ANAGALLIS ARVENSIS

 

“Anagallis”, sembra coniato da Dioscoride, deriva dal termine greco “anaghelào”: “io rido forte”, perché si credeva che la pianta scacciasse la tristezza e la depressione di chi ha il mal di fegato e di milza; la ricercatrice Amanda Neil del Department of Biology Herbarium del Texas, fa invece risalire il nome di questo genere di piante al greco “ana”: “ancora, di nuovo”, e “agàllo”: gloriare, esaltare, ornare. Lo specifico “arvensis”, deriva dal latino “àrvum”, campo arato, per habitat. Le tradizioni della Toscana nord-occidentale contemplano l’uso di queste piantine minuscole quando sono fiorite, come rimedio per la pesantezza della vita, il logorìo, l’essersi spesi molto ed avere ricevuto poco in cambio, contro lo stato di malinconia eccessiva che si aggrava alla sera.

Il genere Anagallis comprende, secondo i diversi Autori, da 20 a 25 specie di piante erbacee distribuite nelle zone temperate e mediamente calde in vari continenti del mondo, soprattutto Africa, Europa, Madagascar.

Secondo la classificazione classica è incluso nella famiglia delle Primulaceae, mentre secondo la più recente sistematica filogenetica e morfologica è stato ascritto alla famiglia delle Myrsinaceae. Nel sistema PAG III del 2009 la famiglia delle Primulaceae include anche le Myrsinaceae.

pardini

Il Centonchio dei campi ( Anagallis arvensis L. 1753), noto anche come Mordigallina, Primula rossa, ecc., ha un areale originario Euri-Mediterraneo, ma oggi la specie è Subcosmopolita.
Pianta erbacea glabra o con piccoli peli ghiandolari bicellulari, solitamente annuale, raramente bienne, eccezionalmente pluriennale, con radice fusiforme, spesso contorta; fusti ascendenti o prostrati, striscianti e radicanti nei nodi inferiori, ascendenti, ramificati dal basso, diffusi, a sezione quadrata con quattro spigoli acuti o strette ali, lunghi 5-20 cm (raram. >40 cm). Foglie sessili, opposte o raramente verticillate a tre, a lamina verde-scuro, ovato-lanceolata (7-11 x 12-16 mm) con margine intero scarioso, di sotto punteggiata di ghiandole brune.
Fiori isolati all’ascella delle foglie superiori, con calice 5-partito, a lobi lanceolati, acuminati, membranosi ai margini, su peduncoli di 1-3 cm con corolla rotata, generalmente rosso chiaro, rosso mattone, rosa antico o rosa-arancione costituita da 5 lacinie saldate alla base, larghe fino a 6 mm, spesso ricoprentesi l’una con l’altra, con 35-70 peli 3-cellulari lungo il bordo.

Cinque stami con filamenti peloso-glandulosi e stimma a bottoncino. La fioritura si protrae da aprile ad ottobre. I fiori rimangono aperti solo se colpiti dalla luce diretta del sole. Calice con segmenti acuti (1 x 3 mm).
Il frutto, sorretto dai peduncoli fiorali ripiegati all’ingiù, è una capsula (pisside) sferica di 3-4 (<6) mm, con stilo di 2 mm e calice accrescente (5 mm), circumscissa, contenente da (12) 20 a 35 (45) minuscoli semi (1-1,3 mm) un poco tritoni, opachi di colore bruno o nerastro, rugosi, scaglioso-papillosi.

Questa piccola pianta ma di grande bellezza, è moderatamente igrofila e acidofila, vive nelle garighe, negli incolti, nei campi, negli orti, frutteti e vigneti, su terreno occasionalmente con ristagno d’acqua, dalla pianura fino a 1.200 m (raram. 1700 m) di quota. E’ pianta che si diffonde facilmente in ambienti antropizzati, cioè dai bordi di strada e dagli ambienti disturbati limitrofi ai campi, terreni smossi di recente, che per le specie sinantropiche stress-tolleranti rappresentano gli habitat di diffusione.

Molto simile è Anagallis foemina Miller (1768) che si distingue per la corolla con lacinie intere o più o meno seghettate, azzurre o blu chiaro, porporine al centro, violette di sotto, con scarsi (< 30) peli ghiandolari al margine, per lo più 4-cellulari, foglie con peli ghiandolari rari o assenti, le superiori lanceolate; fiori su peduncoli di 0,8-1,2 cm, sepali finemente seghettati, avvolgenti completamente i boccioli. Specie più termofila e calcifila e che si comporta come una archeofita.

Le proprietà tossiche dei semi delle anagallidi sono note da secoli “… e comunemente si crede dal volgo, che i piccoli uccelli delle nostre campagne avvelenino, coi semi di queste piante, i loro novelli quando li vedono caduti in ischiavitù dell’uomo, e ciò facciano apportandoglieli da essi stessi per cibo nelle gabbie ove quelli si trovano imprigionati”.

Il succo fresco, che contiene un fermento proteolitico, la rende efficace, mediante compresse di garza imbevute, nell’indurre la cicatrizzazione delle piaghe torpide, delle ulcere da decubito e altre affezioni della pelle. Omettiamo preparazioni a base di questa specie da impiegare esclusivamente sotto stretto controllo medico.

 

Condividi questo articolo