Titolo di studio, il nocciolo duro del curriculum

Il titolo di studio rimane ancora parte centrale del curriculum vitae. Stando ai dati, il 91% dei manager italiani da ancora molta importanza al diploma o alla laurea: in particolare il 23% degli intervistati considera tali titolo un elemento fondamentale per la valutazione del candidato, il 38% li considera molto importanti e infine il 30% utili. Soltanto il 9% giudica inutili le informazioni sul percorso scolastico.


è quanto emerge da un'indagine condotta da Robert Half Executive Search, società internazionale di ricerca di personale qualificato, che ha coinvolto 2.700 manager europei, di cui 200 italiani.
Tuttavia ci sono anche elementi negativi. L'aver cambiato molti posti di lavoro, invece, non è sempre un vantaggio: il 40% dei manager apprezza un'esperienza diversificata, ma per un altro 39% è un handicap.

Secondo Vittorio Villa, responsabile di Robert Half Executive Search Italia, “In molti casi, come per esempio nelle grandi società di consulenza strategica, nelle banche d'affari o in alcune multinazionali, il titolo di studio, la votazione conseguita e l'Università di provenienza continuano a costituire un criterio di selezione inderogabile. Mentre si va affermando anche in Italia una percezione positiva dei cambiamenti professionali, come già avviene da anni negli Stati uniti”.

Per quanto riguarda gli altri elementi del cv, i manager italiani bocciano l'incompletezza, come per esempio la mancata indicazione dell'azienda per cui si lavora (“una pessima idea”) e il ricorso a indicatori fantasiosi, come il “QI” (quoziente intellettivo) o il “QE” (quoziente emotivo). Sono invece divisi nel valutare i candidati che abbiano avuto molteplici esperienze lavorative in poco tempo: il 40% li apprezza, il 39% li boccia, giudicandoli opportunisti, il 21% non lo ritiene un elemento di valutazione significativo.

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