Uomini casalinghi e donne muratori. C'era una volta l'apartheid del lavoro

Il lavoro è maschio; la cura per la famiglia e la casa è femmina. Un tempo, forse. Perché se fino a qualche decennio fa l'uomo era quello che portava lo stipendio a casa e la donna, invece, era l'angelo del focolare, oggi non è più così.

Non esistono più distinzioni: nella società moderna tutti contribuiscono a portare i soldi a casa e la distinzione tra lavori maschili e quelli femminili non esiste più. E allora succede che alcuni uomini scelgono di occuparsi delle faccende domestiche, mentre la moglie o la compagna si dedica alla carriera, e che alcune donne svolgono mansioni che fino a poco tempo fa erano prerogativa del genere maschile. E' sempre più facile trovare donne alla guida di tir e autobus, treni, ma anche donne fabbro, benzinaie, idrauliche, muratori. Ma la domanda nasce spontanea: se il gentil sesso lavora, che attività resta agli uomini? I più moderni sono disposti ad occuparsi di casa e figli. Ne sanno qualcosa Fiorenzo Bresciani e Fabia De Riz, rispettivamente casalingo e autotrasportatrice, le cui scelte di vita sono segno di una società che cambia. Sfidando pregiudizi e luoghi comuni.

Fiorenzo: casalingo di professione

Uomini che “lavorano in casa” ce ne sono pochi, per questo Fiorenzo ha fondato un'associazione: l'Associazione uomini casalinghi.

Chi l'ha detto che è un lavoro per sole donne? Fiorenzo Bresciani, casalingo di professione, a sentirselo ripetere proprio non ci sta. Toscano della provincia di Lucca, 60 anni compiuti, Fiorenzo ha lasciato 15 anni fa il suo lavoro da commerciante per dedicarsi alla casa e alla famiglia: “Mia moglie si era avviata verso la sua carriera e io volevo che si realizzasse nel suo lavoro: sapevo quanta fatica aveva fatto per arrivare fino a lì, così le proposi di dedicarmi alla casa e ai bisogni della nostra famiglia”. Altro che “desperate housewives”: per Fiorenzo nel suo lavoro non c'è nulla di deprimente: “Mi piace occuparmi di mia moglie, preparare da mangiare per loro e far sì che stiano bene. Ma è anche molto faticoso. E chi lavora senza dover badare alla casa, spesso, sottovaluta questa occupazione”. Amici, conoscenti, parenti: quasi nessuno considerava quello di Fiorenzo un lavoro a tempo pieno, anche se non retribuito: “Quando parlavo con loro mi sentivo un pesce fuor d'acqua: ero solo, perché gli uomini che di mestiere badano alla casa e alla famiglia sono pochi”. E allora Fiorenzo ha deciso di fondare un'associazione: l'AsUC (Associazione Uomini Casalinghi): “Un giorno ho riunito tutti i miei amici in un agriturismo, per condividere il pranzo. D'accordo con l'albergatore, ho diviso i vari compiti tra gli invitati: qualcuno ha cucinato, altri hanno apparecchiato, altri ancora hanno riordinato e pulito. Alla fine della giornata erano tutti stanchi: è stato un modo per far capire loro che quello del casalingo è un mestiere faticoso. Poi ho annunciato a tutti la mia decisione di creare un gruppo. L'AsUC ” prima associazione di questo tipo in Italia – ha un sito internet www.asuc.it in cui gli iscritti ” che ad oggi sono più di 5800 ” si scambiano consigli, opinioni, informazioni”. Grazie all'associazione che ha fondato, Fiorenzo ha capito di non essere il solo ad aver scelto la casa e la famiglia, ma un problema resta nonostante tutto: “Viviamo in una società maschilista ” dice “. Quella del casalingo non è una figura riconosciuta: non c'è orgoglio nel dire che si fa questo mestiere. Io invece credo che riconoscersi in questa attività sia molto bello: la soddisfazione di sostenere il proprio partner e badare ai figli è un patrimonio molto più grande di qualsiasi guadagno economico”.

Fabia, 25 anni e un metro e mezzo di altezza: da due anni al volante del suo “bestione”.

“Ho preso la patente C a 23 anni e da allora giro la Liguria con il mio tir”

“Guido un tir da 165 quintali, e allora? Non è che si debba per forza essere uomini per stare al volante”: Fabia De Riz, 25 anni, un metro e mezzo di altezza e grinta da vendere. Di mestiere fa l'autotrasportatrice, da due anni ormai: “Ho preso la patente C a 23 anni e da allora giro tutta la Liguria con il mio tir. E mi piace”. La sua giornata? E' fatta di levatacce e chilometri di autostrada da macinare, trasportando generi alimentari “in sella” al suo bestione: nove metri di lunghezza per quattro di altezza. E un peso di 165 quintali a pieno carico. Ma Fabia non sente la pressione di un lavoro che ai più può sembrare faticoso: “Ci sono cresciuta sul tir, è la mia seconda casa. Sono sul camion da quando avevo 11 anni: ci andavo insieme a mio padre, che faceva l'autotrasportatore. Continuare la sua attività è stata una sfida all'inizio e sinceramente sono fiera del risultato che ho ottenuto”. Di occhiatacce, da parte dei colleghi uomini, Fabia ne ha subite tante e le succede ancora oggi, ogni giorno. Come quando va fare benzina, o si ferma in un'area di sosta per bere un caffè: “Mi guardano come per dire 'E questa qui guida un tir? Ma non ci credo!' E' irritante”. Ha sempre dovuto dimostrare di essere all'altezza, fin dal primo giorno di scuola guida. Eppure Fabia, unica donna del corso, ha passato l'esame al primo colpo, in barba a quei colleghi uomini che non ce l'hanno fatta subito. E che, a guardarla nel suo metro e mezzo di statura, non credevano potesse batterli sul tempo: “Il mio primo giorno di scuola guida? Sono entrata e mi hanno detto 'Signorina ha sbagliato l'orario: il corso per la patente B è alle 18'. Mi sono davvero innervosita: sono una donna e allora? Ho lo stesso cervello che hanno gli uomini. E poi che cos'ha di tanto complicato un camion? Ce l'ha una frizione, un acceleratore e un freno? E allora posso guidarlo”. Ma una cosa, Fabia, ci tiene a precisarla: “Non sono io ad avere qualità fuori dal normale: tutti possono imparare. Bisogna sfatare questo mito che si tratta di un lavoro per soli uomini. E' questione di impegno, come in tutte le cose”. Nata e cresciuta a Sarzana, in provincia di La Spezia, Fabia ha una seconda grande passione, il mare: “Sto prendendo la patente nautica. Se ho paura di andare in mare aperto da sola? Ma scherzi? Dobbiamo smetterla di porci dei limiti: è la dedizione a quello che si fa a determinare un buon risultato, non conta se sei un uomo o una donna. Saremo diversi fisicamente, ma abbiamo le stesse potenzialità. Anzi, a volte noi donne siamo anche meglio”.

Le lady truck driver team: donne camioniste in giro per l'Italia

La portavoce, Gisella Corradini: “Ci siamo riunite in un gruppo per dare un volto nuovo alla nostra professione”

Mamme, fidanzate, single. Semplicemente donne. Tutte con una cosa in comune: attraversano l'Italia ” e non solo ” alla guida di mezzi pesanti. Sono le Lady truck driver team, riunitesi in un gruppo, nato nel 2001. Il motivo? Lo spiega Gisella Corradini, la portavoce: “Dare un volto nuovo al nostro mestiere, il camionista. Che non è per forza quello che si dà all' alcol e alla droga per sostenere ritmi pesanti. Noi siamo persone semplici, con famiglie e interessi propri”.

Quando si incontrano si augurano “Buonastrada”, un'usanza copiata dai colleghi francesi, che si salutano proprio in questo modo. Sul parabrezza sfoggiano una targa col simbolo del gruppo, rigorosamente rosa. Hanno un blog ” www.buonastrada.altervista.org – sul quale condividono le loro storie, le strade diverse che percorrono, nella vita come nel lavoro. E organizzano attività di beneficenza: si sono messe in gioco posando per un calendario, hanno realizzato un ricettario e magliette con le stampe. Il ricavato della vendita dei loro gadget aiuta associazioni come l'Alts (associazione lotta tumori al seno) o arriva nei reparti di Oncoematologia pediatrica, attraverso “Noi per loro”, impegnata a supportare i bambini ricoverati nell'ospedale Maggiore di Parma. Poi ci sono gli eventi straordinari, quelli che non ti avvisano quando arrivano, ma ti colpiscono come un fulmine a ciel sereno: “Quest'anno ” spiega Gisella ” abbiamo devoluto buona parte del ricavato delle nostre attività alle persone colpite dal terremoto in Emilia. Diverse donne nel gruppo sono modenesi: questa sciagura ha colpito noi e soprattutto loro nel profondo”. Difficile stabilire quante sono le Lady truck driver team: “E' un gruppo libero, dove entrano sempre donne nuove. Altre vanno via, perché magari sono diventate mamme da poco o cambiano lavoro. Ma continuiamo a tenerci in contatto, tramite il blog, o tramite la nostra pagina facebook”. E il rapporto coi colleghi uomini? “Dipende da come sono gli uomini ” dice Gisella -. Ci sono quelli che ti rispettano e non hanno problemi per il fatto che tu sia donna, come dovrebbero fare tutti i buoni colleghi. Ma ci sono anche quelli che ancora si meravigliano nel vederti alla guida di un camion. Quelli maleducati. Per fortuna non sono tutti così”.

Laura Birra

Fonte: www.liveworldpress. info

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