Stessa povertà, stessa stagnazione

Circa 2,6 milioni di famiglie (l'11,7% del totale) corrispondenti a 7,6 milioni di individui, sono relativamente povere. Un valore che tuttavia negli ultimi otto anni si è mantenuto stabile (tra il 10,8% e il 12,3%). La povertà in particolare riguarda il Sud, le famiglie numerose, quelle con disoccupati e gli anziani soli. Ma anche tra i lavoratori precari è sempre più forte la concentrazione di persone a redditi molto bassi. è il ritratto che emerge dal rapporto annuale dell'Istat 2005.

L'emergenza riguarda il Sud dove una famiglia su 4 è povera e dove le persone povere nell'ultimo anno, un record, sono aumentate di circa 900mila persone interessando oltre 1.800.000 famiglie. La povertà interessa per lo più i nuclei con tre o più figli minori, le famiglie dove il riferimento è pensionato o donna, sia anziana o comunque sola.

L'Italia resta fra i paesi europei con il più alto grado di sperequazione dei redditi. Questo vale soprattutto al Mezzogiorno, dove le famiglie percepiscono circa 3/4 del reddito delle famiglie che vivono al Nord. Pur con molta variabilità, una famiglia su due ha un reddito mensile netto inferiore a 1.670. Ma ben un milione e mezzo di persone percepisce un reddito mensile basso, mediamente meno 783 euro e vive in contesti familiari economicamente disagiati. I bassi redditi sono più diffusi tra le donne (28% contro il 12% degli uomini), tra i giovani under 25 (36%), tra quelli con un'istruzione inferiore alla terza media (32%) e i lavoratori del settore privato (21% contro il 5% degli impiegati del settore pubblico).

Possono contare su entrate maggiori i nuclei che hanno come fonte principale il reddito da lavoro autonomo (2.980 euro al mese).

La spesa per abitazione (condominio, riscaldamento, gas, acqua elettricità, telefono, manutenzione ordinaria, affitto, interessi passivi sul mutuo e altri servizi) costituisce una delle voci principale dei bilanci delle famiglie italiane, anche se chi ha la casa a titolo gratuito spende quasi la metà di chi è in affitto. Le famiglie italiane, infine, di fronte all'aumento di alcuni beni specifici come pane, pasta, carne e abbigliamento, reagiscono riducendone la quantità acquisita. Solo nel 15% dei casi scelgono di comprare generi alimentari di qualità più bassa e, nella metà dei casi, riducono anche la quantità. Ma è tra le famiglie più povere che si tende a una diminuzione della qualità dei prodotti comprati anziché della qualità.

Fonte: Mia economia

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