Sprechiamo 36 Euro a settimana. Il mistero dei soldi scomparsi

«Ma dove sono finiti quei 100 euro che avevo nel portafoglio»? Alzi la mano chi non si è mai chiesto con sorpresa o con rabbia come sia stato mai possibile che i soldi che si era sicuri, ma proprio sicuri, di avere a disposizione siano spariti senza lasciare traccia alcuna, come cancellati da una misteriosa maledizione egizia. La risposta è semplice: sono stati spesi, ma non ce ne siamo accorti. Questo fenomeno ahimè tanto comune e tanto deprimente si chiama «mystery spending», ed il suo effetto cumulato sui redditi delle famiglie è tutt'altro che una bazzecola: in media gli italiani «perdono» (leggi spendono involontariamente e inconsapevolmente) in media la bellezza di 35,9 euro alla settimana, e la faccenda riguarda quasi la metà dei nostri concittadini.



Fanno 800 milioni di euro che svaniscono ogni settimana, 34 miliardi in un anno. E quel che è peggio, fanno 1.800 euro all'anno del nostro povero reddito disponibile che si volatilizzano senza nemmeno darci la soddisfazione di sapere perché o percome. E' come se in un anno sparisse giù per il gorgo uno stipendio mensile di un operaio specializzato. Non è uno per niente uno scherzo. A studiare il «mystery spending» ci hanno pensato i ricercatori dell'istituto di indagine Astra, in un sondaggio rappresentativo dell'intero paese con 1.000 interviste svolto per conto della Visa Europe, la notissima società che emette carte di credito. I dati riguardano il 2007. Ovviamente la morale che ci propone Visa è quella di lasciare perdere i contanti, e usare la «moneta di plastica», che quando viene spesa una traccia elettronica o cartacea la lascia sempre.

Può essere, anche se è molto facile dissipare patrimoni con acquisti compulsivi anche usando la carta di credito. Detto questo, ben il 48,6% degli italiani ammette che alla fine della settimana si trova ad avere meno soldi in tasca di quanto si aspettasse. In media sono 36 euro alla settimana, ma addirittura il 10,9% di coloro a cui non tornano i conti a fine settimana confessa di aver «perduto» più di 60 euro. E il 6,5% può arrivare a superare perfino i 100 euro latitanti. A smarrire traccia del proprio danaro più spesso sono le donne, e le casalinghe in particolare: per l'ottima ragione che la fonte principale della scomparsa dei soldi è l'attività del fare la spesa per la famiglia, e naturalmente l'avere a che fare con dei figli che ti tartassano per farsi comprare robe.

Tra le altre ragioni della scomparsa del contante ci sono le uscite serali con gli amici, e a una certa distanza lo shopping, che si tratti di saldi o meno. Più attenti sono invece gli uomini, con 31,20 euro persi in media alla settimana. E soprattutto gli studenti, che perdono solo 19,60 euro alla settimana, costretti all'oculatezza perché non hanno somme importanti a loro disposizione. Gli italiani più attenti al loro danaro? Quelli del Triveneto, con solo 29,40 euro perduti alla settimana. I piemontesi sembrano invece tra i più svagati: perdono traccia in media di ben 52 euro ogni sette giorni. In media, ogni anno spendono senza saperlo 2.704 euro. Questo problema del «mystery spending» è davvero interessante, perché rivela molto sulla nostra scarsa capacità di essere consumatori oculati e intelligenti.

In parte il problema nasce dalla scarsa percezione del valore fisico del denaro contante: a suo tempo, al momento dell'introduzione dell'euro, si ipotizzò anche di realizzare una banconota da 1 euro, considerando che un euro vale quanto 2 mila delle vecchie lire. La verità è che la maggior parte del «mystery spending» è frutto di acquisti compulsivi, sovrappensiero, piccole spese superflue, arrotondamenti di pochi centesimi o resti non chiesti o ritirati. In altre parole, la scomparsa del nostro danaro avviene nel momento in cui perdiamo il controllo di noi stessi e del nostro danaro. Cioè quasi sempre. Festeggia chi riesce a farci dissipare volontariamente i nostri soldi faticosamente guadagnati. Con un messaggino sms a «soli 0,25 centesimi», ovvero 500 lire. O un piatto di spaghetti al pomodoro a «soli 9,99 euro», cioè 20.000 lire.

Nel web il passaggio di denaro è immateriale, silenzioso, indolore; non lascia traccia se non nell'estratto conto della carta di credito. Nessuno fa caso ai 99 centesimi per una canzone o ai pochi euro per un videogame acquistati online, eppure a fine mese la somma supera spesso i 36 euro della ricerca Astra. E soprattutto permette la nascita di nuovi modelli di business basati su micropagamenti, come quello inventato da Apple per iTunes e per l'App Store, che hanno venduto rispettivamente oltre otto miliardi di brani e un miliardo e mezzo di software per iPhone. Guadagnando abbastanza da suscitare l'invidia dei concorrenti (Nokia, Blackberry, Microsoft e altri), ormai tutti impegnati nella distribuzione di contenuti e servizi a basso costo.
Roberto Giovannini, La Stampa.it

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