbiche in Italia ).

Associazioni di genitori

In Italia esistono gruppi di genitori che talvolta agiscono congiuntamente alleassociazioni di padri separati per conseguire obiettivi spesso simili. L'Associazionedi genitori Gesef costituita nel 1994 ha lo scopo di far rispettare il diritto dei figli adavere accanto entrambi i genitori anche dopo la separazione, ed il diritto del nonaffidatario ad esercitare senza limitazioni il ruolo-dovere di genitore. L'associazione prestasupporto psicologico, morale e legale ai genitori per i problemi conseguenti allaseparazione. Gesef si propone di supportare l' emanazione di una legge per l'affidocongiunto dei figli minori, e l'esercizio congiunto della potestà genitoriale.

Studi e ricerche sul maschile e la paternità in Italia

La produzione italiana di studi, ricerche empiriche, riflessioni politicheattinenti in qualche misura al maschile e alla paternità è relativamente recente, oltreche più ridotta rispetto ai paesi anglosassoni, all'Europa centrale, ai paesiscandinavi.Sotto il profilo storiografico, con alcune rilevanti eccezioni (si vedano inparticolare i saggi contenuti in: S. Bellasai, M. Malatesta (a cura di), Genere e mascolinità , Roma, Bulzoni, 2000) non si hanno contributi sistematici sulla storia ela “costruzione” della identità maschile nel nostro paese. Esistono alcuni studi ditipo etnografico e sociale, spesso sugli uomini del Sud, riconducibili ” almeno cosìpare ” allo stereotipo antropologico del “maschio mediterraneo”, citati fra l'altro nellibro di F. La Cecla, Modi bruschi. Antropologia del maschio . Milano, B. Mondadori,2000. Oltre ad alcune ricerche su costumi, riti locali, culti maschili di uomini greci,spagnoli, maltesi, per il caso italiano si segnalano gli studi condotti da unaricercatrice straniera sulla realtà napoletana (Victoria A. Goddard, 1987, 1996).Su un versante tutto diverso, specie a metà degli anni ‘90 si sono diffusi inItalia, nel quadro dell'attenzione prestata a livello europeo al problema della regolazionegiuridica del tema del sexual harrashment, studi e ricerche empiriche sulla tematica dellemolestie sessuali in ambito lavorativo che hanno costituito occasione per riesaminare ilproblema del rapporto fra maschile, sessualità, potere (C. Ventimiglia, 1991). Sullapaternità e il lavoro di cura, si segnala la ricerca, piu' volte citata in queste pagine,condotta in Emilia-Romagna nel 1994 (Cari Papà, Bologna, 1994; C. Ventimiglia, 1996).Sono inoltre abbastanza diffusi studi di tipo teorico di riflessione generale sul maschile,spesso prodotti da donne (singole studiose) o da gruppi, associazioni, riviste femminilifemministe;tali studi dedicano una certa attenzione alle tematiche della crisi delpatriarcato e dell'identità maschile, alla violenza sessuale intrafamiliare ed extrafamiliare,alla relazione degli uomini con la corporeità propria e con quella femminile (sul tema siconsiglia di consultare l'ampia bibliografia dei lavori italiani riportata in “Alfazeta” 63-64,Derive del maschile).E' il caso comunque di notare che gli studi di cui sopra soffrono di dueevidenti e non secondari limiti: in primo luogo la quasi totale assenza in Italia diricerca empirica, ovvero di indagini ampie condotte su campioni significativi diuomini di differente condizione sociale, generazionale, familiare; in secondo luogo,il problema, connesso al precedente, della ristrettezza settoriale degli studi ” ancheteorici – sugli uomini realizzati finora, che hanno sostanzialmente ignorato temiquali la specifica condizione (e soprattutto la recente evoluzione) della condizionemaschile nel lavoro, nella famiglia, nella scuola, nelle politiche sociali e sanitarie,nel tempo libero. Importante anche sottolineare che i riferimenti teorici ebibliografici a cui i pochi lavori italiani si ispirano sono quasi tutti del mondoanglosassone (in pratica degli Stati Uniti). Il fenomeno è in sé naturaleconsiderando la grande massa di studi e di esperienze politiche che da quell'areaprovengono; ma al tempo stesso si dovrebbe prestare maggiore attenzione

all'elaborazione teorica, alla ricerca e alla pratica politica e sociale di paesi piu' vicini(Francia, Spagna, ma anche Germania e Paesi scandinavi) di cui in realtà si sa poco oniente.Un dato certo è quindi che in Italia non si fa (quasi) ricerca sugli uomini:seppure al tema viene accordato in linea di principio grande interesse, e siriconosce l'esigenza di meglio approfondire alcuni problemi, quale ad esempioquello (supposto o reale) del “disagio maschile”, all'atto pratico, ovvero quando sitratta di operare scelte in termini di finanziamenti di linee di ricerca o di intervento< FONT size=3>sociale, riemerge il disinteresse e il dubbio, e le poche risorse disponibiliregolarmente prendono altre strade.Si può quindi ribadire che non si sa granchè degli uomini in generale: in findei conti il dibattito “sul maschile” è circoscritto a ristretti circoli accademici opolitici, con il rischio conseguente dell' autoreferenzialità ; la gran parte della gente(anche quella politicamente e culturalmente più sensibile) ne sa poco o nulla. Nérisulta (salvo pochissime eccezioni) che qualche gruppo di uomini “ordinari” (uncircolo sportivo, una classe maschile di una scuola, un reparto di una fabbrica)abbia mai dedicato mezz'ora del proprio tempo a riflettere su di sé “in quantouomini”.Ma se limitato è l'interesse accademico e politico, ampia è viceversa in Italial'attenzione rivolta al tema da parte dei media : da almeno una decina di anni giornalie riviste dedicano spazi consistenti alla questione – mediaticamente attraente ” dellacrisi del maschio, nelle sue diverse declinazioni: dall'impotenza sessualeall'incertezza identitaria, dalle difficoltà scolastiche dei giovani studenti alla fragilitàpsichica e fisica degli uomini. Sempre nella logica dello stesso “tam-tam” mediatico, si èassistito allo sviluppo di una letteratura di profilo basso (a volte opera di giornaliste, attrici,volti noti dello spettacolo), che attraverso testi di ampia divulgazione descrive l'odierno< FONT size=3>disinteresse maschile (presunto o reale) verso le donne, il narcisismo imperante deigiovani maschi (dispersi fra fitness e cura ossessiva di sé), la diffusa passività degliuomini: gli standard dell'analisi sono naturalmente (considerando la qualità degli autoriautricie il target a cui questa produzione è rivolta) superficiali e approssimativi, e il tonooscilla fra l'irrisione del maschio e la nostalgia di un improbabile ritorno al passato, fra ildisprezzo esplicito e la materna ” tradizionale – comprensione verso l'uomo-figlio-marito.

Il lavoro di cura

Le indagini svolte in Italia sull'impegno dei padri nel lavoro di cura dei figlisono molteplici ma presentano spesso risultati fra loro discordanti.  In tale senso ò opportuno rifarsi ai dati di una fonte ufficiale, ovvero l'indagine Multiscopo sulle famiglie, realizzata dall'ISTAT (Istituto Centrale di Statistica) nel 1998. Di seguito siriportano alcuni dati relativi a diverse dimensioni della vita familiare, con attenzione particolare alla cura dei figli. Tav. 1 – Bambini con meno di 3 anni per tipo di lavoro di cura svolto dai padri (%)

Attività svolta dal padre

Lo fa mangiare 36.7

Lo mette a letto 45.1

Lo veste 29.7

Gli fa il bagno 78.1

Gli cambia il pannolino 34.6

Tav. 2 ” Bambini dai 3 ai 13 anni per persone con cui vanno a scuola

Vanno a scuola

Con il padre 11,3

Con la madre 48,8

Tav. 3 – Allievi e studenti dai 6 ai 17 anni per persone con cui svolgono i

compiti a casa (%)

Svolgono i compiti

Con il padre 13,0

Con la madre 40.3

Tav. 4 ” Bambini dai 3 ai 13 anni per persone con cui giocano a casa nei giorni festivi e non festivi (%)

Nei giorni festivi

Giocano con il padre 33.4

Giocano con la madre 33.5

Nei giorni non festivi

Giocano con il padre 18.3

Giocano con la madre 25.9

Tav. 5 ” Bambini dai 3 ai 13 anni per persone con cui svolgono determinate attività almeno qualche volta al mese (%)

Con il padre Con la madre

Leggere fiabe, storie 27.4 50.

Raccontare fiabe, storie 27.5 43.8

Guardare la televisione 91.9 93.6

Guardare videocassette 65.9 70.1

Andare al cinema 16.1 18.4

Andare ad eventi sportivi 19.6 13.5

Ascoltare musica 41.8 60.1

Andare ai giardini 53.3 60.7

Cantare, suonare 27.9 48.2

Soggetti con più di 18 anni che vivono in coppia per attività opersone a cui ritengono di dovere dedicare più tempo (%)

Risposte

Uomini Donne

A chi o che cosa dovrebberodedicare più tempo

Al lavoro 7.1 4.1

Ai figli 33.1 26.8

Al partner/coniuge 31.2 23.7

A se stesso/a se stessa 21.1 38.7

Come si osserva nelle tavole sopra riportate in realtà i padri, in base alledichiarazioni da loro stessi fornite, non paiono certamente assenti nell'area delle relazioni familiari di cura dei figli. Le attività paterne non riguardano però la totalità del lavoro di cura, bensì alcuni campi piuttosto che altri, come sintomo di una persistente differenza che ancora si manifesta in famiglia nella divisione dei compiti fra padre e madre (l' “assimetria” già frequentemente citata). E' inoltre importante sottolineare che differenze talvolta rilevanti si manifestano anche all'interno della stessa area paterna, dipendenti da variabili “strutturali” come l'età, il titolo di studio,la zona di residenza. Così se si nota un certo impegno paterno nel lavoro di cura per i più piccoli, ovvero nel campo delle attività rivolte agli infanti (Tav.1), tali attività sono più diffuse fra i padri che vivono nel Nord-Est dell'Italia rispetto al Sud, e fra quelli laureati rispetto ai non scolarizzati (si confermano quindi le tesi riportate in:M. Barbagli, C. Saraceno, Separarsi in Italia , 1991).Nell'accompagnare i figli a scuola (attività da svolgersi fuori dalle muradomestiche, e con continuità) i padri, di qualunque età e condizione, cedononettamente il passo alle madri (Tav.2). Lo stesso vale per un'altra attività di carattere scolastico, che richiede un impegno costante, ovvero l'aiuto nello svolgere i compiti a casa, esercitata dalle madri in misura tre volte superiore rispetto ai padri (Tav.3). Mentre nelle attività ludiche (Tav.4) il padre recupera lo svantaggio, pareggiando la madre nel fare compagnia ai figli durante il gioco nei giorni festivi, ma perdendo di nuovo terreno rispetto alla partner nelle giornate di lavoro. Per le specifiche attività“del tempo libero” svolte coi figli, si nota (Tav.5) che la preminenza del padrespesso auspicata e ” secondo alcune ricerche ” anche frequentemente praticata, in realtà non risulta nell'indagine in oggetto, dove (con la prevedibile esclusione deglieventi sportivi) la madre risulta più presente del padre in molteplici attività (ad esempioquelle di tipo espressivo, come raccontare o inventare storie, cantare…), mentre il padre èpresente specie in attività forse più passive, come il cinema, la televisione, guardare i video. L' esistenza di queste condizioni materiali nella famiglia si riflette nellasensazione (Tav.6) di “non avere tempo” sufficiente per se stesse (rispondono cosìle donne più degli uomini), o nel volere specularmente dedicare più tempo a partner o figli (si esprimono in questo senso gli uomini più delle donne). In conclusione i risultati dell'indagine statistica confermano l'ipotesi del padre che sostiene piu' che condividere , secondo la metafora della paternità in “controluce”, riproponendo lafigura sia del padre “moderno” sia di quello “oblativo” (C. Ventimiglia, Paternità in controluce , 1996). Ma il padre esprime però anche consapevolezza dello squilibriodei compiti e delle relazioni in famiglia, se ” come si è sopra notato ” avvertel'esigenza (nelle intenzioni, s'intende, ma solo questo può rilevare un sondaggio d'opinione) di dedicare maggior tempo a figli e partner.

L'assetto giuridico& lt;/P>

I temi che riguardano in modo diretto la paternità sotto il profilo giuridico sono due; il primo (i congedi parentali) è stato oggetto in Italia di un recente intervento giuridico; per il secondo (l'affidamento condiviso) è probabile un riassetto complessivo in tempi brevi. I congedi per i genitori sono stati recentemente rivisti in Italia dalla Legge 83- 2000: “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”. L'art.3 della suddetta legge prevede che nei primi otto anni di vita del bambino il diritto di astenersi dal lavoro spetta ad ambedue i genitori, per non più di dieci mesi complessivamente. Il padre lavoratore e la madre lavoratrice non possono singolarmente astenersi per un periodo, continuo o frazionato, superiore a sei mesi. Entrambi i genitori hanno inoltre diritto di astenersi dal lavoro durante le malattie del bambino di età inferiore a otto anni per cinque giorni lavorativi all'anno. Il Decreto Legislativo 26-3-2001 (“Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”) prevede che riposi giornalieri di un'ora ciascuno siano concessi alla madre lavoratrice nel corso del primo anno di vita del bambino, e tali riposi siano concessi anche al padre lavoratore nel caso i figli siano affidati al solo padre, o in alternativa alla madre lavoratrice che non se ne avvalga, o in caso di morte o infermità grave della madre. Nello stesso testo è inoltre previsto uno specifico “congedo di paternità”: si stabilisce (art.28) che “il padre lavoratore ha diritto di astenersi dal lavoro per la durata del congedo di maternità … in caso di morte o grave infermità della madre, ovvero di abbandono, nonché in caso di affidamento esclusivo del bambino al padre”. L'affidamento dei figli dopo la separazione o il divorzio ha avuto in Italia un'evoluzione probabilmente simile a quella degli altri paesi occidentali. Se infatti nel secolo XIX, in base ad una concezione patriarcale della famiglia, i figli nell'evento della separazione venivano per la quasi totalità dei casi affidati ai padri, già all'inizio del ‘900 tale percentuale scendeva a solo poco più di un terzo. La quotadegli affidamenti paterni ha subito poi una continua diminuzione per tutto il secolo ventesimo, fino agli ultimi anni ‘90, con l'attribuzione al padre della custodia del 5-6% dei figli in media. Una prima misura per riequilibrare una disparità così evidente è stata introdotta in Italia nel 1987, con il cosiddetto ” Affidamento congiunto”, che nella pratica ha però solo riguardato una minoranza di casi (circa il 4%), soprattutto nelle grandi città del Centro Nord. Nell'ultimo decennio un movimento esteso di padri separati, madri separate, genitori, ha posto all'ordine del giorno l'obiettivo dell' “affidamento condiviso”. L'assunto di base che ispira la riforma proposta sta nei temi piu' volte esaminati della deresponsabilizzazione paterna legittimata dall'affidamento separato, e della possessività eccessiva delle madri accentuata dal carico esclusivo della custodia del figlio minorenne. Si propone quindi che l'espressione dell'affidamento congiunto sia sostituita da quella di “affidamento condiviso” per sottolineare il principio della corresponsabilizzazione e dell'accordo comune di entrambi i genitori per l'educazione dei figli. Nella proposta di legge (cosiddetta “Proposta Tarditi”) si afferma che l' “affidamento condiviso” dovrà rappresentare la soluzione ordinaria, salvo eccezioni; che ambedue i genitori dovranno provvedere alle necessità economiche dei figli (evitando che uno paghi, e l'altro decida); che per impostare dopo la separazione un corretto menage di vita (nell'interesse dei figli, naturalmente) i genitori potranno ricorrere ai servizi di supporto di appositi centri (Centri familiari polifunzionali).

Bologna – Aprile 2002

Riferimenti bibliografici

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