Un passo verso la parità di genere: il congedo di paternità

In occasione della sessione plenaria di ottobre 2010 il Parlamento Europeo ha approvato la proposta della Commissione Europea sull'introduzione del congedo di paternità nella legislazione europea in materia di congedo parentale.

La norma si propone di garantire ai padri il diritto a un permesso lavorativo di almeno due settimane durante il congedo di maternità, totalmente retribuito dal datore di lavoro nel caso di lavoratori dipendenti, oppure garantito dall'ente previdenziale di riferimento nel caso di lavoratori autonomi.

Nonostante il Parlamento Europeo abbia approvato in prima lettura la proposta, l'attuazione della norma non sembra possibile in tempi brevi: lo scorso ottobre, infatti, i membri del Consiglio Europeo non sono riusciti a trovare un accordo in merito bloccando così l'iter legislativo del provvedimento, essendo necessaria l'approvazione congiunta dei due organi per il passaggio alla seconda lettura del testo. La causa delle resistenze sembra essere da ricercare nella crisi economica che non permette al momento congedi retribuiti di venti settimane per le madri e di due settimane per i padri.

La situazione in Italia

In Italia il congedo di paternità è una realtà ancora molto lontana. Nel 2010 è stato presentato in Parlamento il disegno di legge Mosca-Saltamartini che prevedeva quattro giorni obbligatori di congedo di paternità entro i primi tre mesi dalla nascita del figlio, con l'obiettivo di aumentare il ruolo attivo del padre nella cura della famiglia. Purtroppo il disegno di legge è stato congelato e l'unica novità è stata apportata dal Decreto Legislativo emanato il 18 luglio 2011 che riconosce al padre lavoratore dipendente un congedo parentale facoltativo anche nel caso in cui la madre sia disoccupata o casalinga.

Oggi il congedo di paternità obbligatorio è usufruibile soltanto in circostanze gravi, quali la morte o l'infermità grave della madre, l'abbandono o l' affidamento esclusivo del bambino al padre. L'indennità percepita coincide con quella del congedo di maternità obbligatorio, pari all'80% della retribuzione lavorativa.

Accanto al congedo obbligatorio esiste il congedo parentale facoltativo usufruibile da entrambi i genitori fino al compimento degli otto anni di età del bambino per un ammontare massimo di dieci mesi, elevabili a undici in casi specifici. Il padre ha diritto a sei mesi di astensione dal lavoro, continuativi o frazionabili, con un'indennità pari al 30% della normale retribuzione e copertura previdenziale totale fino al terzo anno di età del figlio, mentre fino all'ottavo anno la retribuzione spetta soltanto a coloro che percepiscono salari al di sotto di una certa soglia. Il congedo può essere usufruito dai genitori congiuntamente anche nel periodo di maternità obbligatoria.

Perché un congedo di paternità?

Nel nostro paese il congedo parentale facoltativo è raramente utilizzato: secondo un& apos;indagine svolta da Adecco nel 2010, su 100 aziende italiane emerge che il 62% delle imprese intervistate non ha ricevuto alcuna richiesta di congedo da parte dei lavoratori per la nascita o la cura dei figli. Tra coloro che hanno richiesto il permesso vi sono soprattutto operai e impiegati,mentre nel management la percentuale è minima: soltanto il 3% dei quadri e nessun dirigente.

La richiesta del congedo parentale arriva soprattutto dalle donne sia per la cultura tradizionale italiana, che vede la madre come figura cardine nella cura dei figli, sia per una questione prettamente economica, la disparità di salari tra uomini e donne rende infatti più conveniente la rinuncia al reddito da parte delle madri.

Il congedo di paternità obbligatorio aprirebbe però la strada a una lenta presa di coscienza sul ruolo del padre nella cura del bambino e potrebbe rivelarsi il primo passo verso un dibattito collettivo sulla discriminazione di genere nell' ambito lavorativo, dove il potenziale desiderio di maternità delle donne è spesso considerato un costo per le aziende. è importante riflettere sull'utilità delle proposte avanzate sia a livello nazionale sia a livello europeo per comprendere quali benefici ne trarrebbero sia i neopapà sia le neomamme, che in numerosi casi si vedono costrette ad abbandonare il lavoro per dedicarsi alla famiglia.

I paesi da prendere a modello

Norvegia e Svezia si presentano come gli stati più progrediti in materia di congedo parentale in Europa e, più in generale, nel mondo. La legislazione dei due paesi nordici prevede un congedo parentale unico che può essere usufruito da entrambi i genitori secondo le esigenze individuali, tenendo conto del fatto che esiste una quota minima di permesso che non può essere ceduta all'altra parte e quindi, in caso di mancato utilizzo, il congedo parentale si riduce automaticamente.

In Norvegia la durata minima di congedo parentale per i padri è di quattro settimane fino a un massimo di dieci settimane. La percentuale di lavoratori dipendenti che usufruisce di questo permesso arriva all'85%. In Svezia il permesso minimo ammonta a due settimane e arriva a undici. L'indennità percepita in entrambi i Paesi è compresa tra il 75% e il 100% della normale retribuzione.

Non è un caso che si tratti di quegli stessi paesi che occupano i primi posti nella lista del Gender Equity Index, indicatore utilizzato dalle Nazioni Unite per misurare il grado di uguaglianza di genere a livello mondiale. Una maggiore uguaglianza nel settore economico e una visione più aperta sul ruolo sociale della donna rendono possibile nei paesi scandinavi una reale condivisione delle mansioni in ambito familiare, agevolando così il rafforzamento del legame tra padre e figlio.

di Francesca Jacobellis

Fonte: www.alfemminile.com


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