Se la lavoratrice diventa mamma

Lavoratrice e madre non sono ancora due termini di un binomio conciliabile, anzi. La nascita di un figlio rappresenta oggi per un'italiana su dieci il principale motivo di abbandono del posto di lavoro, confermando così un terreno affatto fertile per la figura di ‘mamma in carriera'.

Nello specifico, secondo i dati forniti da Isfol, è il 13,5% delle lavoratrici ad uscire dal mercato del lavoro, momentaneamente o definitivamente che sia, dopo la nascita di un figlio, proprio per occuparsene direttamente. Per stare più vicino ai figli e continuare al tempo stesso a lavorare, molte donne scelgono poi il part time, che rappresenta uno strumento di conciliazione tipicamente femminile. Le motivazioni del ricorso a tale tipo di contratto sono, infatti, segnatamente diverse a seconda del genere: per oltre la metà degli uomini, tale scelta è stata imposta dal datore di lavoro e, in caso contrario, è momentanea, mentre per quasi il 70% delle donne è volontaria e pressoché definitiva.

Tra gli strumenti di conciliazione tra vita privata e professionale, per le donne che continuano a lavorare dopo la maternità, la rete dei parenti, e in particolare i nonni (50,5%), occupa il primo posto, seguita dal nido pubblico (17,7%) e da quello privato (11,4%). Solo il 9% dichiara di avvalersi, anche solo sporadicamente, di una baby-sitter. L'aiuto del partner, invece, viene percepito dalle donne come occasionale (41%). “Il che vuol dire ” osserva l'Isfol – che la condivisione dei compiti all'interno della coppia ancora non è tale da favorire in misura rilevante la permanenza delle donne nel mercato del lavoro”.

Nonostante la fruizione di congedi parentali da parte degli uomini sia in ascesa (nel 2004 il 24% degli uomini contro il 76% delle donne), come pure la richiesta di part time maschile, il tempo libero delle donne (2 ore e 34 minuti e, se occupate, 2 ore 11 minuti), a parità di condizione familiare ed età, è sempre inferiore a quello di cui dispongono gli uomini (3 ore e 15 minuti). Per questi ultimi, infatti, le attività di cura e di gestione domestica occupano una quota residuale. Solo l'11% dei padri si occupa in modo sostanziale dei propri figli in età prescolare e coloro i quali lo fanno appartengono a categorie professionali, quali impiegati e insegnanti, i cui orari e modalità di lavoro favoriscono la tanto auspicata ridefinizione dei compiti paterni.

Ma avere un figlio, ricorda l'istituto, non significa solo andare incontro a difficoltà di conciliazione tra carriera e famiglia: si traduce spesso anche in discriminazioni sul lavoro. Mobbing in varie forme, esclusione da progetti importanti, richiesta più o meno velata dei datori di lavoro che invitano a posticipare la scelta di maternità, comportamenti a vario titolo scorretti di questi ultimi, che arrivano a fare firmare dimissioni in bianco, sono spesso denunciati da rappresentanti di associazioni sindacali, patronati o associazioni femminili. “Basti pensare che, tra chi ha lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio, il 12% ha perso il posto ” spiega il rapporto – e, tra chi continua a lavorare, il 13% non ha un contratto stabile. Se si considerano le donne che, invece, non lavoravano neanche prima della maternità, si scopre che almeno il 15% non riusciva e continua a non riuscire, dopo il figlio, a trovare un impiego”.

Fonte: Mia economia

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