Tra i giovani non esiste solo il precariato

L'esame dei dati sulla gestione dei parasubordinati Inps rivela una realtà diversa. Nelle analisi correnti sugli andamenti del mercato del lavoro c'è un luogo comune che viene ossessivamente ripetuto, al punto da essere accettato anche senza il corredo e il riscontro di dati di fatto: i giovani occupati sono tutti ( o quasi) precari. E ingrossano le file dei collaboratori coordinati e continuativi, il rapporto di lavoro ” maledetto”, per altro sottoposto a radicale trasformazione dalla legge Biagi.


Se si prendesse, invece, la briga di esaminare le indicazioni di carattere statistico della Gestione dei parasubordinati presso l'Inps ( la quale, pur con tutti i suoi limiti, è la sola banca dati credibile e aggiornata, nonché l'unico punto di aggregazione di questa particolare tipologia di lavoratori) ci si accorgerebbe che la realtà è molto diversa da quanto comunemente si ritiene. Il numero dei giovani occupati con contratti di collaborazione è, infatti, di gran lunga inferiore rispetto a quelli che entrano nel mercato del lavoro con rapporti di lavoro a contenuto formativo o, comunque, con contratti di inserimento lavorativo che sono indubbiamente i percorsi preferenziali per conseguire, in tempi ragionevoli, l'obiettivo della stabilizzazione del rapporto di lavoro.
Secondo il rendiconto Inps per il 2004, alla fine dello scorso anno erano più di 3,3 milioni gli iscritti alla gestione dei lavoratori parasubordinati ( 493mila in più del 2003). è bene far notare subito che il numero degli iscritti non coincide necessariamente con quello dei contribuenti, poiché l'Istituto tiene conto dei rapporti accesi durante l'anno, magari più volte dalla medesima persona. Per quanto riguarda la collocazione professionale, oltre tre milioni erano collaboratori, 209mila professionisti; i rimanenti appartenevano a figure miste, indicate nelle statistiche come collaboratori/ professionisti.
Oltre a una ripartizione di genere in discreto equilibrio — 1.764.123 erano gli uomini ( 53%) e 1.556.196 ( 47%) le donne — è interessante ricordare la distribuzione per aree geografiche: ben 1.828.716 erano le iscrizioni nelle regioni settentrionali, 786.104 nelle regioni centrali, 715.499 nel Sud e Isole ( si veda « Il Sole 24 Ore » dell' 8 agosto).
Ma per avere ragione delle solite teorie ” giovanilistiche” è bene valutare— quali emergono dalla tabella qui sotto — i dati riguardanti la ripartizione per età anagrafica.
Come si può sinteticamente osservare, la componente più numerosa ( con oltre un milione di iscrizioni, pari a un terzo del totale) era quella in età compresa tra i 30 e i 39 anni. Erano invece relativamente pochi ( 196.117, meno del 6% del totale) i giovani e cioè i soggetti che, secondo la definizione fatta propria dalle istituzioni comunitarie e accolta anche nel nostro ordinamento, hanno una età inferiore a 25 anni. In numero notevole ( 853.199) erano, invece, gli ultracinquantenni: il 25% del totale delle iscrizioni, pari al quadruplo delle posizioni degli under 25enni. Tra gli atipici seniores, gli ultrasessantenni erano quasi 370mila ( l' 11% del totale). Se si vogliono trarre, dal linguaggio dei numeri, alcune valutazioni di sintesi, si può notare che, prendendo come linea di confine i 40 anni di età, l'universo dei parasubordinati si divide quasi a metà: 1.766.102 ( pari al 53%) stavano al di sotto, i restanti ( 47%) al di sopra. Se poi si considera la ” nicchia” dei professionisti, ben 114mila su 209mila ( il trend sembra naturale per quella tipologia) avevano più di 40 anni ( 22mila, addirittura, 60 e più anni).
In sostanza, dunque, è difficile immaginare— anche mettendoci una buona dose di ideologismo — che il rapporto di collaborazione sia una specie di condanna biblica, terribile e spietata, al punto da perseguitare — vita natural durante — centinaia di migliaia di lavoratori, condannati a restare, da adulti e da anziani, esclusi da una condizione di stabilità. Che non sia agevole ” stabilizzare” il proprio rapporto d'impiego è un dato di fatto. Ma quando si è arrivati a una certa età, in una posizione di lavoro ” atipica”, si può cominciare a pensare che gli elementi volontaristici siano stati prevalenti nella scelta.
Ben diverso sarebbe del resto il quadro complessivo dell'occupazione giovanile se le Regioni avessero avviato con maggiore decisione e tempestività la messa a regime del nuovo contratto di apprendistato. Una tipologia di lavoro che, a differenza del vecchio contratto di formazione e lavoro, offre oggi percorsi formativi di qualità e occasioni di ingresso mirato nel mercato del lavoro a una platea di soggetti decisamente ampia ( sino a 29 anni di età). Eppure, come indicano gli stessi dati Inps riportati nel grafico qui sotto, è un dato di fatto incontrovertibile e rassicurante la circostanza che la stragrande maggioranza dei nostri giovani, a ulteriore conferma dei dati prima citati, fa oggi il suo ingresso nel mercato del lavoro dalla porta principale, attraverso cioè contratti a contenuto formativo e non mediante forme atipiche e precarie di lavoro.
Nel 2004 erano infatti ben 553mila gli apprendisti occupati in aziende artigiane e non ( si veda « Il Sole 24 Ore » del 22 agosto), a cui devono essere sommati i 117mila lavoratori con contratti di formazione e lavoro e gli oltre 30mila lavoratori con contratti di inserimento introdotti dalla legge Biagi.

Fonte: Il sole 24 ore

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