Prima regola, giocare

Padri “giocolieri” dopo otto ore di lavoro. Mamme registe di spettacoli di arte varia che “piuttosto non si cena, ma i burattini con Paolino vanno finiti”. Probabilmente in queste descrizioni non vi riconoscete, e non riconoscete i vostri amici. In effetti la sensazione è che di adulti disposti a trascorrere il loro tempo libero in attività ludica con la prole – fuori dalle fiction – ce ne siano pochi. E che, anche se suona pedagogicamente scorretto, molte madri e molti padri non hanno tempo, o sono troppostanchi per giocare con bambole e trenini. Ma al di là della percezione, come stanno davvero le cose? Non malissimo.

Stando a un'indagine del 2008 (“Aspetti della vita quotidiana”, Istat-Ministero politiche sociali – Centro documentazione infanzia e adolescenza), dal 98 a oggi il numero di bambini di 3-10 anni che giocano con i genitori è aumentato. E questo nonostante la quota di bambini che hanno entrambi i genitori occupati (quindi con meno tempo libero a disposizione) sia passata in 10 anni dal 40,2 per cento al 43,8. Nel 1998 i piccoli che nei giorni feriali giocavano con mamma erano 32,5 per cento, oggi 51,5, e se quelli che giocavano con papà erano il 22,5 per cento oggi sono il 41,7 Nei giorni festivi le cose vanno pure meglio: la quota di chi gioca con la madre passa dal 40,6 per cento al 59,6, e con il padre dal 40 per cento al 58,2. Dunque: si potrebbe fare di più, ma comunque si migliora.

Attenzione, giocare insieme deve essere un piacere condiviso

SECONDO l'Istat i bambini fra 3 e 10 anni che giocano tutti i giorni con il papà sono solo 35,3% (con la mamma il 57,6%). Ma rispetto al 2005 la quota di quelli che giocano con il papà almeno qualche volta a settimana è passata dal 73,5% all'83 (con la madre 1'89,6%). Ma per quanto tempo lo fanno? I padri dedicano alla cura dei figli 41 minuti nei giorni feriali e 45-60 nel finesettimana, dove però – attenzione – cura dei figli significa tutto: compiti, chiacchiere, cambi di pannolino… non solo gioco. Perché sul gioco il papà italiano cade. Qualche anno fa uno studio della European Psycoanaliticand PsycodinamicAssociation condotto su 1200 bambini di 6 -12 anni (2002) sosteneva che i) tempo dedicato dai padri italiani al gioco con i figli è di 15 minuti a) giorno: meno degli svedesi (28, degli olandesi (30 e pure degli spagnoli (35& apos;). Ne abbiamo parlato con Vincenzo Bonaminio, professore presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell'età evolutiva della Sapienza di Roma e psicoanalista: «li gioco è un'attività fondamentale per lo sviluppo della vita psichica del bambino», spiega, «e ha a che fare con la sfera del piacere. C'è una continuità fra gioco, arte e cultura dall'età infantile a quella adulta. Alla domanda “se il padre deve giocare con il bambino”, la risposta è sì, senz'altro, se è in grado di provare piacere e divertimento. Giocare è piacere condiviso. Non ha nessun senso contare i minuti: un quarto d'ora di gioco coinvolto vale di più che ore di presenza annoiata e distratta».            & nbsp;                     

Bambole e fiabe per fare felici i nostri cuccioli

Ma è davvero importante giocare con i figli? E poi: cosa significa giocare con loro? E poi cosa si intende per gioco? Ne abbiamo parlato con Letizia Maduli, psicoioga dell' età evolutiva e direttore dei Centri di Psicologia emotocognitiva per l'infanzia e l'adolescenza. «Giocare con i figli è uno scambio affettivo», afferma la dottoressa Maduli, «ma anche conoscitivo. Attraverso il gioco conosciamo nostro figlio: come si esprime e come vede la realtà. Esempio: se giocando interpreta la maestra ci mostra come lui vede quella figura, come la vive. Durante il gioco poi si capovolgono i ruoli canonici, le funzioni, e il bambino si relaziona con i genitori su piani diversi. Sperimenta altre realtà. Tuttavia il gioco con i figli va interpretato come una parte della relazione con loro. Non la sola».

Vuole dire non è poi così fondamentale?

«Voglio dire che è una delle modalità della relazione con i figli ma che non va intesa come l'unica. Se manca, il rapporto genitore-figlio non diventa per questo disfunzionale. L'importante è che ci siano altre modalità di comunicazione aperte».

Ci spieghi meglio.

«Dovremmo dare un significato più ampio al concetto di gioco, che andrebbe inteso come attività di svago. Per essere chiari: anche leggere favole o passeggiare insieme può essere giocare, se al figlio piace. è importante tenere presente sempre l'individualità di quel preciso bambino e anche di quel preciso genitore: non tutte le mamme amano le bambole, qualcuna magari ama raccontare storie, e non tutte le bambine giocano col bambolotto, alcune vogliono ascoltare favole».

In che modo dovremmo giocare, o svagarci, con loro?

«Prima di tutto coerentemente alla loro fase di sviluppo. Volendo schematizzare davvero molto: da o a 3 anni i giochi sono di tipo senso-motorio, cioè manipolazioni, movimenti… Dopo, il gioco diventa simbolico: il bambino utilizza oggetti e interpreta ruoli. Intorno ai 6 anni il gioco si fa strutturato: ci sono regole. In seguito il gioco coinvolge tutti questi aspetti assieme».

Ci sono giochi che vanno proibiti?

«Non direi, tranne quelli che mettono a rischio l'incolumità: ogni famiglia ha il suo stile, e questa è una ricchezza. Anche la lotta con papà, l'aggressività, se contestualizzate vanno benissimo. Non va bene invece rendere tutti i giochi istruttivi insistendo con regole didattiche: se il bambino conosce le regole ma quel giorno vuole capovolgerle perché non farlo? Anche quello è gioco. Dobbiamo, ascoltare, osservare e seguire nostro figlio, uscire da una visione rigida».

E se è il bambino a non voler giocare con noi?

«Rispettiamolo. Forse ha giocato a sufficienza a scuola con gli amici ed è stanco. Se invece preferisce sempre qualcos'altro alla nostra compagnia… probabilmente occorre fare una riflessione».

Il Decalogo

Lasciarli liberi di deridere

Creare un ambiente favorevole a] gioco: giocattoli, tempo, spazio e libertà.

Lasciare che i bambini giochino con noi come vogliono loro: se non esistono pericoli non interferire.

Non giocare coi bambini per senso del dovere. E meglio giocare per 15 minuti con intenso e reale coinvolgimento che un'ora distratti o annoiati.

Valorizzare il gioco in quanto tale, anche se ci sembra privo di senso.

Valorizzare il bambino non peri risultati raggiunti ma per l'impegno.

Essere pazienti, non far capire a nostro figlio che stiamo aspettando che lui arrivi allo scopo.

Non insegnare ai bambini come si usa un giocattolo: che lo usi come vuole!

Anche nei giochi con regole (da tavolo, di carte, di società…) assecondarlo quando vuole provare a cambiarle: anche quello è un gioco!

Il 40% per cento dei bambini e ragazzi italiani gioca ai videogame (pc, playstation, game boy…) fino a tre ore al giorno e la metà gioca da solo. Si può giocare insieme a loro alla playstation, o al pc ma i tempi del videogioco vanno fissati e rispettati. Se il bambino non smette proporre alternative seguendo le sue inclinazioni e non le vostre.

& lt;P align=justify>10° Non consentire al bambino di utilizzare la televisione come “sottofondo” dello studio o del gioco.

(Fonti varie: Un genitore quasi perfetto, di B. Bettelheim; www.bambinogesù.it

 Centro studi Minori e media; ecc.)

(Tina Simoniello)

Tratto da: Salute di Repubblica

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