Un'infanzia orribile per la metà dei bambini del mondo

Metà di tutti i bambini del mondo, circa un miliardo, vive un'infanzia orribile, devastata dalla povertà, dalle guerre, dall'Aids. è l'allarme che lancia l'Unicef nel rapporto 2005, l'annuale appuntamento sulla condizione dell'infanzia nel mondo.


Sette le principali “privazioni” che subiscono i bambini, sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo, secondo il documento al quale hanno collaborato ricercatori della London School of Economics e dell'Università di Bristol: 640 milioni di bambini non dispongono di alloggi adeguati; 500 milioni non hanno accesso ai servizi igienici di base mentre 400 milioni non hanno accesso all'acqua sicura; 300 milioni non dispongono di informazione (tv, radio e stampa), 270 milioni vivono senza servizi sanitari. Ma non solo. 120 milioni di bambini (140 milioni secondo l'Università di Bristol), e la maggior parte sono bambine, non sono mai andati a scuola; 90 milioni soffrono di grave carenza di cibo. Almeno 700 milioni di bambini, inoltre, soffrono per due o più di queste privazioni.

La qualità della vita dell'infanzia è fortemente compromessa dalle malattie, molte delle quali evitabili e per le quali muoiono ogni giorno quasi 30 mila bambini (ne sono morti 10,6 milioni nel 2003). Circa 2,1 milioni sono affetti dal virus che ha reso orfani 15 milioni di bambini (8 su 10 vivono nell'Africa Su-Sahariana). A causa dell'Aids, milioni di bambini vedono compromessa la propria rete di relazioni, costretti anche ad abbandonare la scuola.

La Sierra Leone rimane il primo paese al mondo per mortalità infantile. In questo paese, il tasso di mortalità sotto i 5 anni (i morti ogni mille nati vivi) è pari a 284, segue il Niger con 262, l'Angola con 260. Il tasso più basso si rileva invece in Svezia e Singapore (3); l'Italia (4) si colloca al 120/o posto della classifica. L'aspettativa di vita più bassa si registra in Zimbabwe e Zambia, pari a 33 anni; al secondo posto c'è lo Swaziland con 34, al terzo il Mozambico con 38. L'aspettativa di vita più alta alla nascita si rileva in Islanda e in Svezia (80 anni); alta anche in Norvegia, Israele, Belgio, Francia e Italia (79 anni).

La povertà mina alle fondamenta la capacità di una famiglia o di una comunità a provvedere ai bisogni dei bambini. Ad esempio, 180 milioni sono vittime delle peggiori forme di lavoro minorile, 1,2 milioni cadono ogni anno preda del traffico di minori; 2 milioni (per lo più bambine, e pari, ad esempio, all'intera popolazione infantile del Belgio) sono sfruttati dall'industria del sesso. Nelle zone rurali questi tipi di rischio raddoppiano.

Anche l'embargo imposto ad un paese è devastante per l'infanzia: tra il 1990 e il 2002, il tasso di mortalità è più che raddoppiato in Iraq mentre ad Haiti, la malnutrizione acuta è cresciuta dal 3,4% del 1990 al 7,8% del 1994-95 e l'iscrizione scolastica è precipitata dall'83% del 1990 al 57%.

L'impatto delle guerre sui bambini è molto alto: quasi la metà dei 3,6 milioni di persone morte in guerra dal 1990 ad oggi, sono bambini. Centinaia di migliaia di bambini, vengono tutt'oggi reclutati o rapiti per combattere come soldati; cadono vittime dello sfruttamento sessuale (ad esempio, della violenza sessuale come arma si è fatto largo uso nei conflitti della Repubblica Democratica del Congo, della Sierra Leone, della Liberia e nel Darfur); sono menomati dalle mine; sono costretti a commettere atrocità e a uccidere. Negli anni '90, quasi 20 milioni di bambini hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa di conflitti armati. In caso di guerra che duri in media cinque anni, il tasso di mortalità 0-5 anni aumenta del 13%. Centinaia di migliaia di bambini sono stati costretti ad assistere o a prendere parte ad atti di violenza. Le mine antiuomo sono responsabili di 15-20 mila vittime all'anno, e circa un 1/5 di esse sono bambini.

Anche nei paesi ricchi la povertà infantile è aumentata considerevolmente: solo 4 paesi (Canada, Norvegia, Regno Unito e Usa) presentano rispetto alla fine degli anni '80, un numero inferiore di bambini che vivono in famiglie a basso reddito.

Fonte:miaeconomia

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